Se rinasco, ma sono sempre io, faccio sempre il giornalista e sempre nello sport. E sempre nella stampa scritta. E così divento un senza lavoro oppure, in caso di lavoro, un mentitore, un affabulatore in malafede. Perché amo troppo il giornalismo, anzi il “mio” giornalismo che è quello della stampa scritta, per non farlo, o cercare di farlo, a qualsiasi prezzo, a qualsiasi costo, anche in tempi di crisi del genere. E poi amo troppo lo sport (quanto meno, adesso, la sua idealizzazione, che perseguo dentro di me) per rinunciare a raccontarlo, o cercare di raccontarlo, come esso è anzi come dovrebbe essere. Insomma se rinasco sono un pateracchio peggiore di quello che sono attualmente. Sono tutto curve, bozzi, buchi, compromessi, pasticci, velleitarismi, mimetica, rivoluzioni, evoluzioni, buonafede, malafede: più ancora che adesso.
Mi concedo di sviluppare questo pensieraccio di inizio d’anno per chiarire qualcosa, personale ma intanto - spero - dilatabile e utile, in tempi di crisi del mio mestiere e di confusione forse peggiore di ogni crisi, relativamente al concetto di sport. Ho scritto dilatabile e utile, devo precisare che si tratta di ambito italiano: nel senso che le esperienze di cui vado a dire sono relative alla situazione del nostro paese. Possibile che esse abbiano valenza universale: però molto semplicemente io non sono in grado di saperlo, e men che mai, dunque, di comunicarlo.
Per quel che concerne l’Italia, la mia cara Italia dello sport e del giornalismo sportivo, dunque cose anche mie, esperienze e considerazioni e riflessioni e storicizzazione di quanto accaduto nel mezzo secolo abbondante in cui ho avuto la fortuna e ho rispettato (per poco non mi scappava un borioso “onorato”: troppo) l’impegno di muovermi e lavorare, penso che si debba usare un solo termine a definire tutto: fortuna. Casomai straordinaria fortuna. Fortuna di avere fatto in quel certo periodo il giornalista sportivo, di averlo potuto fare bene, e fortuna di avere da plasmare, come un pongo, quel certo sport italiano che ad un certo punto è riuscito a rimanere classico diventando anche moderno, a farsi pratico rimanendo per un bel po’ romantico.
Enello specifico del giornalismo sportivo, fortunato anche il fatto di avere cominciato passando per il ciclismo nel momento forse più importante per la mia anagrafe lavorativa (i venticinque anni) e in un momento ancora superimportante per il ciclismo nostrano (1960, vittoria di Gastone Nencini al Tour de France, a sua volta sistemato, questo episodio settoriale, nel contesto vasto dello sport italiano tutto, che in quello stesso anno arrivava addirittura a organizzare una grande Olimpiade, quella di Roma).
Pazientemente e carinamente arrivato sin qui, l’eventuale lettore può chiedere a cosa miro, se non al pernicioso e orrendo autoculto della personalità. E allora mi sbrigo a dire, anzi a scrivere, che molto semplicemente c’è stato, nell’ultimo abbondante mezzo secolo, un confluire di enormi fortune, in Italia, verso il nostro sport e verso il mestiere di chi lo raccontava. È stato tenuto in piedi tutto il monumentalismo classico, compreso quello grasso del giornalismo ciclistico, una specie di bellissimo barocco sentimentale messo su da cantori che magari vedevano poco o nulla della corsa, che magari non sapevano tutto della grammatica e sintassi, ma che scrivevano articoli bellissimi, con i quali trasferivano benissimo il loro amore per la materia nei cuori dei lettori. È stato intanto costruito e diffuso un nuovo giornalismo sportivo, con agganci scientifici, attenzioni tecniche, persino ambientazioni sociali, aderente al nuovo sport che, anche in Italia, ha recepito e usato certe situazioni che si chiamano globalizzazione (grazie soprattutto alla televisione), flusso di sponsorizzazioni e di ricchezze, estensione immane di informazioni e di interessi, cura estrema dei personaggi e degli eventi ai fini di una sempre maggiore popolarizzazione.
Insomma, è andato tutto bene, e per un bel po’ di anni. E noi giornalisti con l’età giusta per godere tutto, quando non anche contribuire a provocarlo o a rassodarlo e a sfruttarlo. Un periodo di straordinaria fortuna: adesso, quando parlo del mio giornalismo ai giovani, li scopro oscillare fra invidia, rassegnazione, nel migliore dei casi (migliore? poveri noi) certezza che io sto sparando enormi balle, tipico di chi vuole impreziosire il suo mondo a danno di altri mondi. Eppure sono sincero, eppure è davvero andata così. In Italia lo sport e il giornalismo sportivo, scritto e poi anche radiotelevisivo, diventavano cose belle e interessanti e seguite sempre più (il calcio a prendere il cambio dal ciclismo quanto a popolarità massima), noi giornalisti sportivi venivamo definitivamente sghettizzati, con quattro quotidiani specifici e tanto spazio nelle redazioni dei giornali politici.
Come questo sia avvenuto e ancor più come sia finito non so. Non riesco a sapere o non voglio sapere: sicuro che comunque, per eccesso di partecipazione, non saprei raccontarlo in maniera anche giornalisticamente precisa e onesta e interessante.
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