SCUSATELIPERILRITARDO. «Entro ottobre partiranno i controlli incrociati sangue-urine nel calcio», aveva detto il 15 settembre scorso Pino Capua, responsabile della commissione antidoping della Federcalcio. L’introduzione del nuovo test doveva essere cosa rapida, e invece a metà novembre dei controlli sangue-urine non c’è ancora traccia.
Un ritardo imprevisto, dovuto a non meglio precisati “motivi burocratici”. O, almeno, è quanto fa sapere la Figc, che passa la palla a Coni e Ministero della Salute.
Il coordinamento antidoping, interpellato sulla vicenda, si trincera dietro un imbarazzato «no comment», e chiede di rivolgersi all’ufficio stampa dell’Ente, l’unico organo autorizzato a rilasciare dichiarazioni ufficiali. Qui è possibile apprendere che tutto dipende dal Ministero della Salute, il quale deve pronunciarsi sulla validità del protocollo da adottare nell’effettuare i controlli. Senza questo parere è impossibile, secondo il Coni, stabilire una data precisa per l’entrata in vigore dei controlli. Domanda: non si va in giro dicendo da tempo che i regolamenti vanno unificati: quelli del ciclismo uguali a quelli del calcio, e quelli del calcio uguali a quelli del basket e via così elencando? E se il Ministero e il Coni hanno approvato da anni i test per il ciclismo, che bisogno c’è di «pronunciarsi sulla validità del protocollo da adottare per il calcio»? Il protocollo c’è già: è quello del ciclismo. O no?
LAMINIMADOSEDELLAMINIMADOSE. Restiamo per un attimo in ambito doping nel mondo del calcio e dintorni. Fabio Capello, tecnico della Roma, in materia ha recentemente detto che non bisogna essere ipocriti: il problema c’è e va affrontato, magari arrivando alla liberalizzazione del doping, come ha dichiarato a Il Giornale lo scorso 17 novembre. «Per essere tutti alla pari, tanto vale liberalizzarlo come avviene già negli Stati Uniti», ha detto. Il giorno seguente, l’ex medico della nazionale di sci di fondo, il professor Giovanni Righetti, cardiologo e medico sportivo, è andato oltre. «Visto che il doping è una pratica diffusissima, tanto vale legalizzare l’uso fino ad una certa soglia che non comprometta la salute di un atleta». Una sorta di «minima dose» applicata al doping. Il calcio e il resto dello sport sono ancora alle prese con questa discussione, mentre il ciclismo, per voce di Mauro Salizzoni, presidente della commissione antidoping della Federciclismo, sta seriamente pensando ad abbassare la percentuale dell’ematocrito da 50 a 44.
Forse loro non lo sanno, ma la «trovata» del limite ematico è già un sorta di «minima dose»: ti puoi dopare ma fino ad un certo punto. Il professor Righetti, con la sua proposta, vorrebbe invece varare la minima dose della minima dose. Che dire...
LIMITI E LIMITAZIONI. Siamo in piena bagarre pensioni. I limiti di età pensionabile si spostano a velocità vertiginosa, di anno in anno, meno che per il ciclismo. Qui il limite è fissato per legge: oltre i 40 non si va. Per Mario Scirea, il prossimo anno, non ci sarà scampo: la pensione gli tocca.
Pensiero personale: perché porre un limite di età? Sarà la strada a dire quando per un atleta è arrivato il momento di appendere la bicicletta al chiodo, o tuttalpiù saranno i team-manager a invitare questo o quel corridore a dedicarsi ad altro. Ma se a livello fisico un corridore c’è ancora, perché porre questi limiti?
Secondo pensierino. Si parla spesso di pista e del suo rilancio. Si parla anche di cross e del suo rilancio; ma perché non pensare a livello Uci e Federale di istituire un codicillo regolamentare che preveda per tutti i gruppi sportivi professionistici di GS1 e GS2 che, in fase di affiliazione, devono avere tra i propri effettivi almeno due corridori ciclocrossisti e due pistard? In questo modo si darebbe alle due specialità e ai loro interpreti uno sbocco professionale (leggi stipendio), che potrebbe poi tradursi in un ampliamento della base dei praticanti e nel conseguente rilancio di entrambe le specialità che oggi vivono ai confini del ciclismo, tra limiti e limitazioni. Troppo semplice? Spesso dietro le cose semplici si nascondono le soluzioni migliori.
TURBOLENTI. L’abbiamo scritto sul numero di ottobre: il Vigorelli sarà abbattuto. Il vecchio Vigorelli intitolato ad Antonio Maspes tornerà a nuova vita sotto altre sembianze: un centro polifunzionale coperto, in grado di ospitare più discipline sportive, dal basket alla pallavolo, esposizioni fieristiche e concerti. La capienza dovrebbe essere di settemila posti a sedere e, come ha avuto modo di spiegare lo stesso assessore allo sport del Comune di Milano Aldo Brandirali, la pista dovrebbe essere smontabile e di 250 metri.
Per quanto ci riguarda, nulla di strano: è la logica conclusione di una serie di scellerate operazioni. Non del Comune di Milano - che ha avuto il solo torto di credere al popolo del ciclismo -, ma di quanti sono andati in giro a gridare il loro amore per la pista, senza tenere conto che quell’impianto - così com’era - era anacronistico: pista troppo lunga (un ellisse di 397 metri e 39 centimetri, quando oggi si utilizzano in tutto il mondo solo piste di 250 metri) e soprattutto scoperta. Quei firmatari, uniti sotto la bandiera del «Turbolento», che nel settembre del 1995 andarono in giro a raccogliere le firme per ridare vita (per l’ennesima volta) all’impianto di via Arona, oggi dove sono? Dove sono finiti quelli che non vivevano senza il Vigorelli?
Se Dio vuole, adesso la “palla” passa al Comune, al quale toccherà rimettere un po’ di cose a posto. Poi, come sempre, dipenderà da noi, gente del ciclismo, e dai nostri pseudo dirigenti, di sfruttare un impianto che alla fine - vedrete - sarà utilizzato solo e soltanto da altre federazioni. Pessimista? In questi anni penso di aver imparato qualcosa.
Pier Augusto Stagi
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