L'ORA DEL PASTO. I RACCONTI DELLA MAGLIA NERA: GIULIANO CAZZOLATO - 3

STORIA | 14/05/2026 | 08:25
di Marco Pastonesi

Le maglie nere: gli ultimi della classifica generale, i primi della classifica sentimentale. Perché le maglie nere appartengono ai gregari, in perenne lotta con il tempo massimo e le energie minime. I più umani e i più umili. I più simili a noi. Questa è la terza puntata, dedicata a Giuliano Cazzolato.


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Giro d’Italia 1980. La ventiduesima (più il cronoprologo) e ultima tappa è una passerella, un carosello, un festival, un circuito: 112 km, da Milano a Milano, gruppo compatto. A giochi fatti: per la maglia rosa, Bernard Hinault, con quasi sei minuti su Wladimiro Panizza e più di sei su Giovanni Battaglin; per la maglia a punti, Beppe Saronni; per quella della montagna, Claudio Bortolotto; per la maglia bianca, lo svedese Tommy Prim; e per la graduatoria a squadre, la Bianchi. Anche per la classifica al contrario, in palio la maglia nera, sembra già tutto deciso: primo, cioè ultimo, Heinz Betz, corridore tedesco di squadra tedesca, una decina di minuti di vantaggio, cioè di ritardo, da Giuliano Cazzolato.

Invece, Cazzolato?

“Ultimo giro, il gruppo concentrato sulla volata finale, mi sfilo, vedo passare Betz, impegnato, tutta l’aria di voler partecipare allo sprint, accosto, mi fermo e mi confondo fra gli spettatori”.

E gli spettatori?

“Mi chiedono che cos’è successo, se è successo qualcosa a me o alla bici. Non so che cosa rispondere, farfuglio qualche scusa. Intanto il tempo passa. E io lo lascio passare. E passano anche le prime ammiraglie. Un minuto, due, tre… Poi passano anche le seconde ammiraglie. Quattro minuti, cinque, sei… Poi passano le auto al seguito… Sette minuti, otto, nove… Poi passano le ultime staffette della polizia… Dieci minuti, undici, dodici… Controllo il tempo massimo, mi rimetto in sella prima del camion-scopa, taglio il traguardo, un uomo solo al comando, anche se a cominciare dal fondo, per distacco, e che distacco”.

Ultimo nell’ordine d’arrivo, a 16’01” dal vincitore Pierino Gavazzi, e ultimo nella classifica generale, a 3.44’07” da Hinault e a 4’47” da Betz.

“Non era il mio obiettivo, la maglia nera. Ma un giorno fora il mio compagno Luciano Loro. Stesse caratteristiche, stesse dimensioni del capitano Mario Beccia, ed è il suo ultimo uomo in salita. Così mi fermo, gli passo la ruota e aspetto l’ammiraglia. Non la prima, quella con Dino Zandegù, che segue Beccia e Loro. Ma la seconda, quella in fondo al gruppo. Aspetto, aspetto, ma l’ammiraglia non arriva. Forse si sono fermati per fare un bisogno. Quando finalmente risalgo in bici, mi accontento di arrivare entro il tempo massimo. E scendo all’ultimo posto. Strada facendo, quell’ultimo posto in classifica comincia a ingolosirmi. Ho i miei brevi momenti di gloria, il mio piccolo spazio di fama. Vengo riconosciuto, indicato. Mi chiedono di posare per una fotografia accanto alla maglia rosa. Mi citano in tv. Ma in corsa non controllo gli avversari e quel Betz, due minuti oggi, due domani, mi porta via il primato. Ed è così che, per ribaltare la situazione, mi riduco all’ultimo giorno”.

Chissà che gioia.

“Il premio, se ben ricordo, era di 500mila lire, divise fra tutti i compagni di squadra. Nel trambusto finale, gli organizzatori si dimenticano di consegnarmi la maglia nera. E siccome ce n’è una sola, che passa dal vecchio ultimo al nuovo ultimo, torno a casa senza. Finché un bel giorno me ne arrivano due, quella ufficiale e quella di scorta. Adesso, fra un trasloco e un repulisti, mi è rimasta solo quella di scorta”.

Tre anni da professionista, nessuna vittoria.

“La prima bici una Piave, a otto-nove anni. La prima bici da corsa una Simonato, ciclista del mio paese, Montebelluna, e la seconda una Pinarello acquistata nella bottega di Nane, titolare di una maglia nera ben più prestigiosa della mia. La prima corsa da esordiente, a 14 anni, finita in gruppo. La prima vittoria quello stesso anno, vicino a Mira, in volata dopo una fuga a due. Da dilettante sono quasi più orgoglioso di certi piazzamenti (Montebelluna-Pianezze, Col San Martino…) che di certe vittorie (Tombolo, Spinea…). Tre anni da professionista, chiamato da Beccia, con cui mi allenavo sempre. A un Giro del Veneto feci 150 km da solo, cullavo il sogno di una vittoria, fui ripreso a una trentina di km dal traguardo. Tanta fatica per niente. E tanto valeva dedicarsi ai compagni. E allora, gregario”.

Adesso?

“Dopo 40 anni di commercio ambulante nei mercati, con Manuela facciamo i nonni a tempo pieno. Far crescere Sofia in un ambiente sereno, solare, felice. E’ la nostra missione”.


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COMMENTI
Ricordi d'infanzia
14 maggio 2026 14:24 pickett
Venne invitato alla trasmissione del dopocorsa,condotta da un giovane Gianfranco d'Angelo.Non fu invitato per la maglia nera,ma per il cognome,che faceva ridere tutti.In particolare noi bambini.E infatti il conduttore gli fece una domanda proprio a questo proposito.

Per Pastonesi
14 maggio 2026 14:34 pickett
Prima di scrivere un articolo,occorrerebbe informarsi meglio: il giorno dell'arrivo a Milano non ci fu nessun"cronoprologo".Il giorno prima si disputò una lunga crono con arrivo a Turbigo,e passaggio sotto le finestre di casa mia,a San Vittore Olona,sul Sempione.Fu una delle pochissime sconfitte rimediate da Hinault in una crono di un grande Giro,prologhi a parte,e una delle vittorie + significative e sottovalutate nella carriera di Saronni.

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