GIMONDI. «Nibali è come me, se non meglio...»

TOUR DE FRANCE | 22/07/2014 | 15:06
E' l' unico vincitore italiano del Tour, Felice Gimondi, classe '42, primo nella edizione del '65, con cui si può parlare di Vincenzo Nibali, il campione siciliano che sta dominando la corsa del 2014. Questa fatidica, insignita del numero '101' della storia.
 
Gimondi, qual è la sua opinione su Nibali ?
«E' innanzitutto un ragazzo che sta correndo benissimo, con grande intelligenza, e supportato con molto intelligenza dalla sua squadra Astana, che sarà certo di ragione sociale kazaka, ma che corre tutta all'unisono per un italiano...».
 
Lei vinse un Tour indimenticabile nel '65, Nibali lo sta guidando 49 anni dopo... Trova analogie ?
«Sai, sul versante anagrafico non molte, io lo vinsi che avevo appena 22 anni, in fondo ero una sorpresa. Ricorderai che al Tour ci andai solo per sostituire un gregario della Salvarani, Bruno Fantinato, che si era ammalato... Nibali, invece, ha 29 anni compiuti, è nel pieno di una maturità fisica da campione, è uno che ha già la Vuelta nel 2010 ed il Giro nel 2013. E davvero gli manca poco per iscriversi al gruppetto di chi ha vinto una volta almeno un grande Giro. Così mi raggiungerà, io che sono finora l'unico italiano ad esserci riuscito...».
 
Quale gesto di Nibali le è più piaciuto in queste due settimane di corsa ?
«Certamente l'impresa ad Arenberg, sul pavè, quando è arrivato secondo. Lì, a mio avviso, ha messo l'ipoteca vera sul Tour, distanziando di un paio di minuti Contador. E' stato formidabile. Le cadute degli avversari, quella di Froome prima, e poi quella di Contador verranno dopo, e non alterano affatto un discorso sul Tour già tracciato quel giorno...».
 
Ma pure lei, sul pavè, al Tour del '65, segnò la corsa, o no ?
«Hai una buona memoria...E sì, mi trovai in fuga con due mastini fiamminghi, Van de Kerkhove e Van Schil, ed a Roubaix, sul Velodromo di cemento, come era allora feci secondo, dietro Van de Kerkhove, uno esperto di volate. Con il gruppo staccato. Ma l'indomani, a Rouen, anticipai Wright ed i velocisti, su uno strappetto, un po' come ha fatto Nibali a Sheffield, e conquistai la maglia gialla... E però, onestamente, quello che ha fatto Nibali sul pavè è ancora più importante. Sai, lui lo ha fatto con la pioggia, Io solo con la polvere, quel giorno. Diamogli ancora più merito...».
 
Nibali un po' le somiglia, per il bagaglio tecnico, Gimondi, o no ?
«Abbastanza, direi. Anche se io ero forse un po' più timido in discesa e più potente a cronometro, e meno scattista in salita, avevo qualche chilo in più...E così però, nelle volate di fondo, pensa al Mondiale del '73 vinto contro Maertens e Merckx, sapevo pure impormi».
 
E come persona, invece ?
«Cosa dirti, Nibali è davvero l'immagine del bravo ragazzo in sella ad una bici da corsa. Un giovane tranquillo, sobrio, misurato. E' il ragazzo della bici a fianco. Ed in questo, dai, è un po' Gimondi. Ha la forza immensa di  una famiglia seria, senza bugie, alle spalle. Come io avevo mia moglie, Tiziana, a darmi serenità, così Vincenzo ha la sua Rachele, e la sua bimba... Senza romanticherie eccessive, ma è così, parliamoci chiaro».
 
L'importanza delle donne, nel ciclismo ?
«L'importanza delle donne nella vita, certo. Ma nel ciclismo ancor più. Noi fatichiamo duro, e lontani due terzi dell' anno dagli affetti. Nibali oggi come Gimondi ieri, o anzi l'altro ieri. E non abbiamo bisogno di donne da palco. Abbiamo bisogno di donne che facciano casa. Casa e famiglia, lasciamo pure stare la chiesa, come diceva Bartali. Ma casa e famiglia, dai retta a me che me ne intendo, per vincere un Tour, questo sì».
 
Parola saggia (e felice) di Gimondi.
 
Gian Paolo PORRECA
da 'Il Mattino', 22 luglio 2014
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