Gatti & Misfatti
Il ciclismo è tabù, il ciclismo è out

di Cristiano Gatti

Ho un terribile difetto: non riesco a dimenticare ingiustizie, so­pru­si e carognate. Lo so che è imperdonabile, ma proprio non ce la faccio, è più forte di me. Passassero cento anni, certe cose non le supero: sempre fresche come fossero ieri. È per questo che infliggo an­cora adesso un po’ della mia rabbia su una domenica di fine marzo, una domenica in­dimenticabile e vergognosa, una domenica colpevolmente già rimossa e digerita. Ma non esiste: qui non c’è proprio niente da digerire, qui bisogna soltanto ribellarsi, almeno a maleparole.

Come dimenticare. Quel­la domenica succedono tre cose bellissime, in formidabile contemporanea: la Ferrari vince un gran premio, Valentino Rossi pure, Paolini vince la Gand-Wevelgem. Non c’è bisogno che spenda altro inchiostro, lo sanno anche i sassi. Una trion­fale giornata del made in Italy che sa di riscossa e di or­goglio nazionale. Una tripletta che riconcilia con il tricolore e che restituisce un po’ di sano buonumore al Paese de­presso.

Eppure, proprio in quella oc­casione, per gli italiani del ciclismo la de­pressione tocca forse il suo pun­to più alto. Incredibile a dirsi: nell’apoteosi generale, nei titoloni e nei commenti che trasudano superlativi, sparisce misteriosamente Pao­lini. Nei tiggì è tutto un sottolineare il riscatto italiano. Sui giornali non ne parliamo. Ma nessuno, e sottolineo nessuno, si sente in dovere di includere la vittoria del ciclismo nel pacchetto in questo riscatto. Completamente ignorata.

Non c’è bisogno che ce lo spieghino i direttoroni: la Gand-Wevel­gem non è una classica-monumento, non è la Sanremo e non è la Liegi-Bastogne-Liegi. Lo sappiamo già da soli. Però è pur sempre una corsa storica, aristocratica, di alto livello. E comunque, per una na­zione che vince una corsa in linea seria ad ogni morte di pa­pa, resta un avvenimento. Non dico di aprirci i telegiornali, chi lo pretende. Però al­meno allegare Paolini a Fer­ra­ri e Rossi, anche solo per rafforzare ancora di più la re­torica nazionalista, questo sa­rebbe normale e doveroso. Invece niente. I ciclisti sono brutti, sporchi e cattivi. Il ci­clismo è finito. Il ciclismo è morto di doping. Questo pensano nelle redazioni, il luogo comune è passato da una scrivania all’altra, e pazienza se il ciclismo è lo sport che a livello di pratica sta nettamente in testa a tutte le classifiche di espansione, con un boom di proporzioni mondiali. Non lo sanno nelle redazioni, sono fermi ai blitz di Sanremo, orecchiano ogni tanto che un cretino viene ancora preso ai controlli antidoping e dunque non hanno alcun motivo per aggiornarsi. Il ciclismo è tabù, il ciclismo è out, il ciclismo è impronunciabile. Dunque, em­bargo e ostracismo. Se Pao­lini - alla sua età, c’è pure una bella storia umana - vince una grande corsa, sono fatti suoi. Suoi e di qui quattro nostalgici esaltati che ancora di interessano di uno sport dannato. Dedichiamoci alle cose serie, alla Ferrari e a Valentino, che tra l’altro ci fanno guadagnare qualche punto con i Mar­chionne e con i Vip dei salotti buoni…

Ormai è andata. Ormai è passato tanto tempo. La gente digerisce e di­mentica tutto. Ma è questo il vero problema. È questo il no­stro peccato, che consente a quella bella gente di stravincere due volte: la prima umiliando Paolini e il ciclismo, la seconda facendola passare nel silenzio e nella rassegnazione generale. In questo secondo caso, i colpevoli siamo noi, che anziché subissare di im­properi le televisioni e i giornali probabilmente nemmeno ci accorgiamo della vergogna di quella domenica. Ci sembra normale. Non una parola della Federazione, della Lega, dell’Assocorridori. Niente, tut­ti a testa bassa. Certo, vincono Valentino e la Ferrari, giornatona per lo sport italiano, avvenimento epocale e cubitale. Ma Paolini? Che c’entra Paolini: lo sappiamo noi per primi, Paolini è un ciclista, un calimero, un oscuro comprimario, cosa può pretendere Paolini…

Io mi schiero: non sono fratello e amico di Pao­li­ni, non ho nulla di personale nella vicenda, ma quella domenica me la sono legata al dito e non c’è niente che pos­sa slegarmela. Non cambia niente, nella sostanza. Lo scan­dalo è andato in scena e la vergogna è compiuta. Però il crimine di accettarlo, questo proprio non lo commetterò mai. Bisogna ribellarsi, almeno con il pensiero e con le pa­role. Se si ribella uno solo, può essere pure patetico e ri­dicolo. Se si ribellano in tanti, possono rivoltare le situazioni. Sarà per questo che al mo­mento mi sento ridicolo e patetico. Ma non importa, al­meno non mi avranno.
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