L'ORA DEL PASTO. LA "ROBA SCRITTA" DI LUIGI MENEGHELLO

LIBRI | 02/03/2022 | 08:08
di Marco Pastonesi

A Monte di Malo si andava a veder nascere il sole, “una piccola palla fluida”, “il globulo di materia fusa galleggiava e vorticava sopra l’orlo della nuvola”, “pareva che nuotasse”.


Oppure a Monte di Malo si andava ad allenarsi in bicicletta, “o direttamente, o per Priabona, o per San Vito”, “di ogni percorso esistevano primati stagionali, mensili e settimanali che importava battere”, “le arrampicate erano faticose e piuttosto solitarie”.


Il 2022 è il centenario della nascita non solo di Beppe Fenoglio (1° marzo) e Pier Paolo Pasolini (5 marzo), ma anche di Luigi Meneghello (16 febbraio). Scrittore (“Libera nos a Malo”, innanzitutto, anche per cronologia, 1963, da cui sono tratte quelle citazioni) e accademico (a Reading, in Inghilterra), alpino e partigiano, le sue opere tradotte sia nel cinema (da Daniele Luchetti) sia nel teatro (da Marco Paolini). La bicicletta fa parte del mondo semplice e letterato di Meneghello, della sua vita familiare e territoriale.

Ancora in “Libera nos a Malo” il ciclismo diventa un punto di riferimento e di sostegno. La salita: “La loneliness del long-distance runner non è niente di fronte a quella dell’aspirante routier che s’allena in salita per il giro di Francia. In verità questa solitudine è orribile; lo sforzo sparge veleni in tutto il corpo, il dolore serpeggia ora al centro del petto, ora a sinistra dove c’è il cuore che si sente chiaramente trapassare da aghi infetti. S’intorce un cordone di muscoli, poi un viscere della pancia, poi una vena del collo”. E la discesa: “Tale è l’esperienza del routier in salita, impegnato a non fermarsi fino in cima, quando la bicicletta per incanto s’alleggerisce, comincia a scendere da sé, trasporta filando con un dolce brusio il ragazzo semisvenuto che ridesteranno i pizzicotti del sudore rasciugato dal vento”.

Le avventure: “A volte infliggevamo anche ai piccoli questo supplizio sulle salite più modeste. Gaetano giovanissimo fu indotto a salire con noi a Priabona sulla sua biciclettina: molto prima di arrivarci era già tramortito, non sentiva più gli incoraggiamenti dei suppliziatori; noi del resto ci eravamo già pentiti, capivamo di avere ecceduto. Arrivò in condizioni che non è opportuno descrivere”. E le disavventure: “Senza dir nulla a nessuno mi portai Bruno, forse tredicenne, alla più atroce delle prove in salita, il ‘Passo’, tra il Pasubio e il Cornetto. Era già eccezionale che lo facessi io adolescente; sapevo che con Bruno saremmo arrivati allo stremo. Per incoraggiarlo gli diedi la Ganna col ventiquattro, che è un rapporto strapotente, e mi presi la inadattissima Schwalbe della mamma”.

Fino al... dietro motori: “Lo scatto autolesionistico deve cominciare quando la corriera è ancora lontana; quando arriva ha sempre un surplus di velocità che sorprende, e mentre la coda ci supera bisogna alzarsi in piedi, saltare nel risucchio, scrollare la bicicletta come chi ha perso il lume degli occhi. Questo lume del resto si è effettivamente perduto, non ci si vede più, e ingolfati nel risucchio si segue per un po’ la corriera alla cieca”.

Proprio per il centenario della nascita, di Meneghello la Rizzoli Bur ha pubblicato “Spor – raccontare lo sport tra il limite e l’assoluto” (216 pagine, 12 euro): “Non ho mai parlato della mia opera in termini di libri; li ho sempre chiamati ‘roba che ho scritto’. Non ho mai pensato di aver avuto una carriera. Da bambino avevo una sola aspirazione, partecipare alle Olimpiadi del 1940 e vincere tre gare da niente, i 100 metri, la maratona e il salto con l’asta. C’è stata di mezzo una guerra e non ho potuto realizzare il mio sogno”.

In “Spor” Meneghello ancora una volta si racconta. E il ciclismo ritorna. “Andare a vedere le corse, quelle che passano e non le vedi più, e quelle che passano e ripassano in una specie di moto circoscritto. Andare ad aspettarle, le prime, in cima a un monte. Quando arrivò il gruppo di testa, S. notò che Malaman per vederli aveva socchiuso gli occhi e pareva che li strizzasse”, “i primi due o tre passarono svelti e veementi, alcuni altri dietro un po’ meno vispi, il resto sgranati e molto più malridotti che S. non potesse aspettarsi”, “non pedalavano quasi più, li spingeva a turno una catena di spettatori scamiciati, qualcuno li annaffiava: erano inebetiti, e dicevano in continuazione ‘spingi!, spingi!’”.

Bicicletta e ciclismo sono pane quotidiano, argomento da diario. 6 gennaio 1965: “C’era dalle nostre parti un noto corridore ciclista di cui si diceva che era molto bravo in ciascun ramo del suo mestiere (ottimo passista, tra i più bravi in volata, forte in montagna, eccezionale a cronometro) ma che gli mancava l’ultimo smalto, la virtù di arrivare primo sulla fettuccia d’arrivo che da noi si chiama cordèla. ‘No ‘l taja cordèle!’ dicevano di lui scuotendo la testa”.

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