Ci manca, in verità, di gennaio, il ciclocross. Ce l’abbiamo dentro, quell’impegno personale a riportare alla luce la corsa più straordinaria che si possa intuire, sui prati dell’altopiano e fra le mura antiche di Medioevo, quel Borgocross di Casertavecchia, malamente sospeso da tre anni, che era sino al 2008 la seconda corsa per anzianità del ciclocross nazionale.
Ce l’abbiamo dentro, con tanta amarezza per l’ineffabilità delle autorità locali e la cronica pigrizia di un habitat ciclistico troppo consegnato al passato per saper affrontare concretamente il presente.
Ce l’abbiamo dentro, e nutriamo sempre in noi, condivisa con il presidente Di Rocco, la provocazione clamorosa di proporre proprio il Borgocross di Casertavecchia come prova italiana della Coppa del Mondo UCI. E vorremmo sapere se in quella occasione, alla luce di una platea e di un giudizio internazionale, gli Enti politici non faranno a gara nel trovare quei (pochi) fondi necessari a ridare vita ad una manifestazione emblematica di Sport&Civiltà. Con le iniziali maiuscole, giusto. E ad impatto ambientale zero, come si dice, con un perverso lessico tecnico.
Ci manca, il ciclocross, e il tempo agonistico di quell’inverno che profuma, sui tratturi e i sentieri dove sbocciano tenaci fiori di prato, di una stagione intermedia.
Ma questo gennaio, curiosamente, sa già di un refolo di primavera. E non solo meramente climatica, al di là delle temperature miti di queste settimane dalle nostre parti.
Possiamo dire meglio, di un refolo di anticipatissima primavera..., che viene a noi sulle ali di un Eolo complice, da un anno ancora più lontano: 2013.
Solo l’idea da qualche parte balenata, infatti, che dalla Campania possa partire un prossimo Giro d’Italia, quello poniamo del 2013, porta in sè una brezza seducente di primavera. Ed anche se sarà illusione, alla verifica dei fatti oggettivi, intanto ce la carezziamo ad occhi socchiusi, come il coniglietto rosa cucciolo nelle braccia di un nipotino.
E con lo sguardo bene aperto, anche se il pomeriggio di gennaio fa ancora così presto buio, si illuminano tante prospettive, tanti progetti.
È chiaro, noi, e forse non solo noi, il ciclismo da queste parti lo vorremmo sempre, in pianta stabile, per un difetto congenito, ma considerate serenamente quante chance eccezionali di un prologo, ad esempio, possono offrire Napoli e la Campania al Giro d’Italia?
Fate voi: una cronosquadre a Posillipo, una cronoscalata dai Maronti a Barano, in quella simbiosi mare-monti senza eguale, sull’isola di Ischia, un circuito a Sorrento, una cronometro mista sul periplo del Vulcano di Roccamonfina... Di tutto e di più, in una fantasia di accezioni tecnico-spettacolari senza confronto.
Immaginiamo poi quale rosa più variegata, se di giornate da degustare in bici, senza litigiosità municipali o provinciali, in Campania ce ne fossero più di una...
Ma di gennaio - oggi, di gennaio 2012 -, forse è più giusto concederci un ricordo personale, e un desiderio parallelo. Ottanta anni fa, il 14 gennaio 1932, nasceva Antonio Maspes, il più grande velocista del ciclismo sprinter, scomparso a 68 anni, nel 2000. Sette volte campione del mondo, come Scherens, con una sfilza di piazzamenti d’onore, una miriade di Gran Premi e il record del surplace più lungo che si ricordi, in un Mondiale, contro Rousseau nel ’60, segno del Capricorno come Pantani e Karstens, quel Maspes noi imparammo a conoscerlo e ad ammirarlo a Napoli, nelle Riunioni tipo pista del 1° maggio che alla fine degli anni ’50 si svolgevano sul lungomare, dinanzi alla Villa Comunale.
Rivediamo, da tanto lontano, dalle spalle di un genitore che ci sembrava il belvedere più miracoloso per un figlio, le sue sfide in particolare contro Reginald Harris, un celebre, e più maturo, velocista inglese.
E l’arrivo di quelle volate, o il percorso di quei criterium in genere, era puntualmente imperniato su via Caracciolo, in fronte al golfo. Lì, dove nel ’96 avrebbe vinto Cipollini; lì dove, nel 2009, con un Armstrong incuriosito, sarebbe partita la penultima frazione della corsa di quell’anno.
E anche nel segno di Maspes, per questo ricordo bambino ed ormai non più tale, “non sono più un ragazzo”, per le mani alzate di Cipollini e la mano stretta ad Armstrong, se un Giro dovrà nascere da Napoli, dovrà nascere doverosamente con una volata individuale contro il tempo, su via Caracciolo.
«Quello è il suo destino», come dicemmo una sera a Torriani. «Succederà, vedrai, un giorno di maggio succederà...», come annuiva il vecchio patron.
I pensieri, intanto, come vele sopra al mare. Ed il cuore ad asciugarsi al sole. O alla luna.
Gian Paolo Porreca,
napoletano,
docente universitario
di chirurgia cardio-vascolare,
editorialista de “Il Mattino”
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