FABIO "WOLF" GUGLIERMINOTTI: COMBATTERE (E AIUTARE A COMBATTERE) LA SCLEROSI MULTIPLA DALL'ALTO DI 160CM. GALLERY

APPROFONDIMENTI | 08/02/2026 | 08:28
di Nicolò Vallone

Parliamo con lui al telefono mentre sta pedalando per andare a nuotare. Andare in bicicletta lo aiuta a pensare e a muoversi, a sciogliere i nodi della mente e quelli dei muscoli. In particolare quelli delle gambe, che dal 2008, da quella neurite ottica retrobulbare all'occhio sinistro che costituì il primo campanello d'allarme, e in via "ufficiale" dal 2011, quando dei controlli per i dolori a un ginocchio portarono alla diagnosi, hanno una crescente tendenza a contrarsi e irrigidirsi. Sì, perché la vita del classe 1977 torinese Fabio Guglierminotti è caratterizzata da un acronimo dai due volti: SM. Che vuol dire Sclerosi Multipla. Che vuol dire Sempre in Movimento.


Mantenere l'innato stile di vita sportivo per mantenere la propria identità, un modo formidabile per ribattere colpo su colpo a questa malattia autoimmune neurodegenerativa con cui convivono circa 144mila persone in Italia. Del resto Fabio è un combattente nato: fino al 2009 era un pugile e il suo nome sul ring era Wolf. Così lo conoscono tutti ancora oggi: Fabio Wolf. Ed è anche un ciclista, o meglio un cicloviaggiatore, nato. Noi l'abbiamo conosciuto all'evento di Nerviano del 17 gennaio insieme al nostro direttore Stagi: per esserci, Wolf si era fatto quasi quaranta chilometri in bici sotto la pioggia. Ma questo è niente in confronto a ciò che è in grado di combinare con quello strumento di libertà fisica ed esistenziale chiamato bicicletta…


Le sue prime pedalate risalgono alla graziella blu di famiglia quando andava alle elementari, il suo primo cicloviaggio è del 1994 con l'amico Riccardo Cibrario: destinazione Costa Azzurra, con bici e sacco a pelo. Ci prende gusto, i weekend fuori porta in bici diventano una prassi, in città si muove su sellino e due ruote (l'automobile l'ha avuta per un anno e mezzo soltanto) e nel 2001 replica l'esperienza del '94 in un altro territorio francese dalle italiche origini, la Corsica. Nel frattempo però, più che i manubri, sono i guantoni a tenerlo occupato. Finché nel 2009 li appende al chiodo, per trascorrere un'esperienza di lavoro e di vita a Londra, muovendosi con una Genesis Day O.O comprata Brick Lane. Poi il rientro in Italia e la diagnosi.

Quindici anni fa comincia dunque la "fase SM" della vita di Wolf. Sono cambiati i farmaci (interferone, fingolimod, alemtuzumab, ocrelizumab) e non sono mancati effetti collaterali, come un ipertiroidismo nel 2018 che l'avrebbe portato a sottoporsi a terapia con onde d'urto radiali sotto la guida dei dottori Claudio Solaro e Paola Cavalla, con conseguente raccolta fondi per donare all'ospedale Molinette di Torino un macchinario ad hoc. Sono cambiate le biciclette, tutte rigorosamente muscolari (Brompton, Bianchi Predator, Giant) e non sono mancati i furti, persino fuori da ospedali durante importanti visite mediche. A non cambiare, anzi a rimanere saldo e rinsaldarsi, è stato il suo spirito: «Più che resilienza, termine iper-abusato, direi antifragilità: chiedermi "come ne esco?" anziché accartocciarmi sulla negatività, fare ciò che posso invece di lamentarmi di ciò che non ho; lavorare su me stesso e cercare di essere la miglior versione di me. Ho la sclerosi multipla? Tutti hanno problemi e difficoltà di ogni tipo, c'è chi sta messo ben peggio di me e se mi limitassi ad arrabbiarmi e abbattermi non troverei mai una risposta. La patologia è stata un'opportunità per comprendere meglio i problemi della vita e apprezzare quanto il mio percorso mi abbia portato ad avere un'idea precisa di limiti e possibilità, e tante persone amiche pronte ad aiutarmi.»

Nel 2013 riprende quindi i cicloviaggi: quasi ogni anno ne fa uno, compatibilmente con le ferie dal suo impiego in una grossa azienda a Torino e con le necessità di cura. Prende la sua bici, la sua tenda, acqua, viveri, power bank, attrezzatura per soddisfare i bisogni primari; non prenota strutture, che non sa mai quanta distanza sarà in grado di coprire l'indomani, e va: Barcellona, Belgio e Olanda, Portogallo, cammino di Santiago, periplo Sardegna, Balcani, periplo Sicilia, Bretagna e Normandia, Svezia, Gran Bretagna e Irlanda… Dormendo spesso in campeggi o aree pubbliche random, trovando sulla sua strada nuovi amici e ritrovando quelli di sempre: ogni viaggio completato è come un round vinto contro la malattia.

