Sarà proprio una stagione succulenta e particolare: finalmente, si chiude qui la grande ipocrisia italiana. Parlando di ciclismo attivo e praticato - che noia questo inverno di politica elettorale e regolamentare -, la popolazione sarà finalmente chiamata (obbligata) a schierarsi. O di qui o di là. O uno o l’altro. O Nibali o Aru.
Sinora ci siamo crogiolati nell’idillio sentimentale. Ci siamo barcamenati nel viva tutti. Tifo bifronte. Loro due nella stessa squadra per anni, mai - o quasi - nelle stesse gare, facile la recita del matrimonio felice e della reciproca solidarietà. E noi tutti a vivere di rendita: per Nibali&Aru, come un unico marchio, come una cosa sola. Come la formula chimica dell’acqua. Il ciclismo italiano sorretto e nobilitato da questo binomio. Bello, rassicurante, confortevole. Ma contro natura. Perché non esiste proprio che un tifoso possa tifare di tifo vero per due miti contemporaneamente. Mai incontrato in vita mia un milanese che tenga per il Milan e per l’Inter, o un romano per Lazio e Roma, o un sabaudo per Toro e Juve. Mai. Se qualcuno ne conosce, lo segnali subito alla forza pubblica. È sicuramente un tipo pericoloso. Per sé e per gli altri.
Se Dio vuole comunque è finita. Aru è il capitano dell’Astana, Nibali fa il capitano altrove. Finalmente separati e avversari. Appuntamento al Giro, salvo scaramucce e dispetti in qualche incrocio primaverile. A maggio, per noi è finita. Non c’è più spazio per il politicamente corretto alla Veltroni, tengo alla Juve ma anche alla Roma, tengo a Nibali ma anche ad Aru, tengo ad Aru ma anche a Nibali. Ma che roba è, ma che passione è: si può cambiare moglie, nella vita, ma non ho mai visto nessuno cambiare squadra o campione. Io tengo all’Atalanta, da bambino e da adulto, sicuramente anche da salma, mai mi sognerei di tenere per qualcos’altro. Ci mancherebbe. E sarà bene che se lo metta in testa il tifoso di ciclismo: anche il più moderato ed ecumenico, anche il più veltroniano dei buonisti, da maggio non riuscirà più a raccontarsela. Quando attaccherà Nibali, quando attaccherà Aru, bisognerà ascoltarsi dentro, emozioni e frequenza cardiaca, per capire finalmente chi davvero ha occupato il nostro cuore.
Era ora. Nel ciclismo, in particolare, sappiamo come funziona il gioco. Il fascino e il divertimento stanno tutti nel più radicato valore che la storia conservi: la Rivalità. Non starò qui a ripeterle tutte come un rosario. Mi limito a ricordare che tutte le epoche più felici del ciclismo sono quelle vissute sull’altalena della Rivalità. Anche quando c’era un campione evidentemente più forte di tutti, puntualmente aveva vicino uno sparring partner - il Mazzinghi di Benvenuti - che le prendeva, ma quante ne dava. E la gente pronta a schierarsi. A dividersi. Per questo o per quello, per il divo o per la spalla. Ma mai per tutti e due.
Sarà un piacere, sarà finalmente un tempo di chiarezza e di spettacolo, poterci dividere di nuovo. Loro due hanno tutto per spaccare la nazione. Tanto per cominciare non si amano e non fanno nulla per fingere di amarsi. Si stimano e si rispettano, ma come io stimo e rispetto l’urologo che controlla la prostata. Nibali sa che Aru può diventare pericoloso, Aru sa che Nibali lo è, ma non per questo si fanno da testimoni alle nozze. Entrambi non vedono l’ora di mettere sotto, alle spalle, staccatissimo, il rivale. Anche umanamente hanno tutto per dividere. Nibali è diretto e ruvido, Aru è diplomatico e felpato. Uno è l’esperienza, l’altro è la novità. Uno la certezza, l’altro la speranza. Uno è siculo e uno è sardo. Più tutto il resto, che ciascuno percepisce in base ai propri gusti e alle proprie aspettative.
Tocca a loro rastrellare il consenso. Da maggio, senza elezioni, l’Italia sportiva del ciclismo torna finalmente ad essere un paese bipolare. Basta con la grande coalizione, con l’ammucchiata facile e confusa. Si torna agli schieramenti contrapposti. Nibali e Aru reciteranno la loro parte, in uno scontro diretto che non possono più evitare, attenuare, mascherare. Ma la parte principale toccherà a noi, finalmente obbligati a uscire dal comodo torpore di un tifo tiepido ed effemminato. Dal viva tutti al viva uno solo, il mio. Che lo si voglia o no, finalmente saranno tutti chiamati al passo più importante e più scomodo, che si presenta sempre ad ogni incrocio della vita: scegliere.
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