Editoriale

È tempo di Vuelta, dopo il tempo del Tour deciso dal tempo. Bella la Grande Boucle, confezionata bene, proposta meglio. Un po’ grossa, sempre un po’ troppo invasiva, complessa e complicata, lenta nei movimenti, però inclusiva. Ecco, il Tour nonostante sia un pachiderma di dimensioni considerevoli avvicina anziché allontanare. Tutto è fatto in modo che sia collegato e che giri attorno all’evento. Il palco foglio firma collegato al villaggio, e questo attaccato al paddock dei motorhome: tutto in poche centinaia di metri, dove la gente vaga, vede, selfa e surfa. Il Tour è inclusivo, il villaggio del Giro divisivo: con tutte le sue barriere, i suoi limiti e le sue lontananze. Il palco firma da una parte, il paddock posto anche a chilometri dal foglio firma, con gli appassionati che sono costretti a scegliere: o vanno da una parte o dall’altra, quindi con un grosso problema di dispersione, polverizzazione e con gli sponsor che non gradiscono e si lamentano. Vabbé, mi ripeto, sto diventando prevedibile, ma prevedo anche che non cambierà nulla e si liquiderà tutto con un semplice: noi siamo noi e loro sono loro. Se non con un distinguo: i francesi possono fare certe cose perché sono più ricchi e dispongono di più risorse. Nulla di più falso. Certe cose si fanno con il buon senso e una buona organizzazione: basta vedere, studiare, riportare, copiare e riproporre. Ma noi ci crediamo più furbi e soprattutto più creativi: questo è il nostro vero problema. Ci vediamo ancora al centro di un mondo che, invece, si è allargato e ci ha lasciato semplicemente in un angolo. 
 
FINE TEMPO PER LE CRONO. Meno male che Froome e gli Sky di Kwiatkowski non sono venuti quest’anno al Giro, altrimenti con 70 chilometri contro il tempo col cavolo che saremmo arrivati a giocarci la corsa rosa nell’ultima crono. In questo numero di tuttoBICI raccogliamo la provocazione di Davide Cassani, il ct azzurro, che la butta lì: basta cronometro nei Grandi Giri. Proposta che io in tutta franchezza rimando al mittente: chi vuole essere considerato un corridore da Grandi Giri deve avere doti di resistenza e recupero (quindi tre settimane) e sapersi districare su ogni terreno, quindi anche nelle prove contro il tempo. Questa però è la mia opinione, che vale per quella che è: il dibattito è aperto.
 
CON IL CUORE IN PACE. E adesso sotto con la Vuelta, che scatterà tra pochi giorni dalla Francia, da Nîmes. Cast d’eccezione, stellare, ad incominciare dal Fab Four Chris Froome, quello che vogliono far passare per il nuovo Armstrong, che corre solo il Tour poi sparisce. Va bene tutto, ma ogni anno il sudafricano bianco si corre il Giro di Spagna, un anno fa - non un secolo - ha perso la Vuelta per un niente, ed è in ogni caso arrivato secondo. Il suo team manager è convinto che andrà più forte che al Tour, perché la preparazione andrà in crescendo: se così fosse, tenetevi forte e, soprattutto, mettiamoci il cuore in pace. Anche se io in Nibali credo e crederò fino alla fine. Così come spero possa correre ancora a buoni livelli il nostro Fabio Aru. 
 
GÉRANTS. Detto questo, guardo avanti e torno al Giro. È presto, lo so, però è bene muoversi, soprattutto è necessario che il buon Mauro Vegni  -che questa corsa tiene in piedi con assoluta competenza - abbia anche a propria disposizione le munizioni necessarie per potersi garantire il prossimo anno (il via da Gerusalemme) un cast d’eccezione. Fin quando non saranno presentati i percorsi di Giro, Tour e Vuelta si può dire poco, perché i corridori e i loro dirigenti vogliono studiare i tracciati prima di fare delle scelte. Al momento, però, Nibali il prossimo anno correrà Tour e Vuelta, anche in chiave mondiale di Innsbruck (Austria), particolarmente duro e quindi adatto ai passisti scalatori. Stesso discorso vale per Fabio Aru, che l’ha già detto a chiare lettere: «Voglio tornare al Tour quanto prima». Froome difficilmente verrà (punta alla cinquina francese), Quintana sicuramente girerà alla larga, Dumoulin pensa anche lui alla Francia, i francesi, ad incominciare da Bardet e Barguil, pure: insomma, si rischia davvero un cast di seconde scelte, poi raccontiamocela pure che tecnicamente il nostro tracciato è più bello e vario. La corsa la fanno i corridori: quelli buoni, però. Non pretendo dei géants, ma dei gérants: non dei giganti, ma almeno dei leader.
 
Pier Augusto Stagi
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