Editoriale
Pantani non corre. Pantani chiede ancora un po’ di tempo, non se la sente di tornare nuovamente in gruppo. Sorpresa. Sorpresa generale. Non per noi: e scusateci per l’immodestia. Pantani non corre perché non ha mai detto di volerlo fare. Pantani non sorride perché ha sempre detto e ripetuto con una buona dose di ossessione che dentro di sé trova solo elementi per non sorridere. Pantani non si sente più a suo agio nel gruppo perché di quel gruppo non nutre più stima: troppi l’hanno usato e poi dimenticato.
Noi non vogliamo entrare nel merito dei suoi pensieri - che rispettiamo, come abbiamo sempre fatto - ma ci limitiamo a dire che Pantani è sempre stato chiarissimo. Nel suo stato confusionaldepressivo è sempre stato lineare. «Non sto bene» ha ripetuto, sempre. Solo chi gli sta (va) attorno, chi aveva il dovere di fare chiarezza, di scuoterlo, di farlo ragionare, di strigliarlo se era il caso, non è stato chiaro. Ha giocato sull’equivoco, sulla menzogna, sulle bugie. Fino all’ultimo. E noi di tutto BICI non siamo mai caduti nel giochetto. Non perché siamo i più intelligenti o scaltri del gruppo. Più semplicemente perché ci siamo limitati a scrivere, sempre e soltanto quello che lui ci diceva. E Marco non ci ha mai detto: «Ragazzi, finalmente mi sento benone, leggero come una piuma. Non vedo l’ora di tornare a fare i miei numeri in giro per il mondo». Non l’ha mai detto, e chi l’ha scritto (e sono in molti), non hanno fatto altro che stare al gioco di quei geni della comunicazione targati Mercatone Uno. Dopo i fattacci di Madonna di Campiglio, sul numero di luglio di tutto BICI titolammo il servizio dedicato al dramma Pantani «Il ritorno difficile». Sempre sul quel numero ipotizzammo che il romagnolo non sarebbe più tornato a gareggiare per quell’anno. Anche in quella circostanza fummo facili profeti. Sempre peccando d’immodestia, vi invitiamo a rileggere con attenzione l’intervista a Pantani raccolta dal nostro Angelo Costa e pubblicata su tuttoBICI del mese scorso. Pantani ci ha concesso di entrare in casa sua la sera dell’11 febbraio: appuntamento a Cesenatico, alle ore 18.A pochi giorni dal suo ritorno alle competizioni in Spagna. Se andate a rileggere quell’intervista dal titolo «Che fatica tornare Pantani», troverete dei passi significativi dello stato d’animo del Grande Pelato.
Nel servizio di Costa si legge: Come stai? «Così, così. Ci sono alti e bassi, sicuramente sto peggio di un anno fa... Comunque». In sintesi? «I sentimenti non si possono raccontare. Ad ogni modo, sento che sto peggio». Ti senti diverso rispetto a prima? «No, ho soltanto altri pensieri». E hai paura di non farcela? «Sì. La serenità è alla base di tutto, in qualsiasi lavoro quando non sei tranquillo non riesci ad esprimerti al meglio. Però mi stanno aiutando in parecchi».
E ancora: Quando ti sei alzato dal letto e hai pensato: “ecco, ci siamo”? «A dire il vero non mi sono ancora alzato...». Sembri poco convinto... «Lo sono, lo sono».
Inutile che vi stia a ricordare i servizi apparsi sui maggiori quotidiani sportivi e non, in quei giorni. Paginate dai toni trionfalistici. Cariche di speranza e di menzogne. La cosa che più dà fastidio di tutta questa vicenda - la vicenda Pantani - è che si è speculato troppo su questo ragazzo che per molti inizialmente ha fatto solo i capricci. Pochi, pochissimi si sono dati da fare per capire i perché di questo stato d’animo. Forse, adesso, dopo dieci mesi semplicemente stucchevoli, ci si è accorti che non era sufficiente una pacca sulla spalla e un numero sulla schiena. Questo probabilmente sarebbe risultato sufficiente a luglio, per tornare alle corse dopo i forzati 15 giorni di stop.
«Scusate, non sappiamo cosa e come possa essere successo tutto questo, ma vedremo di tornare più forti di prima» avrebbero dovuto dire.Invece si sono fatti in quattro per gridare in coro allo scandalo, al sabotaggio, mettendo in dubbio l’efficienza delle apparecchiature usate e ipotizzando uno scambio di provette. Risultato: Pantani nell’occhio del ciclone, il ciclismo e i suoi protagonisti guardati a vista, il pm Giardina impegnato a dimostrare che le apparecchiature usate erano tarate benissimo e che l’esame del DNA (vogliamo parlare degli avvocati della Mercatone Uno che l’hanno richiesto?), non ha fatto altro che confermare che il sangue era realmente di Pantani. E poi che dire della conferenza stampa di Treviso, nella quale Marco annunciò al globo intero «Correrò il mondiale»? Da quel momento in poi è incominciato il tormentone degli annunci e dei contro annunci. Chi li faceva, chi li ha alimentati? I giornalisti? Si inventavano loro la data dei rientri, di un possibile ritorno alle competizioni? Certo che no.Erano i solerti uffici stampa ad alimentare questo fastidioso minuetto. Intanto, però, Pantani continuava dal canto suo a ripetere sempre le stesse cose, soprattutto non mancava mai di far trasparire dalle sue parole il proprio disagio. E invece di cercare di capirlo, di aiutarlo (molti si sono limitati ad assecondarlo), i dirigenti della Mercatone Uno si sono limitati a proseguire le loro contrattazioni da mercato del pesce. Gli sponsor? Trattati come partner da spennare. Quella “campagna” non andava fatta; quella foto non potete usarla; quel primo piano non andava bene; quella scritta è da spostare. Loro, i Mercatone, a “trattare” un Pantani che non c’è più, con l’arroganza di chi crede di averlo ancora.
Pantani avrà anche le sue colpe, e chi non le ha? Marco avrà anche sbagliato. Sarà pure un inguaribile testone, ma attorno a lui invece di creare un fortino di gommapiuma in grado di salvaguardarlo e proteggerlo, è stato eretto un bunker di cemento armato. Duro, durissimo da superare, come questo momento.

Pier Augusto Stagi
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