In totale macina 10-12mila km in bici all'anno. In Croazia e Albania è stato ospitato dopo essersi perso o dopo essere giunto sfinito alla sera. Nel 2023 a Londra gli sono esplose due ernie discali, ha dovuto rinunciare alla Scozia ma è riuscito ad andare a Dublino e poi rientrare in Italia con l'aiuto degli amici Matteo, Sara e Ronan. Quasi per rivincita nel 2024 ha fatto la Route des Grandes Alpes, ospitato a Saint-Vincent dall'amico Luca Zaccaro (conosciuto in precedenti cicloviaggi), piangendo sul Galibier ripensando a Pantani e scalando l'Iseran. Nel 2025 il superamento di un tabù, quello della bici in aereo, col prezioso aiuto nell'imballaggio di un altro grande amico cicloviaggiatore, Silvio Gian Luigi Spertino, detto Mosè: in Galles, Wolf ha forato la ruota posteriore alle ore 19, nel buio il triatleta Jonathan Hopkins l'ha visto per puro caso, non ha esitato a caricarlo con sé in furgone e portarlo da un meccanico, l'ex poliziotto Emyr Griffiths, che gli ha preparato la cena, fatto una lavatrice, l'ha tenuto a dormire e l'indomani l'ha accompagnato nel punto dove doveva riprendere il tragitto. E una volta rientrato in Italia su Orio al Serio, Wolf ha trovato a sorpresa la sua fisioterapista Eleonora Battistello a prenderlo in aeroporto. «Il mondo non fa così schifo come si crede - spiega emozionato - se sai tenerti alla larga dalle situazioni pericolose e fai del bene che poi ti ritorna. Inoltre la bici è uno strumento catartico, avvicina le persone e abbatte ogni barriera, permette a chiunque di praticare sport e crea una vera comunità.»

Ecco, comunità e capacità di fare del bene. Parallelamente al lavoro, ai cicloviaggi, agli studi di Scienze Motorie (sarebbe la seconda laurea, dopo quella già conseguita al Dams) e agli allenamenti in piscina e nella palestra di boxe, con persone del suo vecchio mondo sportivo che non ha mai abbandonato come il kickboxer Roberto Cocco, c'è un'attività di nome 160CM. Nel 2016 Wolf decide difatti di raccontare la sua esperienza aprendo un blog: come chiamarlo? L'idea è di un compagno di allenamenti, il pubblicitario Davide Pallavicini: "qual è la tua altezza dagli occhi al suolo in bicicletta"? Presto detto, 160CM: l'altezza che ha consentito a Wolf di non farsi travolgere dalla "frattura" del prima e dopo la patologia.

Nell'estate del 2020, in piena pandemia e in pieno crowdfunding per le Molinette, 160CM diventa un'associazione che fornisce supporto in molteplici forme principalmente alle persone affette da sclerosi multipla e ai loro caregiver: music therapy, attività di wellness, ascolto psicologico, momenti di condivisione collettiva, bike ride (la bicicletta, immancabile) e convenzioni con strutture sanitarie. «Ciò che facciamo fa sentire le persone non dei malati, bensì esseri umani che si curano non solo tramite l'ospedalizzazione, ma attraverso esperienze stimolanti: ecco la vera inclusività, lavorare insieme per permettere a tutti di vivere un percorso!»

L'associazione 160CM (QUI il sito ufficiale) conta un centinaio di membri, tra cui la vicepresidente Simona Truglio, e ha dato vita in collaborazione all'Università di Torino a due studi pubblicati nel 2024, che dimostrano l'efficacia sia delle onde d'urto radiali che della "attività fisica adattata" nella riduzione dell'ipertono muscolare nei soggetti con sclerosi multipla. E qui entrano in gioco i progetti e sogni futuri di Fabio Guglierminotti in arte Wolf: «Se la gallina fa l'uovo ma non fa coccodè, di quell'uovo nessuno saprà nulla. Io vorrei incoraggiare uno studio specifico sulla combinazione di onde d'urto (ODU) e attività fisica (AFA) nel curare la sclerosi multipla, diffondere il nostro approccio alla vita e alla malattia, promuovere le nostre attività e la cultura dell'autodeterminazione della persona attraverso un "Giro d'Italia" che coinvolga istituzioni politiche, amministrazioni locali e associazioni ciclistiche in tutto il Paese. Il culmine del progetto sarebbe il mio attraversamento a nuoto dello Stretto di Messina. Già so che, nel caso, sarò ospite al Rifugio Sapienza sull'Etna. Il prossimo cicloviaggio? Forse la Wild Atlantic Way, tra Dublino e Cork.»

Augurando di cuore a Wolf (che peraltro segue il ciclismo professionistico da appassionato e ha un osteopata in comune con fior di corridori piemontei: Davide Scavarda, che ha trattato tra gli altri Ganna e Felline) di realizzare questo e molto altro, ci lasciamo con la sua chiosa da applausi: «La bici mi fa godere, non vorrei fare altro quando pedalo, è un prolungamento della mia persona, la "sento" come fosse una parte del corpo, se lei sta male io lo sento. Purtroppo viviamo in una società che disabilita, perché ti valuta in base a ciò che hai. La mia patologia fa tanta paura ed è una gran scocciatura, ma in opposizione a essa ho osato essere padrone della mia vita. Il pensiero fa l'azione, l'azione crea comportamento, il comportamento diventa abitudine, che modella il carattere e costruisce il tuo domani.»


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