Questo genere di faccende è sempre noioso e seccante, perché per loro natura le guerre - sotterranee e di superficie - della politica si portano sempre dietro molta nebbia, molto fumo, molto grigio. È fatica, stare dietro alle singole mosse e ai giochi acrobatici delle parti in causa. Si perde il filo, qualcuno ci perde il sonno, ma sostanzialmente si vive l’evoluzione della storia con fastidio e distacco. Ne faremmo volentieri a meno. Salvo però scoprire che anche buttandole fuori dalla porta, le vicende politiche ci rientrano puntualmente dalla finestra. Perché senza accorgerci finiscono per cambiare - anche radicalmente - la nostra tranquilla vita quotidiana. Le nostre stesse certezze.
È per questo che il direttore Stagi, ben sapendo di rifilare martellate sugli alluci ai suoi lettori, non molla comunque un millimetro sulla famosa questione della Grande Riforma. Lui è sicuramente il numero uno in questo genere di faccende: non conosco altri, nel mondo giornalistico, dotati di pari pazienza e di uguale sopportazione. Certe volte gli do del Tafazzi, tanto ama sobbarcarsi certe prove di fatica, che stroncherebbero non soltanto le persone normali, ma anche dei robusti tori andalusi. Ognuno però ha le sue virtù, e Stagi - posso assicurarlo - ha quella di studiare fino all’esaurimento anche le materie e le documentazioni più disumane. Dev’essere che ha pure un fondo di inguaribile autolesionismo…
E comunque, dato a Cesare quel che è di Cesare e al direttore quel che gli spetta, consapevole che posso fare il lecchino fino all’esaurimento senza ottenere un euro d’aumento, vengo al sodo. Della Grande Riforma ho ben chiara soltanto una cosa (forse questa l’ho compresa come e magari più dello stesso Stagi): non è il normale studio di un settore per crescere e migliorare, ma un brutale braccio di ferro tra Uci e Aso (cioè Tour) al fine di stabilire una volta per tutte chi comanda di più. Ebbene, da come s’è messa la questione, credo che chiunque possa arrivare alla medesima conclusione: comanda più la società privata (Aso-Tour) dell’istituzione politica (Uci). Che poi sia la stessa Federazione mondiale ad annunciare il Grande Accordo e la Grande Pace, conferma ancora di più questa verità: chi ha vinto davvero (Tour) è ben felice di lasciare a chi ha piegato il capino almeno l’onore di uscirne bene, come se fosse una conquista sua. Nessun teatrino e nessuna cerimonia ipocrita possono nascondere però la cruda realtà dei fatti: per non mandare a monte tutto quanto, per tenere l’Aso e il suo impero dentro il World Tour, l’Uci ha dovuto portare il World Tour dentro l’Aso. Una resa senza condizioni. Altrimenti a livello ciclistico la Francia avrebbe fatto come il Regno Unito con l’Europa. Una Francexit.
Devo dire che un aspetto positivo c’è: con la galassia Tour dentro, il World Tour (l’umorismo involontario sta anche nella definizione) resta una cosa seria. In caso contrario, avremmo una farsetta. Lascio poi al sommo Stagi seguire passo passo le prossime tappe della confusa evoluzione, ancora tutta da definire. Io aggiungo soltanto un enorme timore, molto solidale: per il destino delle squadre medio-piccole (non parlo delle cialtrone). Mi sembra che non si prepari un grande futuro, per loro. Le vedo come vasi di coccio sotto la pressa, con pochissime possibilità di uscirne integre. Penso più che altro al problema - già di suo da mal di testa - del reperimento sponsor. Dove li trovi imprenditori pronti a scucire denaro per squadre che corrono poco e fuori dal mondo, male e lontane dai riflettori? Forse i team manager di queste realtà hanno già le contromisure in tasca. Glielo auguro di vero cuore. Sul serio. Perché hanno un ruolo e una funzione fondamentali, di reclutamento e di svezzamento dei futuri professionisti. Io al posto loro sarei però piuttosto pessimista. Sotto Natale, convincilo tu il cappone a non fare il catastrofista.
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