Gemellato con Pinerolo (ricordate la tappa del 2011 vinta da Boasson Hagen?), Gap - capoluogo delle Hautes Alpes - non manca neanche quest’anno sulla mappa del Tour de France. L’edizione 2026 assegna al territorio targato “05”, dopo l’arrivo a Orcieres- Merlette, la partenza da Gap in direzione Alpe d’Huez.
Oltre il Monginevro si sono messi a far di conto: «dal 1922, più di 80 tappe del Tour de France hanno lasciato il segno in questo paesaggio unico. Gap ha ospitato la Grande Boucle per la prima volta nel 1931, in occasione della quindicesima tappa da Nizza alla prefettura delle Hautes-Alpes. Antonin Magne indossava la maglia gialla e la mantenne fino a Parigi, mentre la frazione andò a Jef Demuysere. Il senso degli italiani che pedalano per questa cittadina di 41 mila abitanti è racchiuso in un dato: su 24 tra arrivi e partenze da Gap, in sei occasioni si è registrato un successo tricolore, a partire da Giuseppe Martano nel 1934 a Matteo Trentin nel 2019.
Del piemontese di Giaveno, terzo al Tour del 1933, si potrà anche ricordare la citazione fantozziana di un duello con “Trueba, la pulce dei pirenei”. Martano scrisse perfettamente la sceneggiatura della grande giornata conclusa con il successo nella Grenoble-Gap, un classico di quegli anni: dopo aver affrontato la dura Cote de Laffrey ed il Col Bayard, il torinese (pur nativo di Savona) si lanciò in discesa con il solo pensiero di staccare Magne: «avevo un tornante di vantaggio su di lui quando sono scivolato nella sabbia, procurandomi una ferita alla spalla, ma rimontando presto in sella» raccontava a L’Auto il vincitore, con 7” sulla maglia gialla diventati circa un minuto grazie agli abbuoni.
Un altro colle, La Rochette, nei pressi di Gap, nell’era dell’esposizione televisiva sarebbe balzato a notorietà per la caduta di Beloki e per una miracolosa azione di Armstrong, riuscito a non finire per terra grazie ad un numero da ciclocrossista tra i campi che circondavano un nastro d’asfalto quasi liquefatto. Dalla cittadina che assegnò ad un italiano il titolo mondiale – storia nota e “vexata quaestio” la rimonta di Basso ai danni di Bitossi - andiamo a ripercorrere l’acuto di tappa nel 1991 da parte di Marco Lietti. Lo facciamo attraverso il ricordo di Davide Cassani, perfetto coequipier quel giorno, a vantaggio del compagno di squadra all’Ariostea: «nel finale di quella frazione da 215 km c’erano ottimi corridori in fuga tra cui Lemond e Fondriest. Lietti stava bene e molto meglio di me, allora gli dissi di aspettare ad attaccare. Lo fece a pochi chilometri dal traguardo e vinse la tappa, anche se il giorno dopo si ruppe il femore durante il riscaldamento prima del via». Il romagnolo fu quinto.
Formidabili quei giorni, ai quali come italiani non si può che guardare con tanta ed ammirata nostalgia, evitando volutamente confronti con quanto accade oggi, che si rischia la demoralizzazione. Nella 13ª tappa Claudio Chiappucci faceva le prove generali in vista della cavalcata trionfale dell’anno seguente al Sestriere, non fu che l’inizio di cinque affermazioni di fila (Cenghialta, Argentin, Lietti), culminate nel bis di Gianni Bugno all’Alpe d’Huez. Quando i marziani eravamo noi, arrivando o partendo da Gap.
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