Ci viene da sorridere, in fondo, a rilevare quello che è stato appena lanciato come spot, per il Giro d’Italia 2016. “Siamo tutti olandesi”, per illustrare ed enfatizzare la partenza della edizione prossima del Giro giustappunto dall’Olanda. Crono ad Apeldoorn, e due frazioni successive incentrate sull’antica città di Nimega. Tre giorni di tulipani, anche se i ciclisti al comando fra i tulipani sono sfioriti. (Sono rimasti senza tramonto i “fiorini”).
“Siamo tutti olandesi”, come hanno sancito i vertici della RCS Sport, a siglare una terza partenza del Giro dall’Olanda in poco più di dieci anni. E già, Groningen 2002, Amsterdam 2010, Apeldoorn 2016...
“Siamo tutti olandesi”, ok, ma ci verrebbe da chiedere cosa significhi davvero per la coscienza del ciclismo di queste persone essere - ciclisticamente - olandesi.
Noi, che di questa attribuzione ci sentiamo puntualmente usurpati, per difetto nostro di comunicazione ed altrui di anagrafe, certo, chiediamo loro di chiedere lumi in merito maxime a Felice Gimondi.
Essere olandesi nel ciclismo, per Felice Gimondi, di cui si festeggerà in questo luglio i 50 anni dal successo nel Tour de France più giovane che ricordiamo - quello del ’65 -, significa innanzitutto un feeling singolare con la buona sorte italica a due ruote. E già, Gimondi, in maglia Salvarani, avrebbe fatto suo quel Tour emozionante con una cronometro finale vinta, da Versailles a Parigi. Ma non dimentica affatto come avesse recepito di buon augurio il particolare che la tappa precedente, la Auxerre - Versailles, fosse stata appannaggio di un ciclista olandese, Gerben Karstens...
Giustappunto, quel Karstens, figlio avventuroso di un ricco notaio di Leiden, che aveva già vinto l’ultima tappa di quel Tour de l’Avenir dell’anno precedente, che aveva segnato per Gimondi ancora il primo grande successo internazionale. Un viatico ottimale per certi migliori successi italiani, e di quel Gimondi italiano squisito, il singolare letterario Karstens...
Ma essere olandesi nel ciclismo, e ancora della antologia di Gimondi parliamo, e non vi crucciamo con i distinguo Knetemann/Moser, Raas/Battaglin, significa anche un approccio romantico, disincantato a questo sport. Senza accidia calcistica. Come quando Felice, e lo raccontò lui stesso all’amico Ildo Serantoni, si rese colpevole di una scorrettezza ai danni di Jos Van der Vleuten, nella tappa del Tour ’67 al Ballon d’Alsace. E che l’indomani lo avrebbe cercato, da atleta leale, per chiedergli scusa, al ritrovo di partenza.
E di come fosse rimasto senza parole a vedere che era Van der Vleuten stesso, invece, maglia Televizier, a venirgli incontro, con un fiore segno di amicizia in mano... Altro che terzo tempo della retorica comoda, quello era un tempo dei valori intimi.
Essere olandesi nel ciclismo è fondamentalmente ricordare questo. Il doping, l’inquietudine di certi anni, d’accordo, è dolorosa storia altra. Ma essere olandesi nel ciclismo è cubitalmente questo. Una inguaribile voglia di fantasia e di sorriso. È il cuore scoperto del ciclismo, senza orpelli, senza cilici.
Coraggiosamente, come proclamava tempo fa a Napoli, in un rendez-vous “Napoli incontra l’Olanda”, Jos Sluijmans, un promoter della cultura ciclistica olandese, «noi in bicicletta vogliamo andarci anche senza casco». Basta con il casco da mal di testa.
Già, quel ciclismo olandese come libertà. Dagli altri e dagli spazi reclusi e dai vincoli. Come gioco. E chissà se i vertici della RCS ricordano di Marinus Wagtmans e di quel suo gioco in certe frazioni pigre del Tour... Andare in fuga, fra gli alberi, semmai in discesa. E poi cacciarsi di lato a nascondersi fra i cespugli...
E vedere passare il gruppo di Merckx che inseguiva inseguiva inseguiva, tirava alla morte. Alla ricerca di chi non faceva affatto - “ma che fine ha fatto Wagtmans?” - più la stessa corsa
Noi - ma non sappiamo voi -, noi sì che non abbiamo mai fatto la stessa corsa, siamo stati sempre olandesi.
ORANGE.
Gian Paolo Porreca,
napoletano,
docente universitario
di chirurgia cardio-vascolare,
editorialista de “Il Mattino”
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