Le maglie nere: gli ultimi della classifica generale, i primi della classifica sentimentale. Perché le maglie nere appartengono ai gregari, in perenne lotta con il tempo massimo e le energie minime. I più umani e i più umili. I più simili a noi. Questa è la seconda puntata.
La conquistò al Giro d’Italia del 1972. Primo, Eddy Merckx. Ultimo, Piero Spinelli. Fra i due, 67 corridori nonché 2 ore, 10 minuti e 16 secondi che, alla media di 36 all’ora, significano 78 km di distanza. Statistiche alla mano, neanche tantissimo, fra prima e ultimo si è registrato anche molto più del doppio. Eppure, come precisa Spinelli, c’erano momenti in cui il primo, Merckx, e l’ultimo, lui, non erano poi così lontani: per esempio, alla partenza.
Spinelli, a ripensarci adesso?
“Non mi sembra vero. Non mi sembra vero di aver corso, e finito, sette Giri d’Italia, cinque Giri di Svizzera, cinque Parigi-Roubaix, quattro Milano-Sanremo… Non mi sembra di aver perfino vinto, da dilettante, la Coppa Ciuffenna, il Città di Lucca, il campionato toscano in tre prove e, da professionista, la Coppa Sabatini. Non mi sembra vero di aver indossato anche la maglia azzurra, due Mondiali nel ciclocross. Non mi sembra vero che, menare o no, davanti o indietro, in quel gruppo ci fossi anch’io. Nove anni da professionista, una bella avventura. Mi faccio un esame di coscienza e ho la coscienza a posto. Andavo a pane e acqua, una sola volta provai il cortisone, ma invece che più forte, andavo più piano”.
Quel Giro?
“Gregario di Franco Bitossi alla Filotex. Stesso borgo, Carmignano, e stessa camera, letti separati, ma altre cilindrate, lui un campione, io, appunto, un gregario. Mi diceva: se ce la fai, finché ce la fai, stammi vicino. Senza telecamere, i capitani si davano un ‘attacchino’ e risparmiavano forze, buone per il finale. Oppure gregario di Tista Baronchelli alla Scic. Stessa taglia, stessa bici, altre cilindrate. Quella volta sul Monte Generoso che Merckx ebbe una mezza crisetta e Baronchelli, che ne voleva approfittare, forò prima dell’ultima salita, allora mi fermai, scesi dalla bici, gli passai la mia, aspettai l’ammiraglia, ne rimediai una di scorta, così piccola che pedalavo con le ginocchia in bocca e mi venne subito il mal di gambe. Quel gesto fu apprezzato anche da Ernesto Colnago. Alla fine della stagione, quando fu il momento di restituirgli la bici, lui mi disse di tenerla. Un caso più unico che raro. E ce l’ho ancora. Celestina. Un’opera d’arte”.
La maglia nera era ambita?
“No, quell’anno non solo non c’era la maglia ma neanche i premi. Però alla fine del Giro c’erano i circuiti a ingaggio, e da gregario, anzi, da autista di Bitossi li correvo quasi tutti. Giravamo sulla sua Mercedes, io guidavo, lui si fidava e riposava. Bitossi era il mio capitano, anche il mio maestro, sempre un mio amico. Quando aveva le crisi di cuore, io mi sedevo su un paracarro accanto a lui, aspettavo che l’attacco gli passasse – bianco come un lenzuolo, faceva paura -, poi lo aiutavo a rientrare nel gruppo. Lui ce la faceva, io no. Bitossi mi presentò ai vecchi del gruppo, anche di altre squadre, che mi insegnarono il mestiere”.
Momenti di gloria?
“Poco o niente, più gloria riflessa, quella dei capitani, che non gloria personale. Però un giorno provai quella sensazione magica di non sentire la catena. Andavo forte. Volavo. Si era al Giro di Svizzera del 1978, la tappa di Affoltern, breve ma con due gran premi della montagna, non tanto grandi, tipo San Baronto, andò via la fuga, c’ero io e c’era anche Giancarlo Bellini, mio compagno di squadra nella Zonca, e Bellini mi disse: scattiamo a turno, comincio io, se mi riprendono ci provi tu. Non lo ripresero. Primo lui, secondo io”.
Merckx era veramente il Cannibale?
“Il giorno prima aveva litigato con lo spagnolo José Manuel Fuente, così il giorno dopo, mentre noi facevamo colazione lui e la sua squadra si stavano già scaldando, in fila indiana, a tutta, come se fosse una cronosquadre. Prima della partenza, Merckx disse a Bitossi: parti davanti perché io parto forte. Pronti, via, fuoco e fiamme, il gruppo saltò in aria, mi ritrovai in fondo a lottare per stare dentro il tempo massimo. Ma eravamo in una cinquantina, c’erano anche diversi ‘cavalli’, come Polidori, Paolini, Boifava… e sotto sotto sapevamo che non avrebbero potuto buttarci fuori dalla corsa”.
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