IL NUMERO 114 E IL DOVERE DELLA MEMORIA

APPUNTAMENTI | 18/07/2026 | 10:03
di Giovanni Di Trapani

Trentun anni fa, il 17 luglio, il Tour de France si fermava. Era giorno di riposo. La corsa arrivava dalla tappa di Guzet-Neige, vinta da Marco Pantani, il ragazzo di Cesenatico che stava per diventare il Pirata e che, di lì a poco, avrebbe trasformato la salita in un luogo dell’anima.
Quello era ancora il tempo in cui il ciclismo italiano parlava al mondo con voce piena. C’erano Gianni Bugno, Claudio Chiappucci, Mario Cipollini, una generazione intera di campioni, gregari, velocisti, scalatori e uomini di fatica. Gli italiani al via erano sessantadue. Sessantadue maglie, sessantadue dialetti, sessantadue storie lanciate sulle strade di Francia. Una piccola nazione in movimento, un esercito senza armi che combatteva a colpi di pedale. 


In mezzo a loro c’era Fabio Casartelli.


Per gli amici era il Casa. Da poco era diventato padre di Marco e portava con sé una fotografia del figlio. La teneva in tasca, forse vicino al cuore, e la mostrava con quell’orgoglio quieto e luminoso che appartiene ai padri giovani, quando la vita sembra improvvisamente raddoppiare. A casa, Annalisa aspettava il suo ritorno. C’era un battesimo da preparare, una famiglia da abbracciare, un futuro ancora tutto da vivere.
Fabio aveva ventiquattro anni e il numero 114 sulla schiena. Non era andato al Tour per guardare il paesaggio. Non era un uomo da partecipazione decoubertiniana. Correva per vincere, come aveva sempre fatto. Aveva già conquistato l’oro olimpico a Barcellona, ma il professionismo era un’altra montagna: più lunga, più dura, più crudele. Lui, però, aveva la qualità dei corridori veri. In gara era lucido, affamato, implacabile. Aveva ancora un margine da colmare, certo, ma possedeva ciò che nessun allenamento può costruire: la fame di chi sente che il proprio momento sta arrivando.

Quel 17 luglio, forse, uscì per la consueta sgambata. Nei giorni di riposo i corridori pedalano per non lasciare che le gambe dimentichino il gesto. È una strana liturgia: il corpo chiede tregua e la corsa pretende continuità. Forse Fabio scherzò con Andrea, il compagno di camera. Forse mostrò ancora una volta la foto di Marco. Forse pensò alla tappa del giorno dopo: Saint-Girons, Cauterets, i Pirenei. Una linea sulla carta, un altro pezzo di Tour. Ed è proprio qui che la memoria deve fermarsi: non alla fine, ma all’istante precedente. A quando tutto era ancora possibile. A quando la vita esplodeva nelle vene di quei ragazzi e il futuro era una strada senza transenne.

Ricordare Fabio Casartelli soltanto attraverso ciò che accadde dopo significa consegnarlo alla tragedia. Fabio, invece, appartiene alla vita. Alla giovinezza, al talento, alla paternità, all’ambizione, alla leggerezza di una risata in albergo, al fruscio di una maglia nel vento. La memoria non serve a chi è andato via. Serve a noi. Serve a impedire che il tempo riduca una persona a una data, un campione a una lapide, un uomo a una fotografia in bianco e nero. Il ciclismo, più di ogni altro sport, vive di memoria perché attraversa i luoghi, li segna e poi ritorna. Le salite conservano i nomi, le curve trattengono le voci, i numeri di gara diventano simboli. Ogni volta che il gruppo ripassa da una strada già percorsa, il passato torna a pedalare accanto al presente.

Il 114 non è soltanto un dorsale. È una domanda rivolta a tutti noi: che cosa siamo disposti a custodire? Preservare la memoria di Fabio significa continuare a raccontarlo mentre sogna, mentre pedala, mentre mostra agli amici il volto di suo figlio. Significa restituirgli il movimento, non immobilizzarlo nel dolore. Significa ricordare che ogni corridore è molto più del risultato scritto in una classifica: è una casa che aspetta, una promessa, un progetto, una vita intera raccolta in pochi centimetri di stoffa appuntati sulla schiena.

Il 17 luglio del 1995 il Tour riposava. Fabio Casartelli era lì, nel cuore della corsa e nel pieno della vita. Ed è così che dobbiamo continuare a vederlo. Viva Fabio per sempre nella nostra memoria e viva il Ciclismo: evviva la bicicletta.

Giovanni Di Trapani è primo ricercatore al CNR attualmente in distacco presso la Presidenza del Consiglio: coordina la struttura di supporto del Commissario Bagnoli Coroglio.


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COMMENTI
Fabio
18 luglio 2026 11:07 Cicorececconi
Indimenticabile,per chiunque abbia memoria e rispetto.

Indimenticabile Fabio
18 luglio 2026 11:25 9colli
Un ragazzo d'oro Un Campione Un Signore. Un Abbraccione Fin Lassù

Ma
18 luglio 2026 11:33 Craven
Non ho minimamente capito il senso dell'articolo ma va beh, oltre al ricordo ma quello non c'è neanche bisogno di dirlo.

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