Buti, il Palio di Sant’Antonio, il palio più importante - sostengono i butesi – escluso quello di Siena, la prima domenica dopo la festa di sant’Antonio Abate del 17 gennaio. Una settimana, almeno, di feste e festeggiamenti, dalle cene delle contrade alle sfilate degli sbandieratori fino alla corsa nel paese del Pisano ai piedi del Monte Serra. Un evento che richiama migliaia di persone. Ospite d’onore, nel 2010, invitato dalla contrada di San Michele, Cesare Del Cancia. In auto, con autista al fianco e la nipote Fernanda alle spalle. Le fotografie lo ritraggono serio, attento, consapevole. Ha 94 anni. Intorno, la folla lo riconosce, lo invoca, lo celebra. L’impressione è che dietro la faccia dura e lo sguardo severo del campione ci sia il cuore sensibile e l’anima emozionata di un uomo che non se l’aspettava. Non così. Poi Del Cancia si sarebbe abbandonato ai ricordi. Su tutti, quello della vittoria alla Milano-Sanremo nel 1937.
“Era il 19 marzo 1937. Ricordo ancora con quanta emozione mi apprestavo a tornare a Buti dopo il trionfo della Milano-San Remo. ‘La Gazzetta dello Sport’ mi dedicò la prima pagina e per i miei compaesani, inorgogliti dal mio sorprendente successo, fu come accogliere un prode eroe. La cronaca sportiva mi incluse nella schiera dei ‘maledetti toscani’, ossia tra quei campioni che come Bartali, Bini, Bizzi portarono una ventata nuova nel ciclismo italiano prima della Seconda guerra mondiale. Non posso dimenticare il calore dei butesi quando quel giorno mi accolsero. Mi presentai accompagnato dalla mia squadra, la Ganna, e dai dirigenti sportivi. Con l’aiuto delle guardie, entrai in piazza Garibaldi sulla mia bicicletta. Avevo poco più di vent’anni e un bel fisico d’atleta: mi presentai con i miei pantaloni alla zuava, la maglietta attillata della squadra e, come usava allora, con i capelli impomatati e lucenti di brillantina. Ho ancora negli occhi lo sguardo orgoglioso del mio babbo Luigi e della mia mamma Maria, lei che non perdeva mai occasione per dire che era merito anche dei suoi zabaioni se ero riuscito in quella arrembante fuga di 70 chilometri! La folla dei tifosi mi circondava. Giornalisti e fotografi si avvicinavano a stento, osteggiati come erano da tante belle figliole che cercavano di farsi avanti alla ricerca di un mio autografo. Bei mi’ tempi! Con tanta emozione oggi, all’età di 94 anni, sono di nuovo a Buti a rivivere quei momenti indimenticabili, il punto culminante di una carriera che la guerra non ha potuto cancellare. Vi saluto, dunque, carissimi butesi, voi che non vi siete dimenticati di me, un tenace bustese innamorato del ciclismo”.
E’ riapparso anche questo testo, l’altra sera, nel Castel Tonini di Buti (la mostra rimane aperta fino al 30 settembre, sabato e domenica dalle 16 alle 19, per informazioni tel. 349/5662007), fra biciclette e maglie, borracce e tubolari, fra fotografie e caricature, copertine di riviste e ritagli di giornale, fra testimonianze e confidenze, fra la biografia “Cesare Del Cancia - Lo spavento degli assi” di Massimo Pratali e proprio la medaglia della Milano-Sanremo del 1937, che Fernanda Del Cancia, nipote di Cesare, portava al collo, commossa e inorgoglita. Non c’era sport - almeno nel Novecento - come il ciclismo, capace di entrare nel cuore della gente, nella terra di un luogo, nell’aria di una strada. Non c’era sport – e forse non c’è ancora – come il ciclismo, in cui ci si senta così rappresentati, interpretati, abitati. Non c’era sport come il ciclismo, in cui la memoria venga coltivata, resuscitata, allenata. Del Cancia – ave, Cesare – sarebbe orgoglioso di questa rinnovata attenzione e di questo ritrovato affetto.
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