Gatti & Misfatti

GIRO TURISTICO

di Cristiano Gatti

Normale, anch’io ho provato una certa euforia alla notizia che Van Aert verrà al Giro. Chi non può esserne felice. Di questo tempi, poi, in cui è più facile far passare un cammello dalla cruna di un ago che far passare un campione dalla frontiera italiana.

Bene, dai, mi sono detto: questo può vincersi una mezza dozzina di tappe e alzare il livello del prestigio. Ad­dirittura, quando ho sentito che il belga avrebbe persino qualche velleità di classifica, mi sono quasi esaltato: sta a vedere che comincerà a vincere un grande giro proprio qui in Italia, pensa il clamore. Mo­menti di consolazione. Poi però.

Poi però ho letto le motivazioni di Van Aert. Le condenso in poche parole: adoro l’Italia, mi piace la gente e mi piace come si mangia. A qual punto mi è caduta un po’ la mandibola. Tutta l’euforia del momento si è volatilizzata nel nulla cosmico. Ma come: Van Aert parla come un qualsiasi turista tedesco che ogni anno scende a Riccione per Fer­ra­gosto. Cioè: con che spirito, con qua­li stimoli, con quale tensione agonistica viene Van Aert al Giro?

Vorrei dirla tutta fino in fon­do. Qui in Italia siamo anche un po’ stufi di essere gli scendiletto delle star, stanchi dei tanti che prima di Van Aert sono venuti per mille motivi, allenarsi, preparare il Tour, mangiare bene, vedersi Napoli dal Vesuvio, assaggiare il Prosecco, ma che in corsa ci sono rimasti per onore di firma. Vacanze italiane, direi più precisamente. E al massimo una vittoria di tappa, un giorno serio, tanto per non esagerare e dare un senso all’iscrizione. Salvo poi ma­gari ritirarsi a metà strada, sai, la stagione è lunga e stressante...

Mi diranno: Van Aert non è così, Van Aert è serio, è un campione che lotta su tutti i palloni, anima e corpo. E io voglio crederlo. Ma re­sta la sostanza della questione: il Giro è sempre più un ripiego, un riempitivo, uno svago. Non certo un appuntamento sognato, programmato, atteso dai campioni mentre stilano i loro programmi stagionali. E fossero solo i campioni: ormai siamo al punto che persino i gregari cercano di scantonare, chi viene precettato per il Giro si sente declassato e parte con gli oc­chi lucidi, come quando noi andavamo al Car.

Èda un po’ che questa febbre alta risulta sintomo di un malanno molto serio, ma nessuno si è premurato di prenderla sul serio, cercando magari la cura giusta. E così, eccoci al gran finale: al Giro 2024, proprio l’anno in cui il Tour ci viene in casa per rastrellare clamore, titolazioni, soldi, al Giro 2024 non ci viene nessuno. Naturalmente parlo di quelli d’altissima gamma. Sì, verrà Van Aert, ma certo non perché consideri il Giro il massimo della vita: ci viene perché “ogni tanto bisogna cambiare”, perché poi le cose serie si fanno al Tour, perché “in Italia si mangia bene e la gente è simpatica”. Come il tedesco che prenota Riccione per le sue cure termali di birra.

Mi spiace tantissimo, mi provoca un dolore indicibile dire e pensare queste cose. Provo anche un senso di colpa, mi sento sadico, una carogna che infierisce, che spara sulla Croce Rossa. Ma come facciamo a tacere? Come facciamo a nascondere la verità? Qualunque verità che faccia male è preferibile a una co­mo­da menzogna. Guardiamoci in Giro, senza filtri partigiani e aziendalisti: stiamo rapidamente tornando all’epoca dei duelli Sa­vol­delli-Simoni, e lo dico senza nulla togliere ai suddetti, lo dico solo per ricordare quando non c’era un cane, tra gli stranieri altolocati, che dimostrasse il minimo interesse per l’Italia (ricordiamoci il più estremista di tutti, Armstrong: in Italia manco sotto tortura). A questo stiamo tornando, alla corsa minore, alla corsa di serie B, alla corsa che le grandi squadre vivono come un fastidio e i grandi corridori neanche considerano. E già che ci sono, voglio dirla tutta: mi han­no veramente rotto anche i big che per ruffianeria, per lisciare il pelo, per regalare un titolo alla Gaz­zet­ta, in inverno si lasciano sfuggire queste mezze ipotesi, queste me­lense carezze ipocrite, adesso è presto, dobbiamo ancora fare i programmi, non posso dire niente, cer­to il Giro è una grande corsa, certo è nei miei programmi e nei sogni, prima o poi ci vengo di sicuro... Fate il piacere: piantatela di usare la vaselina, piantatela con i pat-pat di circostanza. Al Giro, se davvero la pensate così, VENITECI.

Fine dello sfogo. Lo ammetto, parla un devoto ferito, che ha seguito gli ultimi 35 Giri da inviato, e molti altri prima da ragazzo incantato, maturando un legame roccioso. Mi piacerebbe tanto che anche i padroni dell’opera d’arte acquistassero consapevolezza dello stato di crisi, cercando qualche via d’uscita, persino picchiando i pugni sui tavoli continentali, anziché andare avanti a pappagallo con i superlativi, Giro sempre più seguito, social in tilt, numeri eccezionali, successo planetario. A sentirli, sembra che parlino sempre del Tour, in un trasfert di coscienza che li porta a non ve­dere più la propria realtà. Contenti loro, contenti quasi tutti. Non io.

Se non altro, ho finalmente capito perché gli organizzatori si ostinino a vendere il Giro con lo slogan “La corsa più dura del mondo eccetera eccetera”. Ovviamente non possono più dirlo del percorso, meno duro di quello della Vuelta e pure del Tour. Ma sono io che non capivo, adesso sì: il Giro è la corsa più dura del mondo per chi deve organizzarla, non per chi deve correrla.

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