Alberto Bettiol, voglia di volare

di Pier Augusto Stagi

Solitamente lui prende il vo­lo, quando gli gira e quando gli va. Alberto Bettiol i nu­meri li sa fare per davvero e in attesa di prendere il brevetto di pilota, per il mo­men­to si diverte a filare via veloce ra­dente terra con la sua Cannondale. Quando gli gira e quando gli va fila via come un missile. Ce l’ha ricordato nella recente Milano-Torino, la corsa più antica del calendario ciclistico internazionale, più della Decana Liegi-Ba­sto­gne-Liegi, che è la più antica tra le classiche monumento. La “Doyenne” è na­ta nel 1892, la Milano-Torino nel 1876, quando otto corridori si sfidarono sui loro bicicli lungo quella tratta che sembrava inarrivabile. Lunghissimo è stato anche il suo attacco, la sua progressione, di oltre 31 chilometri, in perfetto stile Bettiol. Una progressione e via.
Gli era capitano cinque anni fa, al Giro delle Fian­dre: tutte altre strade, tutta altra corsa, tutti altri avversari, ma il modo di vincere è quello lì: un marchio di fabbrica. Scatto secco e via, chi la dura la vince.
Nella Milano-Torino by Crédit Agrico­le il toscano della Ef Education Easy­Post è stato il grande protagonista da Rho a Salassa, andandosi ad aggiudicare la 105a edi­zione della corsa più antica del mon­do. Bettiol ha tagliato per primo il traguardo di Salassa, paese dell’Alto Canavese di Torino, precedendo di 7” Jan Christen e di 9” Marc Hir­schi, compagni di squadra alla Uae Emirates. Merito dell’attacco iniziato a 32 chilometri dall’arrivo, sulle rampe di Prascorsano. Già vincitore del Giro delle Fiandre nel 2019 e della tappa di Stradella del Giro d’Italia 2021, con quel successo ha riportato il nostro Pae­se, dopo 8 edizioni straniere, sul gradino più alto cdel podio.
«Quella è stata davvero una gran bella giornata e una bellissima soddisfazione - mi racconta Alberto qualche giorno dopo a bocce ferme, prima di dare il via alla Campagna del Nord -. Mi sono aggiudicato una delle corse più iconiche del calendario, una corsa che ha un grande albo d’oro, al termine di un’azione che non è stata assolutamente facile, anzi. E poi, seppur io sia to­scano, mio padre ha fatto il militare a Pi­­nerolo e in Piemonte ho ancora di­versi parenti: insomma, mi sentivo un pochino a casa».
E dire che Salassa era ancora distante, quando hai attaccato mancavano 32 km al traguardo.
«Se ci ripenso sono sorpreso di me stes­so, di quello che sono riuscito a fa­re. Non avevo nulla in programma, vo­levo solo provarmi in questa corsa che ho voluto assolutamente inserire nel mio programma perché avevo la necessità di verificarmi, poi ad un certo pun­to mi è venuta l’idea di attaccare e di provarci. Non me l’aspettavo di andare così veloce e soprattutto così a lungo. La Tirreno si è rivelata un ottimo allenamento».
Tutti si chiedono: è tornato il Bettiol del trionfo 2019 nel Giro delle Fiandre, quello che ha domato i muri?
«Intanto sto finalmente bene, dopo i problemi fisici avuti negli anni scorsi. Non dimentichiamoci che ho sofferto per lungo tempo di colite ulcerosa, che mi ha davvero condizionato tantissimo e non è stato semplice uscirne, ma grazie allo staff medico del JMedical sono riu­scito a ritrovare un giusto equilibrio».
Dopo la Milano-Torino, una buonissima Sanremo che hai chiuso con i migliori al quinto posto…
«Sì, alla fine non posso certamente dir­mi dispiaciuto. Anche in quella circostanza mi sono ritrovato lì, con il me­­glio del meglio, con Pogacar e Van Der Poel, Pedersen, Matthews e Phi­lip­sen. Diciamo che poco per volta, senza tanti proclami o promesse, sto ritrovando il mio posto in gruppo e ne sono soddisfatto».
Ora la parte più attesa e difficile, confermarsi sulle strade del Nord, dove hai la­sciato ai tanti appassionati che ti vo­gliono bene un dolce ricordo.
