ARU. Inselvini: vi racconto il mio Fabio

PROFESSIONISTI | 02/08/2014 | 07:50
Dopo aver scortato Aru al Gi­ro d’Italia sarà impegnato al Tour de France con Nibali e compagni e, visto che Fabio molto probabilmente disputerà la Vuel­ta a España, si è guadagnato un posto anche per la corsa a tappe spagnola.
Umberto Inselvini, 56 anni di Concesio (BS), di professione fa il massaggiatore e, dopo aver lavorato al fianco di tanti campioni, si sta conquistando la fiducia del promettente corridore sardo che ha guadagnato la ribalta durante la cor­sa rosa.
«Il ciclismo è sempre stato una passione di famiglia, zio Beppe che faceva il meccanico mi ha messo in sella a 13 anni come ha fatto con i miei fratelli e i miei cugini. Ho corso fino alla categoria dilettanti, ero un passista-scalatore che si è tolto belle soddisfazioni» racconta Umberto, sposato con Cristina e papà di Daniele, 21 anni e Denis, 17.
«La famiglia è abituata a vedermi con la valigia in mano, il nostro lavoro è co­sì. Non c’è il manuale del buon papà, ma quando sto con i miei figli cerco di trascorrere con loro del tempo di qualità».
Probabilmente nessuno potrebbe scrivere il manuale del buon padre, ma Umberto Inselvini ha di certo l’esperienza per buttare giù qualche appunto su come deve essere un buon massaggiatore. Lavora con i professionisti dal 1985: ha iniziato con la Barloword Bot­tecchia di Zandegù, poi è passato per una stagione alla Bianchi di Argentin, ha militato otto anni alla Car­rera ai tempi di Chiappucci e Pan­tani, per proseguire alla Riso Scotti, alla Fassa Bortolo per altri 4 anni, alla Saeco nel 2004 quando Cunego vinse il Giro, per finire alla Lampre dalla stagione successiva e dal 2013 alla kazaka Astana.
Con la saggezza e la pacatezza che lo contraddistinguono ci racconta il nuo­vo gioiellino che ha tra le mani, i suoi se­greti e le sue abitudini. In­somma Fa­bio Aru visto dal lettino dei massaggi.

Quando vi siete conosciuti?
«L’ho visto per la prima volta in as­soluto a Livigno nel 2012. Io ero in ritiro con Damiano (Cu­nego, ndr) e Ballan all’Hotel Val­tellina e Fabio era nel nostro stesso hotel da solo. Era appena passato professionista all’Astana e mi era sembrato un po’ chiuso perché stava sulle sue, probabilmente aveva un po’ di soggezione verso i corridori più affermati che si trovava vicino. In quell’occasione non ci parlammo, quindi la mia è stata una prima impressione proprio superficiale. Allo­ra non sapevo nemmeno che abitassimo vicini: vi­via­mo a un paio di chilometri di di­stan­za, io a Moz­zo e lui a Ponte San Pietro, sempre in provincia di Bergamo, ma non ci eravamo mai incontrati prima. Abbiamo iniziato a lavorare assieme a tutti gli effetti l’anno scorso al Giro del Trentino e poi al Giro d’Italia».

La tua giornata tipo al Giro?
«In Astana oltre a me c’erano altri quat­tro massaggiatori. Ci siamo suddivisi il lavoro: c’era chi andava in albergo e si occupava della logistica, vale a dire verificare le camere, portarvi le valigie e stabilire i menù per la cena, e chi come il sottoscritto era impegnato in corsa per il rifornimento e all’arrivo. Io ero quasi sempre al traguardo, so­prat­tutto nelle tappe in salita bisogna organizzarsi prima ed essere attrezzati con mantelline e quant’altro perché i corridori dopo l’arrivo devono scendere in bici fino al bus il più coperti possibile. Infine, ovviamente, in hotel ci aspettano i massaggi».

Come funziona questo rito?
«Oltre a manipolare le gambe bisogna cercare di capire la persona che si ha di fronte per creare la giusta sintonia. La tocchi, quindi ci entri in contatto e devi fare in modo che il ragazzo che stai massaggiando sia a suo agio. A fare i massaggi siamo bravi tutti, quello che fa la differenza per un massaggiatore è come il corridore si trova con te rispetto ad altri. Io credo molto nel rapporto che si crea tra atleta e massaggiatore, per questo cerco di capire se uno ha vo­glia di parlare, oppure preferisce ascoltare la musica o dormire. Nel no­stro lavoro dobbiamo adeguarci all’atleta e a volte fargli un po’ da psicologo, se mi permettete la qualifica».

