“Il quinto Tour e del Toro terzo”: Gazzetta certifica la supremazia di casa Uae ed il messicano è sincero nella gratitudine verso il suo capitano, richiamata da Ciro Scognamiglio. Sul Corriere, Marco Bonarrigo ha voglia di scherzarci su: “Cinque ore di buoni sentimenti, troppo. Ridateci il Pogacar spietato che vuole vincere anche la Coppa Cobram, riprendetevi quello buonista visto ieri al piccolo trotto”. Com’è umano Tadej.
Un momento, però: diamo a Carapaz ciò che è di Carapaz: ci pensa Repubblica e Cosimo Cito giustamente lo evidenzia: “Richard Carapaz ha scelto il viaggio prima della meta, la strada più difficile per prendersi la maglia a pois e anche la tappa, l’ultima di montagna del Tour de France, la più epica, la più incredibile degli anni del dominio di Pogacar”.
La storia della “locomotora” va ripercorsa con le parole di Pier Augusto Stagi (Il Giornale); “chiamatelo «Cara-pois». Non è da escludersi che questa sera possa anche arrivargli il premio di più combattivo della corsa. La storia di questo ragazzo ecuadoriano, vera e propria celebrità nel suo Paese, vincitore di un Giro d'Italia 2019 e oro olimpico a Tokio, nasce nella povertà assoluta”.
L’Equipe sta quasi concedendo un pò di riposo alla sua pletora di inviati. Alexandre Roos ha ancora una volta, da par suo, giocato sui contrasti forti: “C'era un abisso tra queste due ascese consecutive all'Alpe d’Huez: i 21 tornanti di venerdì contro la salita via Sarenne di ieri. Da un lato la leggenda, dall'altro il percorso meno noto, affrontato per la prima volta al Tour”. Dal regno delle marmotte alla Tour Eiffel in un attimo.
GAZZETTA DELLO SPORT
POGACAR, LA FESTA E’ DOPPIA
Quel ragazzo di Komenda, Slovenia, baciato da un talento fuori dal comune e capace di trasformare in oro ogni pedalata che fa, vince anche quando non vince. In cima all’Alpe d’Huez-bis sono già passati Richard Carapaz, a braccia alzate; il secondo, Remco Evenepoel; e il terzo, Sepp Kuss. Ma dopo 65” arriva lui, Tadej Pogacar, in parata con il compagno di squadra e amico Isaac Del Toro. Sorridono, si abbracciano, mimano il gesto delle corna, quello dei tifosi del messicano. È una festa per due: dopo 5 ore “in ufficio”, e 5450 metri di dislivello tra Croix de Fer, Telegraphe, Galibier, Col de Sarenne prima del gran finale, Pogi ha messo il sigillo sul quinto Tour che vincerà oggi a Parigi. (Ciro Scognamiglio)
CORRIERE DELLA SERA
POGACAR GREGARIO, ASSIST PER DEL TORO E TAPPA A CARAPAZ
Cinque ore di buoni sentimenti, troppo. Ridateci il Pogacar spietato che vuole vincere anche la Coppa Cobram, riprendetevi quello buonista visto ieri al piccolo trotto tra luoghi sacri al ciclismo come Croix de Fer, Télégraph, Galibier e Lautaret. Pogi ieri era destinato a stravincere con la consueta fuga da lontano, salutando tutti sulle rampe del Galibier come aveva fatto venerdì sull’alpe d’huez e prima ancora sui Pirenei e sui Vosgi. Avremmo celebrato il suo sesto trionfo, il 27° in assoluto, distacchi da record, potenze di scalata spaziali. E invece nel tappone alpino Tadej è stato solo stopper spietato di ogni azione che destabilizzasse il terzo posto del delfino Isaac Del Toro, ridotto al ruolo di un adolescente troppo cresciuto che papà e mamma non vogliono si faccia le ossa da solo (Marco Bonarrigo).
REPUBBLICA
L'IMPRESA DI CARAPAZ,
IL RE DELLE SCALATE NEL TOUR DI POGACAR
Croix de Fer, Télégraphe, Galibier, Col de Sarenne, Alpe d’Huez. In un giorno che valeva tutto, Richard Carapaz ha scelto il viaggio prima della meta, la strada più difficile per prendersi la maglia a pois e anche la tappa, l’ultima di montagna del Tour de France, la più epica, la più incredibile degli anni del dominio di Pogacar. Proprio nel giorno che incorona Tadej, oggi a Parigi, sul podio salirà anche Carapaz per ritirare il premio del miglior scalatore. Ci è salito anche ieri, con le gambe ancora tarlate dallo sforzo e il volto antico, precolombiano. «Quello che è successo qui è stato bellissimo, non so nemmeno spiegarlo. Ero andato in fuga per la maglia a pois, ma sulla seconda salita ho pensato anche di poter vincere la tappa». Si è messa anche la sorte, benevola con chi si era fatto 92 km faccia nel vento delle Alpi. Kuss, lanciato a sua volta verso un’impresa, è caduto due volte. L’ultima nella discesa che portava verso l’ultima rampa, verso l’Alpe d’Huez. «Mi sono ritrovato davanti senza saperlo e ho spinto fino all’arrivo, gli ultimi 4 km non finivano più». (Cosimo Cito)
IL GIORNALE
«CARA-POIS», L'ECUADORIANO DELLE MONTAGNE
Nuova scalata all'Alpe d'Huez, ma da un versante inedito per il Tour. Tre giorni per sistemare la sua contabilità, arricchita da due vittorie di tappa, un 8° posto finale in classifica generale e la maglia “a pois” di miglior scalatore: chiamatelo «Cara-pois». Non è da escludersi che questa sera possa anche arrivargli il premio di più combattivo della corsa. La storia di questo ragazzo ecuadoriano, vera e propria celebrità nel suo Paese, vincitore di un Giro d'Italia 2019 e oro olimpico a Tokio, nasce nella povertà assoluta e la sua vocazione per il ciclismo prende avvio da una biciclettina scassatissima: da un rottame. Estate del 2003, Antonio Carapaz, papà della “Locomotora del Carchi”. (Pier Augusto Stagi)
L'EQUIPE
DIABOLICI
C'era un abisso tra queste due ascese consecutive all'Alpe d’Huez: i 21 tornanti di venerdì contro la salita via Sarenne di ieri. Da un lato la leggenda, dall'altro il percorso meno noto, affrontato per la prima volta al Tour. Da una parte la folla in delirio, dall'altra la zona protetta e deserta, con pochi gendarmi in servizio ed escursionisti indifferenti allo spettacolo del Tour che si svolgeva proprio lì, negli ultimi chilometri; il boato assordante del primo arrivo contrapposto alla quiete naturale di ieri, dove gli unici suoni erano lo stridio degli insetti — un rumore che non si era più abituati a sentire dopo tre settimane trascorse nella bolla rumorosa della corsa — immersi in una bellezza che contrastava nettamente con i tornanti bordati di cemento e che risultava incredibilmente rigenerante. (Alexandre Roos)
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