Forse ci siamo lasciati un po’ andare. Forse abbiamo un po’ esagerato. Forse abbiamo un po’ ingigantito il nuovo che avanza. Ma abbiamo valide attenuanti: prima del Giro, avevamo le lamette ai polsi. Nel Giro di tre settimane, ci siamo ritrovati fra le mani un futuro, un domani. Quello che avevamo perso, soprattutto: la speranza. È solo per questo, probabilmente, che ci siamo così aggrappati a Fabio Aru.
Fabio Aru che a 24 anni, al suo primo Giro da leader, non ha paura di caricarsi sulle spalle la responsabilità del ruolo e va sereno incontro alla prova. Affronta tre settimane di stress e di test senza mai scomporsi, senza mai perdere la testa, senza mai sbandare. Neppure nei momenti di difficoltà, soprattutto nei momenti di difficoltà. Questo, più ancora del podio, diventa il segno inequivocabile che è di taglia e di rango giusti. Forse, taglia e rango da campione.
Fabio Aru che resta pur sempre l’unico, in un Giro annacquato, grigio, intossicato, a staccare in salita tutta la concorrenza dell’alta classifica e a vincere per distacco, al modo dei campioni. Certo non lo è ancora, ma questi non sono numeri che riescano alla gente comune. Tanti corridori staccano gli altri e arrivano da soli: ma solo quando non interessano più a nessuno, perché nessuno ha paura della loro classifica.
Fabio Aru che si costruisce sull’umiltà, ripetendosi fino alla noia il mantra dei saggi, “ho ancora tutto da imparare”. Io non so se questa cosa gliel’abbiano insegnata semplicemente i suoi genitori, o se l’abbia imparata al liceo classico leggendo Socrate (il primo passo della conoscenza è sapere quanto non si sa). O se valgano l’una e l’altra scuola, i genitori e il classico. In ogni caso, non si intravede il pericolo che questo ragazzo si monti la testa, che perda il senso del reale, che sbarelli e vada a viole. Molto più facile che qualcuno, a un certo punto, gli debba dire: ragazzo, ti sei accorto di quanto sei grande?
Fabio Aru che con gli Ulissi e i Battaglin zittisce noi matusalemme e noi tromboni, monotoni nei nostri giudizi sferzanti sulla gioventù invertebrata, viziata, svalvolata. I nostri pregiduizi sulla gioventù tatuata franano miseramente davanti a questi nuovi modelli di Under 24, che vivono il loro tempo in serenità, senza eccessi alcolici ma anche senza furori bacchettoni, semplicemente cercando di godere la propria età migliore con la passione migliore, che incredibilmente possiamo chiamare fatica. Dopo gli anni del culto per i “personaggi” a tutti i costi, senza pudore e senza vergogna, sopra le righe e fuori di testa, torna di moda il personaggio eccezionale solo perché riesce ad essere normale. Non è poco, bentornata umanità.
Aru che sorride sempre, nella buona e nella cattiva sorte, e pazienza se non si lascia mai andare con qualche sana polemica o con qualche sapido giudizio. Ragazzo dell’isola di Sardegna, fa il paio con l’altro ragazzo dell’isola Sicilia, sconvolgendo la storica geografia del ciclismo italiano: Aru e Nibali, l’oggi e il domani, magari anche il dopodomani. Sperando che con questi italiani, il neo-cittì Cassani riesca prima o poi a rifare anche l’Italia.
Fabio Aru che deve ancora migliorare, prima di tutto a cronometro, perché ormai è assodato e risaputo: per vincere i grandi giri bisogna quanto meno difendersi nella famigerata specialità. È bene saperlo sempre, prima di farci confondere le idee dai grandi scatti in montagna. Serve tutto, per vincere tutto.
E infine, Fabio Aru che provvidenzialmente, inaspettatemente, miracolosamente, è arrivato in un giorno radioso a coprire con il suo talento e la sua figura le miserie e le vergogne di un Giro sfortunato, andato avanti tra caciare e veleni, tra agguati e imboscate, tra furbate e gesti dell’ombrello. Sì, dev’essere per questo che forse abbiamo esagerato, che forse ci siamo lasciati prendere la mano, che forse l’abbiamo persino sovraccaricato. Ma in quel clima, grigio e depresso, è stato bello così.
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