Un ciclismo tutto da «sfruttare»
di Gian Paolo Ormezzano
Il Giro comunque di Pantani ci suggerisce, dopo tanti entusiasmi, alcune tristi considerazioni, che non riguardano comunque la faccenda dell’ematocrito (della quale cerchiamo di dire la nostra, in breve, alla fine di questa rubrica), anche perché pensiamo che il patrimonio di esperienze e affetti raccolto in tre settimane per l’Italia non debba, non possa comunque essere trascurato, anzi:
una folla enorme, appassionata e anche giovane, su quasi tutte le strade rosa e specialmente su quelle difficili, «dure» del sacrificio di pedalatori e anche spettatori, dice fra l’altro che il ciclismo ha, fuori dal puro rapporto sentimentale e fisico che si verifica sui suoi itinerari, un potenziale di utenza enorme dal punto di vista pubblicitario;
∑ tale potenziale è sfruttato in parte minima, ridicola, e il perché - a quasi mezzo secolo dalle prime, pionieristiche introduzioni di pubblicità extraciclistiche sulle maglie dei corridori, in anticipo sul resto del mondo dello sport - diventa misterioso: troppo facile e approssimativo dire, che, per tanti anni nel passato e anche per il presente, la colpa era, è di esperti pubblicitari incapaci o prevenuti o votati cioè magari venduti ad altri sport;
∏ resta il fatto che, con microscopiche partecipazioni di folla e minima visibilità televisiva, altri sport - il golf e la motonautica off-shore e la vela da miliardari eccetera - rastrellano miliardi di sponsorizzazioni, e pazienza se con qualche sospetto di utilizzazione di certi meccanismi finanziari a scopo di scarico delle tasse e di imboscamento di capitale all’estero;
π gli sponsor del ciclismo italiano sono appassionati, generosi, tifosi, ma quasi tutti piccoli, molto piccoli (Mapei a parte). Grandi nomi come Fita e Omnitel sponsorizzano il Giro, non le squadre. Si legga l’elenco degli sponsor diretti delle squadre nostre, non ce n’è uno da gotha dell’economia, della finanza, dell’industria, del commercio. Si pensi al Giro delle squadre straniere, con sponsor che si chiamano Banesto, Vitalicio Seguros, Once, TVM, ciè giganti delle banche, delle assicurazioni, delle cominicazioni...;
Œ sarebbe assai opportuno invitare al Giro, trascinare al Giro, precettare per il Giro pubblicitari notissimi, validissimi, perché si rendano conto dell’enorme potenziale umano che si offre sulle strade: e diciamo di brava gente, gente che sa lavorare, che sa capire i buoni, validi, onesti messaggi pubblicitari (a meno che la gente così, non facilona e non fessa, sia poco amata perché conquistabile soltanto con proposte molto serie, dunque impegnative, impegnate ed impegnanti).
Cinque considerazioni che potrebbero essere dieci, venti, cento se ci addentrassimo nel problema considerandone tutte le sfaccettature. Ma a noi, qui, basta dire che il ciclismo e specie quello del Giro, è una grande occasione perduta dai pubblicitari. E dai ciclisti, che potrebbero avere, che anzi meriterebbero senz’altro una opulenza generale, omaggio alle loro grandi e tutto sommato pulite fatiche.
Ma cerchiamo di tornare almeno un po’ al mistero di un’assenza dei maghi della pubblicità nel mondo del ciclismo. E se la semplicità di questo sport e della sua gente costituisse una preoccupazione di pubblicitari allenatissimi a fregare un’utenza smagata, smaliziata ma in fondo aggirabile con le sue stesse armi potenziate e rivolte verso di essa? Se un prodotto reclamizzato dal ciclismo, dai ciclisti, non potesse permettersi di essere un bluff, una finzione, un travestimento, una mezza fregatura? E se dunque con altri sport, di alto potere ipnotico e di minore contatto semplice con la folla, fosse più facile circuire, ingannare, buggerare, bidonare l’utenza?
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Riassunto di tre settimane e passa al Processo alla tappa: ci siamo presi, lì nel tendone del dopogara, Paolo Savoldelli come figlio adottivo, lo abbiamo fatto crescere con esortazioni e fiducia, lo abbiamo lanciato in discesa e non solo. La televisione ha poteri inquietanti, e spesso li usa male, ma stavolta ci sembra che il personaggio sia stato irradiato di attenzioni provvide, e non spupazzato tanto per spupazzare.
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Così, in forma quasi di post scriptum, un pensierino non tanto sul caso dell’ematocrito di Pantani, quanto su Pantani. Molta gente ha subito metabolizzato la faccenda, grazie anche alla tappa bella e vera che ha deciso il duello Gotti-Savoldelli. Fra questa gente non si vede perché non possa entrare lo stesso Pantani, troppo grande campione per afflosciarsi di fronte a una goccia di sangue.
Pensiamo che la sua romagnolità praticata, cioè la sua grande reattiva filosofia di vita, gli permetta di considerare l’aspetto bislacco della faccenda: c’è al Giro un controllo, ce n’è un altro, c’è sovrapposizione, si parla di persecuzione, lui chiede che ci sia un controllo solo e dice di quale tipo, per questo persino bisticcia con Tafi, al penultimo giorno del Giro lui cade vittima del controllo che in fondo è stato voluto proprio da lui. Ecchè, si sarebbe dovuto nascondere tutto, dando il via ad un perverso bordellistico gioco di rivelazioni, di ricatti? Non c’era altro da fare che rendere pubblico l’esito e, per Pantani, di subirne le conseguenze. Proprio lui che...
Fa ridere, no?
Gian Paolo Ormezzano, torinese, editorialista de “La Stampa”
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