“Uccellini era un grande birichino”, dice Livio Trapè. “L’Airone di Montefiascone”, oro (nel quartetto della cento chilometri) e argento (nella prova individuale) alle Olimpiadi di Roma del 1960, era passato al professionismo con grandi aspettative, sue e del popolo del ciclismo. Da dilettante aveva duettato e duellato proprio con Meo Venturelli, spartendosi primi e secondi posti, fama e gloria, titoli e sommari, ordini d’arrivo e classifiche generali, insieme avevano conquistato un Trofeo Baracchi. Amici e nemici, anzi, nemici mai, però avversari, compagni e rivali, e forse Livio voleva bene a Meo più di quanto Meo ne ricambiasse, chissà.
“Uccellini era un grande birichino - mi spiega Trapè, 88 anni – perché è vero che la Solo-Superia blindò il primo posto di Van Looy, ma noi riuscimmo a farlo per il secondo di Meo. Non eravamo una squadra, ma ci comportammo da vera squadra. Fin dalla prima tappa. Lo scatto di Vendemiati, poi il mio lavoro dietro per rompere i cambi, appesantire e imprigionare gli altri favoriti. Quel giorno arrivai quattordicesimo, appena davanti ad Adorni. Uccellini ci aveva promesso soldi e ingaggi, non so Meo ma io non vidi nulla, neanche una lira, e quanto a una squadra, Meo fu assunto dalla Bianchi, alla Bianchi avrei dovuto andarci anch’io e invece ci finì Nencioli, e Vendemiati andò alla Salvarani. Sarà stato anche appassionato e competente, Uccellini, ma con me non osservò i patti”.
Non la pensa così Carlo Brunetti. Anche lui romano (Brunetti - nella foto - della Garbatella, Uccellini di via Gregorio VII verso Monteverde), fu uno dei pupilli del commendatore. “Senza di lui forse non sarei mai arrivato alla maglia azzurra – mi dice Brunetti, 82 anni -. Tour de l’Avenir 1966. Si correva a squadre nazionali, l’Italia veniva dalla vittoria di Gimondi nel 1964, l’Avenir era la corsa più importante e più dura fra i dilettanti, quell’anno si correvano le stesse tappe negli stessi giorni dei professionisti, anche se con una distanza inferiore. Elio Rimedio, il ct, mi convocò per aiutare Mino Denti con Albonetti, Benfatto, Dalla Bona, Favaro, Guerra e Panizza. Fu un trionfo. Tre vittorie di tappa più la cronosquadre iniziale, Denti primo nella generale, Favaro quinto, io diciassettesimo. E primi nella classifica a squadre”. Brunetti fu poi professionista dal 1967 al 1975. “Passare al professionismo non era facile – mi conferma Bocci, 83 anni -. Se non ci fosse stato Uccellini, non ce l’avrei mai fatta. Professionista dal 1967 al 1970, i primi tre anni nella Germanvox di Vito Taccone e Ole Ritter, l’ultimo nella Ferretti dei quattro fratelli Pettersson e del direttore sportivo Alfredo Martini, ma prima allievo e dilettante vincente e anche azzurro al Gran premio d’Europa in Germania. Quel secondo posto alla Milano-Vignola 1968 in volata dietro a Marino Basso. Quel sesto posto al Giro dell’Appennino 1969, anche se, purtroppo, credendo che fosse stato possibile riprendere i primi tre, mi impegnai troppo nel tirare il gruppetto degli inseguitori. Quel decimo posto nella quinta tappa del Tour de France del 1970. Anche quei due primi posti, una prova a eliminazione durante il circuito degli assi di Terni nel 1968 e una prova di velocità nel Velodromo olimpico di Roma”.
Enrico Uccellini avrebbe continuato, da pubblicitario di professione, da direttore sportivo di passione e da commendatore di fama, a occuparsi di ciclismo. Le cronache lo qualificano direttore sportivo della Chiorda del cavaliere (e questo titolo era autentico) Angelo Trapletti e del general manager Franco Mealli. Fra i pupilli di Uccellini, dopo Bocci e Brunetti, anche un altro romano, romano della Trionfale, Tullio Rossi detto “er Drago”. Insieme, Uccellini sulla sua auto e con le sue intuizioni, Rossi sulla sua bici e con le sue gambe, collezionarono vittorie spesso in volata. Non solo. Insieme inventarono le prime pedivelle che, spingendo sui pedali, si allungavano automaticamente da centosettanta a centosettantacinque millimetri; insieme pensarono ai primi telefonini da usare in corsa; insieme progettarono i primi pedali a sgancio rapido.
E’ stato proprio “er Drago”, morto a 77 anni lo scorso 16 settembre, a rivelarmi la storia di quei pedali speciali: “La scintilla scoccò perché, quando pioveva, gli scarpini sciacquavano e si muovevano nelle gabbiette. Ideai una particolare linguetta che aiutava a sganciarli dai pedali. La mostrai a Luciano Pezzi, il mio direttore sportivo alla Dreher. Pezzi li osservò, li ammirò, poi sentenziò: ‘Bellissimi, però manca qualcosa’. Non aveva torto, quei pedali si potevano ancora perfezionare. Tant’è vero che il sistema fu poi perfezionato dalla Look, brevettato e imposto sul mercato. E pensare che se quel perfezionamento lo avessi fatto io, mi avrebbe potuto cambiare la vita”. La vita gliela cambiò, nella gloria, una vittoria di tappa al Giro d’Italia, ma non gliela cambiò nella esistenza: fino al suo ultimo giorno, prima da solo, poi con il figlio, Tullio Rossi avrebbe gestito un negozio di biciclette in via Trionfale, numero civico 11892. E qui, appesi ancora a una parete, come trofeo di prestigio e prova di verità, scarpa e pedale a sgancio quasi rapido.
(fine della quarta e ultima puntata)
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