Scripta manent
Beau geste, da De Gendt ad Arnold

di Gian Paolo porreca

Di agosto, di estate, ma in assoluto tutto l’anno, non siamo sensibili al potere dei gomiti, all’anarchia dell’arrembaggio. Sarà pure il contesto ci-vile e globale ultras e fanatico in cui si vive, e che dal dark quotidiano ci allontana e ci rende malinconicamente estranei, ma sentiamo vivo il desiderio, per quanto intimo e poco apprezzato, come Me­nandro al tempo di Plau­to, di un potere diverso. Vo­gliamo il potere ancora, ma sia ben chiaro non di retorico fair play parliamo, del Bel Gesto. Nello sport e nella vita, nella vita dello sport.

Il desiderio di un bel ge­sto leale, di un sorriso, di due mani che si stringano e non si scontrano. Ci pensavamo ieri l’altro, al pa­radigma che ci mancava per una migliore e più ampia traslazione del concetto, e ci è ar­rivato così, il flash, con la no­tizia di agenzia della scom­parsa di Reginald Ar­nold, il pistard australiano che fu il partner prediletto di Ferdinando Terruzzi, nell’epoca d’oro delle Sei Giorni. Per inciso, scomparso a 92 anni, longevo come il suo compagno di ventura Ter­ruz­zi, da noi amatissimo, fi­nito a 90 anni o giù di lì.
Bene, cosa c’è di più emblematico di quel gesto rapidissimo e possente al tempo stesso, del cambio fra due seigiornisti? In quell’atto c’è l’amicizia, la complicità, il sussurro del pensiero e la determinazione di un progetto.... Il cambio fra Terruzzi e Arnold, come quello fra Bughahl e Renz, fra Post e Pfenninger, è stato una ipotesi di futuro, giammai un tradimento del passato. Quell’amicizia, fatta su una ellisse che è meno rotonda ancora della vita, raccontava Arnold, che portava lui e Terruzzi, lui da Melbourne il nostro da Sarteano, a cercarsi ancora, cinquanta anni dopo la fine della carriera, co­me minimo per gli auguri di Natale.

I gomiti delle volate in de­bito di fiato ci saranno sempre, in vista della fettuccia di arrivo, sia nel ci­clismo come nella esistenza di tutti i giorni, ma che bel­lo, lontani da Nacer Bou­han­ni o dalla memoria di Ron Baensch, un australiano co­me Arnold ma dall’animo acre, idealizzare il gesto di due mani che si stringono e non si oppongono.

E ci era sorto questo spunto, guarda caso al Tour appena finito, ammirando la stretta di ma­no di Thomas De Gendt, che scivolava indietro, a War­ren Barguil, in ma­glia a pois, che si inoltrava in avanti, sul­l’Izoard. De Gendt, l’attaccante dai traguardi forti, lo Stelvio, il Ven­toux, con quel gesto ri­co­nosceva la superiorità del più giovane avversario e firmava il suo pieno diritto a quella maglia a pois, per cui tanto avevano combattuto si­no allora. De Gendt, senza aver mai corso una Sei Gior­ni di inverno, con quella ma­no tesa verso l’altra, conquistava una corsa finita di lu­glio. E una ammirazione in­finita.

E ci ritornavano in men­te le cortesie di corsa, senza malizia soverchia. Gianni Bugno che la­scia passare e vincere Charly Mottet sul Pordoi, al Giro del ’90. O Laurent Jalabert, che nella Vuelta ’95, a Sierra Ne­vada, raggiunge ma non stacca Bert Dietz, stremato attaccante della prima ora, e anzi lo scorta al traguardo, consentendogli una vittoria ormai insperata. E an­cor più, Sep Vanmarcke che al Fian­dre 2016 vinto da Sagan la­scia il secondo po­sto a Fa­bian Cancellara, alla sua ultima apparizione (dopo tre suc­cessi) nella classica fiamminga, e si fa quasi di lato, minimo, per consentirgli lo spazio assoluto dello schermo e della platea, come ad unirsi anche lui agli ap­plausi del congedo. Sono strette di mano, lo si pensi anche in ma­niera diversa, an­che queste, che appartengono ai mo­di virili delle Sei Giorni. E non ascrivibili all’ampio e ta­lora enfatico re­pertorio del fair play.
Diamoci una mano, e sarà l’unico modo - “facciamo gruppetto” -, per non restare soli. Beau geste.
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