Di agosto, di estate, ma in assoluto tutto l’anno, non siamo sensibili al potere dei gomiti, all’anarchia dell’arrembaggio. Sarà pure il contesto ci-vile e globale ultras e fanatico in cui si vive, e che dal dark quotidiano ci allontana e ci rende malinconicamente estranei, ma sentiamo vivo il desiderio, per quanto intimo e poco apprezzato, come Menandro al tempo di Plauto, di un potere diverso. Vogliamo il potere ancora, ma sia ben chiaro non di retorico fair play parliamo, del Bel Gesto. Nello sport e nella vita, nella vita dello sport.
Il desiderio di un bel gesto leale, di un sorriso, di due mani che si stringano e non si scontrano. Ci pensavamo ieri l’altro, al paradigma che ci mancava per una migliore e più ampia traslazione del concetto, e ci è arrivato così, il flash, con la notizia di agenzia della scomparsa di Reginald Arnold, il pistard australiano che fu il partner prediletto di Ferdinando Terruzzi, nell’epoca d’oro delle Sei Giorni. Per inciso, scomparso a 92 anni, longevo come il suo compagno di ventura Terruzzi, da noi amatissimo, finito a 90 anni o giù di lì.
Bene, cosa c’è di più emblematico di quel gesto rapidissimo e possente al tempo stesso, del cambio fra due seigiornisti? In quell’atto c’è l’amicizia, la complicità, il sussurro del pensiero e la determinazione di un progetto.... Il cambio fra Terruzzi e Arnold, come quello fra Bughahl e Renz, fra Post e Pfenninger, è stato una ipotesi di futuro, giammai un tradimento del passato. Quell’amicizia, fatta su una ellisse che è meno rotonda ancora della vita, raccontava Arnold, che portava lui e Terruzzi, lui da Melbourne il nostro da Sarteano, a cercarsi ancora, cinquanta anni dopo la fine della carriera, come minimo per gli auguri di Natale.
I gomiti delle volate in debito di fiato ci saranno sempre, in vista della fettuccia di arrivo, sia nel ciclismo come nella esistenza di tutti i giorni, ma che bello, lontani da Nacer Bouhanni o dalla memoria di Ron Baensch, un australiano come Arnold ma dall’animo acre, idealizzare il gesto di due mani che si stringono e non si oppongono.
E ci era sorto questo spunto, guarda caso al Tour appena finito, ammirando la stretta di mano di Thomas De Gendt, che scivolava indietro, a Warren Barguil, in maglia a pois, che si inoltrava in avanti, sull’Izoard. De Gendt, l’attaccante dai traguardi forti, lo Stelvio, il Ventoux, con quel gesto riconosceva la superiorità del più giovane avversario e firmava il suo pieno diritto a quella maglia a pois, per cui tanto avevano combattuto sino allora. De Gendt, senza aver mai corso una Sei Giorni di inverno, con quella mano tesa verso l’altra, conquistava una corsa finita di luglio. E una ammirazione infinita.
E ci ritornavano in mente le cortesie di corsa, senza malizia soverchia. Gianni Bugno che lascia passare e vincere Charly Mottet sul Pordoi, al Giro del ’90. O Laurent Jalabert, che nella Vuelta ’95, a Sierra Nevada, raggiunge ma non stacca Bert Dietz, stremato attaccante della prima ora, e anzi lo scorta al traguardo, consentendogli una vittoria ormai insperata. E ancor più, Sep Vanmarcke che al Fiandre 2016 vinto da Sagan lascia il secondo posto a Fabian Cancellara, alla sua ultima apparizione (dopo tre successi) nella classica fiamminga, e si fa quasi di lato, minimo, per consentirgli lo spazio assoluto dello schermo e della platea, come ad unirsi anche lui agli applausi del congedo. Sono strette di mano, lo si pensi anche in maniera diversa, anche queste, che appartengono ai modi virili delle Sei Giorni. E non ascrivibili all’ampio e talora enfatico repertorio del fair play.
Diamoci una mano, e sarà l’unico modo - “facciamo gruppetto” -, per non restare soli. Beau geste.
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