SLONGO: UNA PASSIONE DIVENTATA LAVORO

PROFESSIONISTI | 31/12/2017 | 07:06
Paolo Slongo è stato scelto come miglior direttore sportivo del 2017 sia dal pubblico dei tifosi che dalla giuria di qualità formata da giornalisti e da direttori sportivi in attività. Al tecnico trevigiano della Bahrain Merida nel corso della Notte degli Oscar tuttoBICI è stato consegnato il Gran Premio GR Grafiche. Lo storico allenatore di Vincenzo Nibali, da buon velocista, ha avuto la meglio allo sprint contro Da­vide Bramati della Quick Step Floors, detentore del titolo, e Giovanni Ellena, che si consola con lo scudetto tricolore conquistato dalla sua Androni Si­der­mec.

Vittoria di misura, come nelle volate che disputavi da ragazzo...
«Già. La bicicletta è entrata nella mia vita grazie a papà Albano, che era ma­stro vetraio, ed extra lavoro aveva due grandi passioni: suonare la fisarmonica (con la quale si diverte ancora oggi a 83 anni) e il ciclismo. A scuola avevo un compagno di classe il cui papà, Paolo Crema, era tifoso sfegatato di Moser. Questo signore, amico dei miei genitori, mi portava con il pullman a vedere la Sei Giorni di Milano e altre corse del grande Francesco, del quale sono di conseguenza diventato tifoso anch’io. Da giovanissimo, il giorno che ho chiesto una bici, mi ha portato a Trento, al negozio di Moser. Così a 10 anni su una biciclettina dal nome prestigioso ho mosso le mie prime pedalate. Ho corso fino alla categoria dilettanti, tre anni all’UC Trevigiani e due al­la Record Cucine Caneva. Da allievo vincevo anche 15-20 gare l’anno, ero veloce; da junior ne avrò conquistate 2-3 l’anno; da dilettante un paio in totale, militavo in squadre forti e dovevo fare il gregario. Quando ho realizzato che il sogno di diventare un campione era impossibile, ho deciso di appendere la bici al chiodo».

Dalla bici sei passato subito all’ammiraglia.
«Proprio così. Nel 1996 alla Record Cucine Caneva un direttore sportivo era appena andato via e io, nelle ultime stagioni da corridore, avevo superato tutti e tre i livelli per ottenere la licenza da diesse, così iniziai subito al fianco di Ezio Piccoli, recentemente scomparso, e Gianni Biz. Già quando correvo ero una figura di unione tra Piccoli, il medico del team e i corridori. Eravamo proprio agli inizi della preparazione con il cardio frequenzimetro, delle ta­belle e dei test, io traducevo questo strano e nuovo linguaggio ai miei compagni. Da lì mi è nata la passione per l’allenamento. Quando correvo non amavo studiare, mi sono diplomato geometra, poi per qualificarmi ho frequentato il corso fino al quarto livello del CONI. La parentesi con la Na­zio­na­le Italiana dal 2000 al 2005 mi ha formato. Lavorare con le azzurre juniores al fianco di Fusi e Salvoldi mi ha fatto crescere, la collaborazione con il Centro Studi del Coni e il confronto con i professori Faina e Callozzi mi ha fornito un bagaglio di esperienza im­portantissimo».

Vai ancora in bici?
«Considerata la mia mole, mi farebbe bene. Purtroppo a causa dello stress spesso faccio pasti sbagliati, in corsa sono nervoso e ci scappa qualche caramella di troppo, gli squaletti gommosi sono una dipendenza (ride, ndr). Sono sempre a tutta tra lavoro e famiglia, ma non è una scusa valida per rilassarsi. Dopo il Tour vinto da Nibali ero ripartito bene, questo mese mi sono rimesso sotto. Dopo una settimana di relax a Fuerteventura ho ripreso a uscire con più regolarità. Per fortuna non ho problemi fisici, ma praticare sport all’aria aperta fa stare meglio, ti fa sfogare e pensare».

Sei ancora impegnato nelle categorie giovanili.
«Ho fatto la gavetta da zero e accumulato esperienze in tutte le categorie. Ho seguito i giovanissimi ai tempi dei Li­quigas Camp e le donne con la Na­zio­na­le. Nelle categorie minori il diesse fa di tutto, dal trovare gli sponsor a to­gliere le scritte dalle macchine a fine anno. Io sono partito da lì e non lo di­mentico, anzi mi fa apprezzare ancora di più la fortuna che ho oggi di lavorare con i professionisti. Venendo dalla ba­se, ho mantenuto la sensibilità di allenare anche i giovani, nel territorio do il mio contributo sociale, seguo più squadrette gratuitamente per i test e la preparazione delle crono, ho ancora un buon feeling con i diversi carichi di lavoro adatti alle varie età e categorie. Ho seguito Sagan e Viviani, prima Ei­sel, Pagliarini, Fischer, Furlan e tanti altri quando ancora in pochi li conoscevano, lavorare con potenziali talenti è stimolante. Ultimamente ho avuto a che fare con Garosio della Colpack e Baccio della Mastromarco, che da ju­nior avevo portato in un ritiro con la Astana».