Che tipo è Fabio?
«È un ragazzo molto educato. Al giorno d’oggi trovare un ragazzo che chiede sempre permesso, per favore, scusa, grazie non è così comune. Lo apprezzo molto in questo senso perché sono co­me lui, faccio attenzione a queste piccole cose. Pensa che quando è a fare il massaggio il cellulare non lo usa praticamente mai e se proprio deve ricevere una telefonata mi avvisa in anticipo, quasi a scusarsi del disturbo. Non ha abitudini stravaganti, se non è troppo stanco chiacchieriamo del più e del me­no. Dipende però da come è andata la giornata, per esempio al Giro dopo la cronoscalata siamo arrivati in hotel particolarmente affaticati e tardi così ho abbassato la luce al minimo e ha dormito. Prima di appisolarsi però un po’ preoccupato mi ha chiesto: “Sei si­curo che ci vedi bene?”. Io gli ho risposto di stare tranquillo: “Pensa che Ca­van­na faceva i messaggi a Coppi ed era cieco...”».

Quando è sul lettino ha richieste particolari?
«Si trova bene con l’Indiba (più conosciuta con il nome commerciale di Te­car, ndr) quindi lo massaggio spesso con questa macchina. Per il resto non ha pretese o necessità sorprendenti. È un ragazzo molto convinto di quello che sa, attento, curioso. Svolge il suo lavoro seriamente, ci mette sempre il massimo impegno, non fa nulla per caso. Per farvi un altro esempio, della crono del Giro di quest’anno sono cer­to che l’anno prossimo si ricorderà perfettamente i materiali che ha usato, la posizione adottata, i distacchi ricevuti e inflitti agli avversari. Come ho detto, non fa niente fine a se stesso, è uno che ascolta e impara in fretta».

Una frase che lo identifica?
«Oltre che educato, è molto umile. Pen­sate che quando ha vinto a Monte­cam­pione, appena entrato nella tenda per cambiarsi prima della premiazione mi ha detto: “Oh, guarda che non è cambiato niente”. Credo sia proprio la sua semplicità ad aver fatto innamorare il pubblico di lui. Ci tiene molto al rapporto con la gente, sa di non dover sprecare questa possibilità. Ha sentito il suo nome urlato sulle salite, ne è ri­masto stupito e compiaciuto, si è me­ra­vigliato ma è contento dell’affetto ricevuto. Non so quello che gli riserverà il fu­turo ma sono certo resterà con i pie­di per terra, i suoi valori sono saldi».

Com è essere l’angelo cu­stode di un ragazzo così promettente?
«Definirmi così è troppo, deve decidere lui chi vor­rà al suo fianco in questa carriera che è solo all’inizio. A me fa molto piacere stargli vicino, non lo dico perché è an­dato forte al Giro o perché diventerà un campione: per me al primo po­sto va sempre la persona e lavorare con lui, per il ragazzo che è, mi gratifica. Ho sempre dato priorità all’aspetto umano rispetto a quello agonistico, tant’è che dopo tanti anni di lavoro in questo ambiente ho costruito buoni rapporti con tanti colleghi e tanti corridori che non hanno raggiunto le luci della ribalta».

Al Giro ti ha emozionato?
«Eh, sì. A Montecampione mi sono com­mosso perché la sua è stata una vittoria prorompente. Eravamo andati a ve­dere la salita ad aprile io lui e Ti­ra­longo, in realtà io ho solo portato i loro zainetti in cima e li ho riportati a casa ma è bello essere partecipe di un progetto che viene finalizzato così alla grande».

Ti ricorda qualche altro corridore con cui hai avuto a che fare in passato?
«Non mi piace fa­re confronti, cre­do sia giusto ri­spettare le ca­ratte­ri­sche di ognu­no. Ogni tan­to mi chiede qual­che curiosità sui cam­pioni con cui ho avuto a che fare in passato ma sai, so­no da così tanti anni nell’ambiente che se va­do troppo indietro con la memoria finisco per parlargli di corridori che non ha mai sentito nominare... Meglio restare sul presente (sorride, ndr)».

Dove può arrivare?
«Beh questa è una domanda difficile, non so prevedere il futuro. Fossi in lui, vivrei di quello che ha fatto vedere al Giro, per cui siamo tutti contenti, sen­za farmi schiacciare dalle grandi aspettative. Non “alla giornata” come ripete lui, perché dentro di sè speranze e obiet­tivi ben chiari li ha, ma senza nem­meno guardare troppo in là, anche per un pizzico di sana scaramanzia. Le sue potenzialità le ha mostrate, non met­tiamogli troppe pressioni. Gli au­guro una carriera rosea e non mi riferisco solo al Giro d’Italia».

Dagli un consiglio.
«Gliene ho dato uno in merito alla po­po­larità da cui è stato travolto. Gli ho detto che sarà popolare per una decina di anni e in questo arco di tempo dovrà cercare di rimanere se stesso il più possibile. Ha la fortuna di essere entrato nel cuore della gente, non capita a tutti, per restarci a lungo deve continuare ad essere come è. Pens­o a Chiappucci che in questo è stato un maestro ed è ap­plaudito ancora oggi, a differenza di altri corridori, anche più vincenti, che dopo aver smesso sono stati dimenticati. Fabio ci tiene al pubblico, anche se diventerà un campione resterà il ragazzo semplice e umile che ab­bia­mo conosciuto al Giro».

di Giulia De Maio, da tuttoBICI di luglio
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