Editoriale
CIAO PISTA. Il silenzio della pista cade nel silenzio. Tutto sotto traccia, senza una nota o una comunicazione. La nostra Federazione fa finta di nulla, mentre il Comune di Milano prende posizione e procede con il suo progetto. Solo dai giornali - cronaca di Milano - veniamo a conoscenza che nel Vigorelli potrebbe non esserci più spazio per la pista di ciclismo.
Il velodromo si avvia verso l’attesa riqualificazione, ma sembra destinato a perdere il suo tratto distintivo: la pista. Per il recupero servono dai 700mila euro al milione. Troppo costoso ripristinarlo e poi mantenerlo secondo l’amministrazione, a maggior ragione per una disciplina diventata di nicchia. Come dare torto al Comune? Già in un recente passato, l’allora presidente della Federciclismo Gian Carlo Ceruti, aveva lavorato al rilancio del Vigorelli, facendo spendere cifre notevoli alla Mapei di Giorgio Squinzi, che al rilancio ci aveva creduto come pochi, ma nessuno aveva poi dato seguito con un’attività degna di questo nome. Leggiamo su Repubblica: «Faremo un sondaggio tra gli abitanti della zona - spiega l’assessore allo Sport Chiara Bisconti - discuteremo con le Federazioni, il Coni, che potrebbe aiutarci a ottimizzare gli spazi. Il nodo della pista è l’ultima decisione da prendere». Il tutto tra il silenzio generale della nostra Federazione, che poi ci spiegherà che è meglio così, che un Velodromo coperto nel centro di Milano non ha più senso e bla bla bla. Noi diciamo solo che forse di certe cose se ne sarebbero dovute occupare persone competenti e capaci, che sanno di cosa si parla, come Alcide Cerato, forse l’ultimo autorevole gestore di questo storico impianto, in grado di organizzare eventi degni di questo nome sul finire degli anni Ottanta. Pensiamo anche che il Vigorelli con una pista di 400 metri sia effettivamente anacronostico, ma nel momento in cui per l’impianto sembra poterci essere una nuova giovinezza, il ciclismo non può essere escluso a priori dal progetto. Ma non c’è da prendersela con l’assessore Bisconti: chi si è autoescluso da questo nuovo piano di lavoro è il ciclismo stesso, con i suoi dirigenti incapaci di progettare e soprattutto di farsi ascoltare.

LA BANDA DEL BUCO. E lo dicono anche con assoluta tranquillità, come se fosse la cosa più naturale e normale che ci sia. Sono tranquilli, loro. Un po’meno noi. «La scorsa settimana - ha spiegato qualche giorno fa a La Nazione il vicesindaco e assessore allo sport di Firenze Dario Nardella - abbiamo ricordato al Governo che i mondiali sono il più grande evento che l’Italia ospiterà nei prossimi anni: siamo partiti da 160 milioni di euro e, anche a fronte della crisi economica, siamo scesi prima a 70 e ora a 50 milioni. Cifra al di sotto della quale non possiamo scendere». Ma sì, “venghino siori venghino”. Ognuno faccia la propria offerta, o meglio, ognuno faccia la propria richiesta. Cosa volete: 70, 50 o 30 milioni? Quello che volete, il Governo ve lo darà. Il signor Nardella non arrossisce neanche un po’ e non prova il benché minimo imbarazzo. Né lui né tantomeno il «rottamatore sindaco» Matteo Renzi. Se fosse per noi, i mondiali di Firenze potrebbero anche non andare in scena. «La Regione ha già impegnato 20 milioni, altri 7 arrivano dagli altri enti locali. Stiamo parlando di 20-30 milioni che mancano all’appello», fanno sapere orgoglioni. A Verona, organizzarono Mondiali semplicemente perfetti, con soldi privati di sponsor privati come Rana & C., a Firenze hanno capito tutto: vogliono divertirsi con i soldi del Governo, con i nostri soldi. In pratica vogliono farci la festa. Se Monti è in ascolto e ha a cuore le sorti del nostro Paese ma anche quello del ciclismo, i Nardella li lasci trepidare e faccia di testa sua: non dia il becco di un euro a nessuno. Oppure, non più di quanti ne sono serviti ad altri Paesi per organizzare rassegne iridate più che dignitose (Mendrisio, 8 milioni di euro, ndr). Evitateci un altro bagno di sangue. Evitateci l’ennesima figura mondiale grazie alla solita banda del “buco”: di bilancio.

FIGLI DI UN DIO MINORE. Sono stati consegnati il 18 aprile scorso i collari d’Oro al Merito Sportivo, la massima onorificenza conferita dal Comitato Olimpico Nazionale Italiano. Come probabilmente sapete, i «collari» vengono conferiti agli atleti italiani che abbiano conseguito vittorie in prove olimpiche e Campionati del mondo nell’ultimo triennio: dal 2009 al 2011. Tanti i premiati, alla presenza dello sportivissimo presidente del Consiglio Mario Monti, grande appassionato di ciclismo e del padrone di casa, il numero uno del Coni Gianni Petrucci. È stata festa anche per il ciclismo, soprattutto grazie alle nostre ragazze d’oro: Tatiana Guderzo (campionessa Mondiale 2009 corsa in linea) e Giorgia Bronzini (campionessa Mondiale 2010 corsa in linea), alla quale è andato anche il diploma d’onore per aver fatto il bis iridato l’anno scorso. Assenti gli atleti disabili, ad eccezione di Francesca Porcellato, campionessa paralimpica 2010 nello sci di fondo (1 km sprint). Per il resto, dal ciclismo in su e in giù, tutti i disabili che non hanno vinto le olimpiadi bellamente ignorati. Eppure il ciclismo di medaglie mondiali in questi anni ne ha portate parecchie alla causa azzurra. Medaglie iridate considerate di fatto di poco valore se conquistate da atleti disabili, e prelibatissime e degne di considerazione se conquistate da normodotati. Guardando a casa nostra, quindi al ciclismo e alla nostra Federazione, Renato Di Rocco pare non aver fatto una piega. I disabili vanno benissimo solo per fare contabilità e gonfiare il petto a fine stagione. Se poi c’è da dare un riconoscimento, neanche si preoccupano di farlo presente al Coni (c’è da farlo presente, capite…). E dire che il nostro ciclismo, quello dei disabili, è il più forte del mondo. Siamo l’unica nazione ad aver qualificato per Londra la bellezza di 14 atleti, e con Macchi, Viganò, Tarlao e i fratelli Luca e Ivano Pizzi in questi tre anni abbiamo vinto titoli mondiali a iosa, anche se alla fine nulla è servito. Proprio un bel modo di farli sentire parte integrante di un progetto sportivo comune, sotto una sola bandiera.
Pier Augusto Stagi
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