Chi ti ha insegnato questa professione?
«Tante persone hanno inciso sul mio percorso. Agli inizi ho imparato molto da Ezio Piccoli e dal dottor Baratto, ai tempi della Nazionale sono stati im­portanti Antonio Fusi e il professor Faina. Arrivato alla Liquigas tra i professionisti chi mi ha dato i feedback migliori sono stati tra gli altri Stefano Zanatta, Mario Scirea, il dottor Ro­ber­to Corsetti, e ora soprattutto i corridori, su tutti Ivan Basso (con il quale ha vinto il Giro d’Italia 2010, ndr). Come dice lui stesso, ha vissuto le due facce del ciclismo, ha sbagliato e si è riscattato, anche per questo ha dalla sua un ricco bagaglio di esperienze. Io ho sem­pre avuto la predisposizione per lo studio, mi piace mettermi alla prova, vivere con i corridori in ritiro, perdere ore ed ore su tempi e numeri. Una dote che nessuno può insegnarti è il carattere: un buon diesse deve essere calmo, umile e deve essere in grado di stemperare eventuali tensioni, che soprattutto nelle tre settimane di un Grande Giro possono crearsi, sia tra i corridori che nel personale. Deve avere colpo d’occhio, non tutti riescono a riconoscere il talento quando è grezzo, quella è una dote naturale».

Cosa rappresenta per te questo premio?
«Un orgoglio da condividere con tutte le persone con cui lavoro, in particolare con i colleghi Stangelj e Volpi, e in generale tutta la Bahrain Merida. Nel ciclismo di oggi la figura del diesse è cambiata molto e si è specializzata, oltre che del lavoro vero e proprio in gara, c’è chi si occupa delle bici, dell’abbigliamento, della logistica... io della preparazione. Per far funzionare il tutto, serve un gruppo solido. Un diesse deve tenere a bada i corridori ma anche il personale, ognuno ha la sua vita, i proprio pensieri e problemi. Bisogna mantenere l’equilibrio tra tutti i ruoli, quando un meccanico o un massaggiatore non è in giornata devi la­sciarlo stare o spronarlo. A me capita spesso di andare a mangiare un panino con Pallini (storico massaggiatore di Nibali, ndr), un professionista esemplare, perché così ci svaghiamo entrambi. Una dedica va in particolare a mia moglie Valeria, la persona migliore che potessi desiderare al mio fianco. Ci siamo conosciuti ai Liquigas Camp: è una compaesana di Amadio, con le sue due lauree, una in comunicazione-marketing aziendale e l’altra in sociologia, era stata coinvolta nel progetto. Ci siamo conosciuti e pian pianino ha ca­pito e iniziato ad apprezzare il mio mestiere. Questo lavoro impone di sta­re a lungo lontano da casa, è importante che chi hai a fianco lo capisca. Lei ormai mi conosce: sa che anche quando sono a casa prima di appuntamenti importanti con la testa è come se non ci fossi e che dopo un Grande Giro ho bisogno di una settimana per riprendermi. Due anni fa è arrivato Leo Ce­le­ste ad ingrandire la famiglia, un’immensa gioia».

I momenti da ricordare in ammiraglia?
«Le prime esperienze risalgono al Giro di Polonia, ma ricordo come fos­se ieri quando, al secondo anno in cui lavoravo per il vivaio della Roslotto, Argentin mi fece fare con Ghirotto una settimana al Giro d’Italia sulla seconda ammiraglia. Moreno aveva notato la mia passione, così ebbi l’occasione di sostituire Mariuzzo per sette giorni. Per salire sulla prima ammiraglia ho dovuto aspettare il 2008 a Philadel­phia, con la Liquigas. Ho fresche nella me­moria le più belle vittorie di Nibali, ma la più emozionante per me è sempre la più recente, quindi a oggi l’ultimo Lom­bardia. Abbiamo vissuto anche momenti difficili, come il Tour 2015 quando Vincenzo era caduto nelle pri­me tappe, parte della squadra e della stampa lo criticavano, la cosa più facile per spiegare il suo rendimento era dire che aveva sbagliato la preparazione, quindi sono stato messo in discussione, mentre ero certo che avesse semplicemente un problema posturale».

I corridori che ti hanno regalato più soddisfazioni?
«Quelli che sono passati professionisti con me, che ho “tirato su” da giovani come Viviani e Guarnieri, che tanto ha vinto tra gli Under 23, tra i dilettanti ho seguito anche Trentin. Sagan è un fenomeno in tutto, abbiamo ancora un bel rapporto, alla Tirreno-Adriatico mi ha regalato la sua maglia iridata autografata dedicandola a “Panda”, come mi aveva soprannominato in ritiro ai tempi della Liquigas».