«È chiaro che voglio fare bene, perché a nessuno piace andare piano. Io se sto bene mi esalto. Agonisticamente sono un attaccante, anche perché come ben sapete non dispongo di uno spunto ve­lo­ce e se devo provare a vincere devo ri­schiare di perdere, cosa che mi riesce a meraviglia… (ride…). Il Fiandre? È la mia corsa ma sarò anche alla Parigi-Roubaix. All’undicesi­mo anno da professionista, finalmente la corro».
Senti che ti è scattato nuovamente in testa qualcosa?
«Sento di stare bene e di conseguenza, sono tornato a divertirmi in bicicletta, senza avere quell’ansia da prestazione misto al timore di sentirsi poco bene. Diciamo che questi risultati fanno bene alla testa e le gambe girano bene. E se un corridore ha buone gambe e testa sgombra è a metà dell’opera. Correrò con serenità e spensieratezza, le re­spon­sabilità toccheranno agli altri. A me interessa la continuità, essere sempre lì perché se riesci a stare costantemente nel vivo delle corse, i risultati prima o poi arrivano».
La Sanremo di Philipsen è stata la più veloce.
«Ormai si va a tutta sempre. Tenete presente che la fuga di giornata, quella condotta dai ragazzi della Polti Ko­me­ta, dalla VF Group Bardiani Csf Fai­zané e dalla Corratec Vini Fantini sono andati fortissimo, non avendo mai più di tre minuti di vantaggio e restando all’aria per quasi 270 chilometri: altro che fuga dimostrativa o pubblicitaria. Se è venuta fuori la media record è perché per primi loro sono andati fortissimo e il gruppo poco meno. Un tempo le fughe prendevano 20 minuti e poi in pratica rientravano da sole, oggi non è più così. Allena­men­t­i, alimentazione, biciclette e materiali sono lì da vedere. Di­cono: hanno migliorato di 6” la scalata della Cipres­sa rispetto al 2001 di Francesco Casa­grande… Sì, certo, do ­po ventitré an­ni…».
A proposito, tu hai anche avanzato l’idea di modificare il finale della Sanremo…
«Diciamo che ho avanzato sui vostri canali podcast l’idea di pensarci, di ragionarci. È vero, anche quest’anno a giocarci la Sanremo siamo arrivati una decina, quindi è sì veloce e semplice, ma maledettamente difficile e complicata da vincere. Lasciarla così? È una opzione, ma anche ipotizzare un circuito finale con doppio passaggio su Ci­pressa e Poggio potrebbe essere interessante, sicuramente bello per lo spettacolo».
Philipsen è stato il giusto vincitore?
«Chi vince ha sempre ragione e lui è stato fenomenale, anche perché al proprio fianco aveva un fenomeno: Ma­thieu Van Der Poel. Il più forte? Forse Taddeo lo era di più, ma chi è stato davvero sfortunato è Filippo Ganna. Se non avesse avuto sul Poggio un danno al cambio e la foratura, secondo me Pippo se la sarebbe giocata meglio un anno fa. Pedalava facile facile, stava benissimo. Avete visto cosa ha fatto nel finale Tom Pidcock? Ecco, pensate se al suo posto ci fosse stato Pippo…».
Quest’anno, tra i tanti appuntamenti con il circolino rosso, c’è anche il via del Tour da Firenze…
«È la corsa dei miei sogni da bambino, che in questi anni ho corso e quest’anno partirà in pratica da casa mia, a Fi­renze, nel ricordo di leggende quali Gino Bartali e Gastone Nencini, Alfre­do Martini e Franco Ballerini».
E poi le Olimpiadi…
«Bisogna arrivarci al meglio e questo è il mio vero obiettivo. Mi aspetto una gara tosta indipendentemente dall’altimetria. Come le prove olimpiche, dove le nazionali sono ridotte all’osso, sarà una corsa senza una logica, senza nessuna nazionale in grado di condizionare la gara. Diciamo che sulla carta è l’ideale per me: se c’è da fare casino e andare all’attacco, sai che io ci sono, dal primo all’ultimo chilometro».
Non avessi fatto il ciclista?
«Probabilmente sarei entrato nell’Ac­ca­de­mia Aerospaziale di Firenze, ho la passione del volo».
Pronto a volare a filo dell’erba sulle strade del Nord?
«Prontissimo».

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