CAIRO, E FALLO UN MONUMENTO ALLA UAE

di Cristiano Gatti

Formalmente vince Carapaz e tanti complimenti a lui, ma nella sostanza è un'altra vittoria della Uae. A costo di passare per fanatico, specificherei ulteriormente: è la vittoria di Del Toro. Il ragazzino somiglia tremendamente a Pogacar, nella postura e nella facilità, è soltanto più alto, ma come lui riesce a stupire ogni giorno di più: vederlo vincere girato all'indietro la volata per il secondo posto, cioè volata vera e importante, volata di abbuoni, cos'altro è se non un segno di salute, di forza, di personalità, soprattutto di superiorità totale. E' prestissimo per bollarlo come un altro campione, men che meno del livello Pogacar, ma certi segnali cominciano a lampeggiare. Tocca al Giro chiarirci tutti i dubbi.

Intanto.

Noi esultiamo per un bel Tiberi e per un discreto Ciccone, ma non possiamo essere così patrioti da nasconderci la sostanza: è ancora e sempre dominio Uae. Restano in quattro nei primi sette, ma questo in fondo è solo un dato numerico: c'è di più. Mentre gli acuti osservatori continuano a tenere in piedi la letteratura della squadra dilaniata, occhio perchè la rivalità cova, presto o tardi Ayuso e Del Toro arriveranno alla resa dei conti, magari alle mani, rimane la realtà concreta di uno squadrone che anche senza il suo semidio Pogacar impone comunque una dittatura.

Dirà il partito dell'opposizione: è una nuova dittatura della noia. L'anno scorso dell'uomo solo, stavolta di squadra. Il che vorrebbe suonare come un rischio, un pericolo, un limite del Giro immaginato libero ed equilibrato, aperto e imprevedibile.

Niente da fare, siamo punto e a capo. Io però direi: ne avesse altre, il Giro d'Italia, di squadre monotone e noiose come la Uae. Riconosciamolo, senza timore di passare per lecchini e venduti: alla Uae, la Cairo Corporation dovrebbe erigere monumento in piazza, perchè da due anni glielo tiene in piedi. Prima con Pogacar, ma anche stavolta senza Pogacar, portando i due ragazzi più promettenti della loro generazione.

Questo si chiama rispetto, si chiama serietà, si chiama grandezza. Un Dream Team che guida il ranking mondiale, che già vince tutto, arriva affamato anche al Giro. Non tutti gli squadroni possono dire le stesse cose, parlare la stessa lingua.

Certo come tutti i più forti in tutti i campi della vita, anche la Uae sa di diventare antipatica. Più che altro, presa a freccette dall'invidia. Ma fa parte del gioco, meglio, del livello: più li guardano dal basso, più tirano sassate. E comunque: ciascuno è libero di prendere lo strapotere Uae con belle parole o con maleparole. Resta il fatto che a metà Giro l'abbondanza di questo team sfiora visibilmente l'opulenza, quasi lo spreco, il che può fungere persino da deterrente frustrante sulla concorrenza.

Dice l'astuto: aspettiamola sulle montagne, l'imbattibile Uae, aspettiamo i suoi dualismi alla prova vera dell'altura. Aspettiamo, come no. A me non sembra noia, sembra l'esatto contrario. Sono proprio curioso di vedere come faranno i Roglic e (purtroppo) i Tiberi quando partiranno a turno McNulty e Yates: che fanno, li inseguono tutti, così poi gli Ayuso e i Del Toro vanno via ancora più facili in contropiede?

Diciamoci la verità: è un maledetto affare, questo affollamento Uae in classifica. Si può marcare un bersaglio solo, diventa davvero proibitivo marcarne tre o quattro. Eppure è quello che sta venendo fuori in vista della famigerata terza settimana: la Uae in versione collettivo, prepotente come nella versione individuale dell'anno scorso. Idee? Proposte? Pronostici? Tutti hanno ragione e nessuno ha torto, anche quelli che dicono troppi solisti non fanno un coro. Può essere. Ma torno a dire: se la Uae ha un problema, non lo cambierei mai con quello degli altri. Mi terrei stretto il mio grosso problemone.



 

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