Editoriale
CaroFanini...ho letto con interesse e un pizzico di inquietudine l’intervista che hai rilasciato al collega Paolo Ziliani e che è apparsa sul numero del 30 luglio di Panorama. «Io denuncio: sono tutti dopati», questo il titolo dell’articolo. Una gran bella sequenza di dichiarazioni ad effetto, che non hanno però mosso di una virgola il problema che già si conosceva. La piaga del doping nel ciclismo c’è, e non c’era bisogno che ce lo ricordassi tu. Ne hanno parlato abbondantemente medici, direttori sportivi e soprattutto corridori, anche di fama (come ad esempio Silvio Martinello), i quali hanno ammesso: «Oggi è impensabile svolgere un’attività di alto livello a pane ed acqua». Tu, invece, hai voluto affondare il colpo, ripetendo quel che già si sapeva. Ma sei andato ben oltre dicendo: «Magnusson, il mio velocista svedese, ogni tanto riesce a battere Cipollini; per farlo, probabilmente si aiuta. Magari di nascosto. Vorrei tanto che non fosse così». Scusa, Ivano: per quale ragione cerchi di ergerti a paladino di un ciclismo pulito se poi non riesci nemmeno a sapere cosa succede nella tua squadra?

CaroGiuliani... purtroppo ho dovuto registrare con profondo dispiacere lo stop «sanitario» disposto a quattro ragazzi della tua squadra (Manzoni, Alberati, Recinella e Ragnetti) perché trovati con i valori ematici sballati. Ho letto anche su La Gazzetta dello Sport del 12 agosto scorso che «se il contratto me lo consente i corridori riceveranno una lettera di licenziamento immediato». Bravo! Questa sarebbe una delle strade da percorrere per reprimere il malcostume del doping. Licenziamento e perdita di buona parte dei punti UCI che metterebbero in questo caso in crisi i corridori e le loro squadre, che avrebbero tutto l’interesse a combattere chi froda. La verità, caro Stefano, è che nel nostro ambiente molti corridori portano soldi e sponsor ai team manager e un provvedimento come questo potrebbe portare alla luce situazioni a dir poco paradossali. Anzichè licenziati, i corridori potrebbero licenziare: i team-manager.

Carovice-premier... In questo ultimo mese il doping ha tenuto banco più della vittoria al Tour di Pantani. Prima in Francia e poi in Italia; prima nel ciclismo, poi nel calcio. E qui si sono scatenati tutti: dotti, medici e sapienti. Non Le nascondo che mi sono sentito un po’ a disagio nel leggere commenti di autorevoli giornalisti (come Giorgio Tosatti) che, dopo aver passato insonni notti a pensare, sono arrivati a proporre l’esame del sangue. Ma come? se da anni andiamo scrivendo che certe sostanze non sono rilevabili con il solo esame del sangue... Ah già, dimenticavo, questi sono tutti scrittori, non lettori. Amen.
Mi è parsa a dir poco singolare anche l’accelerazione che ha subìto la legge che da mesi è ferma alla commissione Sanità del Senato. E dire che il progetto di legge era stato varato quasi due anni fa, dall’avvocato Guido Calvi, senatore ulivista eletto nelle liste di Sinistra Democratica.
Lei, però, da vice-premier, fece davvero pochino per accelerare l’iter burocratico di questa legge. Ci sono voluti gli ultimi scandali, le parole di Zeman a sollevare il coperchio dell’omertà, per capire che forse era arrivato il momento di fare qualcosa. E qualcosa si farà: in perfetto stile italiano. Non per risolvere la questione, ma solo per tappare la bocca a chi va gridando che non è possibile andare avanti in questo modo.
Forse a settembre l’uso del doping potrebbe essere un reato penale, ma mi consenta (per dirla con Berlusconi), ci sono almeno un paio di cose che non riesco a comprendere. Dalla Legge Calvi, già prodotta, si è passati a quella che per comodità chiamo Ceci (professoressa Adriana Ceci, membro della commissione scientifica del Coni e grande promotrice della legge), un «intruglio» di articoli e codicilli che punisce chi ha responsabilità di prescrivere e consigliare sostanze «con l’intento di migliorare le prestazioni agonistiche o di modificare le condizioni biologiche dell’organismo». Chi, cioé, specula sull’atleta. Così da domani farmaci e anche integratori somministrati solo allo scopo di favorire la prestazione dell’atleta saranno vietati. Perfetto: nel mondo si chiede una lista di prodotti doping ridotta, più leggera, fatta solo di sostanze realmente nocive all’organismo degli atleti, e noi ne approntiamo una dove ci infiliamo anche gli integratori. Se vogliamo che tutto finisca in farsa si sta percorrendo la strada giusta. E ancora: visto che siamo entrati in Europa, non sarebbe il caso di sollecitare a Bruxelles una legge comunitaria, che vada bene per la Francia, l’Italia, la Spagna, la Germania e via elencando? Infine: gli integratori, la creatina fanno male? Ma anche 40 sigarette al giorno, tre chili di pane e quattro litri di Coca Cola non sono consigliabili a nessuno. Recita la legge: «L’attività sportiva è diretta alla promozione della salute individuale e collettiva. A essa si applicano i controlli previsti dalle vigenti normative in tema di tutela della salute e non può essere svolta con l’ausilio di tecniche, metodologie o sostanze che possono mettere in pericolo l’integrità psichica e fisica degli atleti». Ma a questo punto siete proprio sicuri che lo sport faccia bene? Trovate che sia realmente salutare percorrere 30 mila chilometri all’anno, scalare cinque colli in un giorno e stare in sella per otto ore? Ho il timore che dietro questa legge non ci sia la volontà di combattere il doping, ma di legittimarlo. Lasciamo perdere gli integratori, gli aminoacidi e la creatina: quella che va debellata è la cultura dell’Epo, dell’Hgh, dell’IGF-1 e del Pcf. Vorrei tanto sbagliarmi, ma dietro questa legge ci vedo soltanto demagogia e volontà di non cambiare nulla. Che si sia finiti tutti nel pallone?

Pier Augusto Stagi
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