Nibali ha un posto speciale nella tua storia professionale.
«A Vincenzo devo tanto, la popolarità è venuta grazie ai suoi successi, anche questo premio è “facile” conquistarlo se hai a che fare con un campione co­me lui. Puoi essere un bravo preparatore, ma senza un nome forte il mondo fa fatica ad accorgersene. Il nostro primo incontro risale a un campionato del mondo dilettanti a cronometro, che ha preceduto le stagioni trascorse assieme alla Liquigas. Poi, nel 2013, è stato ingaggiato dall’Astana, io sono rimasto per un’altra stagione alla Liquigas vincendo il Giro d’Italia. Quindi siamo tornati ad essere una “coppia” in quel 2014 che ha segnato decisamente la carriera di entrambi. Il giorno che mi ha detto “voglio che vieni con me”, il nostro rapporto è cambiato. Ha capito evidentemente che ero la persona giusta per lui. Abbiamo due caratteri forti, ci scontriamo ancora spesso, ma se non fosse per lui non sarei arrivato dove sono ora».

L’aspetto più difficile ed appagante di questo lavoro?
«Mi ritengo fortunato perché ho fatto della mia passione un lavoro. Quando sono in ritiro non mi pesa andare a letto alle 2 e svegliarmi alle 7. Alla fine è come quando vai a cena con una persona con cui stai bene, se il tuo mestiere ti appassiona non ti accorgi dello scorrere del tempo. A volte è difficile, devi scervellarti, hai a che fare con uo­mini, non con delle macchine. I numeri danno dei riferimenti, ma ci sono tante variabili da gestire, come la tensione prima di un Grande Giro, l’approccio per preparare al meglio un appuntamento, le lamentele dell’atleta quando non vince da un po’. Un esempio eclatante in questo senso è stato l’approccio quasi estremo adottato in vista di Rio 2016: vi assicuro che far disputare a Vincenzo il Tour non al top della condizione in vi­sta dei Giochi Olimpici non è stata una passeggiata».

Cosa ti piace del ciclismo di oggi?
«La metamorfosi che c’è stata rispetto al passato sul doping. A livello World Tour è stato fatto tanto, per una figura di diesse che guarda all’allenamento come la mia oggi è molto più facile la­vorare sapendo di poter contare su controlli seri».

Cosa cambieresti se avessi una bacchetta magica?
«Il metodo Sky non mi piace. Forse sono invidioso perché mi fa perdere in tante occasioni, come alla Vuelta di quest’anno, ma quando devi confrontarti con rivali che hanno mezzi sproporzionati rispetto a te, ti senti debole e impotente. E poi non mi piace come corrono».

Da dove inizierà il tuo 2018?
«In Argentina, alla Vuelta San Juan. In inverno penso molto agli errori commessi nel corso dell’anno, a come si potrebbero battere i rivali, progetto la nuova stagione tra gare e ritiri, insomma guardo al futuro. Vincenzo ha scelto il Tour e poi il suo an­no sarà incentrato sul mondiale di Inn­sbruck, adatto alle sue caratteristiche, che preparerà disputando la Vuelta. Nel mio gruppo di allenamento nel 2018 avrò Bonifazio, è la mia scom­messa. Da buon velocista è un po’ una testa matta, va gestito. Deve partire forte, anche fare cose che non gli piacciono, come la palestra».

Un sogno che il “ds dell’anno” deve ancora realizzare?
«La maglia iridata con Vincenzo e poi c’è la cicatrice ancora aperta dell’Olim­piade. Sono legato al Brasile e in particolare a Rio, in passato ho lavorato con Pagliarini e Fisher, il presidente della Federciclo e grande costruttore di bici Bruno Caloi, quando lavoravo tra i dilettanti e non c’erano i soldi per le trasferte, mi pagava i biglietti per andare a correre là e far crescere il loro movimento, aveva una bella visione, non era il solito politico sportivo che pensava al suo orticello, era miliardario e voleva far del bene. Sarebbe stato bel­lo vincere a casa sua. È rimasto un conto aperto, ho letto che a Tokyo 2020 potrebbe esserci un bel po’ di salita, valuteremo quando sarà approvato definitivamente il percorso... Intanto po­tremo riscattarci già al prossimo mondiale, Innsbruck ci offrirà una bella occasione».

Giulia De Maio, da tuttoBICI di dicembre
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COMMENTI
31 dicembre 2017 13:25 froome
Mi dispiace che Slongo se ne sia andato dall'Astana, ma nello stesso tempo mi fa piacere che quando vado a vedere una corsa ho in lui un punto di riferimento quando mi avvicino al team Bahrein. Dopodichè non capisco le critiche che gli vengono mosse di tanto in tanto da una nota rivista del settore. Mi pare che quest'ultimi siano rimasti ai tempi di Coppi e Bartali.

Complimenti Paolo
31 dicembre 2017 22:58 blardone
Sei salito in sella al tempo giusto .Tanti Auguri di una grande stagione . In bocca al lupo Direttore . Blardone Andrea

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