Sangalli: «Mondiale, siamo pronti alla sfida»

di Giulia De Maio

Quello che vivrà questo mese sarà il suo primo mondiale da CT, ma in realtà è già il dodicesimo in maglia az­zur­ra. Paolo Sangalli, che in Au­stralia con la Nazio­na­le femminile è chiamato a difendere il titolo conquistato da Elisa Balsamo un anno fa nelle Fiandre, non sente l’agitazione della prima volta ma la consapevolezza della forza dell’esperienza e della coesione di una squadra che parte come la grande favorita.
Cinquantadue anni di Vaprio d’Adda, il responsabile del settore strada donne élite e juniores veste per la prima volta i panni di allenatore nel 1997, alla gui­da di un gruppo di esordienti. Dal 2003 passa ai dilettanti, per poi entrare ufficialmente nella squadra della Na­zio­na­le femminile nel 2009, in qualità di collaboratore tecnico del gruppo strada al seguito di Dino Salvoldi. Un lavoro lontano dai riflettori nel quale ha seminato e raccolto tantissime soddisfazioni. Solo per citarne alcune: le medaglie d’oro mondiali di Tatiana Guderzo (2009), Giorgia Bronzini (2010, 2011) ed Elisa Balsamo (2021), i due bronzi olimpici di Elisa Longo Borghini (Rio 2016 e Tokyo 2020), le tantissime medaglie europee conquistate negli ultimi 12 anni (3 ori solo nel 2021), la crescita esponenziale del gruppo femminile su pista, che ha seguito in molti degli allenamenti al velodromo di Mon­tichiari.
Paolo ha guidato per la prima volta l’ammiraglia dell’Italia “rosa” ai Mon­diali di Mendrisio 2009, quando Ta­tia­na Guderzo vinse la medaglia d’oro e Noemi Cantele arrivò terza, dopo l’argento conquistato a cronometro. Tre­dici an­ni dopo spera in un debutto altrettanto favoloso per tingere dei colori dell’arcobaleno la sua prima volta da CT a un mondiale. An­che se non la sente proprio come una prima assoluta, il primo po­sto è ciò a cui dichiaratamente punta con le atlete migliori che potesse desiderare.
Paolo, come nasce la tua passione per il ciclismo?
«In famiglia. Mio padre Vittorio lo ha sempre seguito, come tifoso fu presente al mondiale di Lugano 1953 vinto da Coppi per intenderci, e zio Angelo ha sempre allenato i giovanissimi della Pagnoncelli. Io non posso dire di aver corso per davvero, diciamo che sono stato tesserato per la San Gervasio Pa­gnoncelli ma con i miei compagni di leva (1970) Bartoli, Casagrande, Pan­tani e Casartelli non avevo nulla a cui spartire. Come tecnico ho iniziato per scherzo, per dare una mano a mio zio, seguendo gli esordienti, e mi è subito piaciuto. Avere a che fare con ragazzi di 13/14 anni era bello perché per loro e anche per me era un gioco, ci divertivamo e con questo spirito arrivava an­che qualche risultato, ma non c’erano l’abnegazione e l’impegno che richiedono altre categorie. Nel 2006 passo all’Unidelta, squadra élite e under 23, rimanendoci tre stagioni e dirigendo diversi atleti poi approdati al professionismo compresi Damiano Caruso, Fran­cesco Gavazzi, Morris Possoni. Tre anni dopo entro in Nazionale co­me braccio destro di Salvoldi».
Quanti mondiali hai vissuto come “vice” di Salvoldi?
«Dal 2009 tutti, a parte il primo (guarda caso) in Australia vinto da Giorgia Bronzini. Da Dino ho imparato tanto, in particolare a gestire lo staff e la logistica, a lavorare in una Federazione che non è una normale squadra di club. Ho raccolto un’eredità pesante e sto cercando di dare la mia impronta per continuare un percorso ricco di soddisfazioni. Cosa sto facendo di diverso ri­spetto a quello che faceva lui? La mia idea, specialmente con le junior, è di leggerezza. Non ho organizzato nessun raduno in altura per loro, seguendo la filosofia sposata dalla FCI di la­sciarle tranquille, farle crescere senza stress, visto che dovranno superare già un bello scoglio quando passeranno di categoria. Le ho portate alla Gent-We-velgem e a un’altra corsa a tappe in Fran­cia solo per accumulare esperienza. Alle altre invece ho dato degli obiettivi chiari a inizio anno, in base ai quali prepararsi. Negli ultimi due anni, con l’avvento del World Tour, il ciclismo femminile è cambiato molto: le squadre fanno correre tanto le ragazze, io, dan­do loro la sicurezza della convocazione posso aiutarle a studiare un percorso così da non doversi spremere nelle gare antecedenti il grande appuntamento per accaparrarsi il posto. Chia­ra­mente non sono il preparatore di nes­suna, ma ho suggerito loro un cammino ideale che prevedeva prima l’altura e poi la Vuelta in vista del Mon­diale».
Patti chiari, amicizia lunga.
«Ovviamente alla fine è la salute e la condizione di ognuna a decidere se sono pronte per l’obiettivo individuato. Ho sempre avuto un ottimo rapporto con le ragazze, credo mi apprezzino perchè dico le cose come stanno e le tratto come professioniste. Tutte quelle che fanno parte del gruppo della Na­zionale hanno dimostrato di esserlo. Hanno un calendario sempre più fitto, staff altamente qualificati a supportarle, io voglio dare loro serenità perchè possano esprimersi al meglio quando vestono la maglia azzurra. Questa tranquillità si respira anche in raduno. Per preparare il Campionato Europeo siamo arrivati a Monaco il mercoledì, anche se sarebbe stato sufficiente ritrovarci il venerdì per la ricognizione del percorso, perché ritengo sia importante che stiano insieme il più possibile. L’atmosfera è sempre più positiva, lo ha dimostrato la gran corsa disputata a Monaco di Ba­viera».
Corsa che ci è valsa due medaglie, purtroppo non la più preziosa.
«Sapevamo di dovercela vedere con l’Olanda, una squadra fortissima, e con la Wiebes, che normalmente in volata vince per distacco. Contro la squadra italiana ha vinto di pochi centimetri. Gliela abbiamo fatta su­dare e se Marta Bastianelli fos­se stata meglio avrebbe potuto stare alla ruota della Balsamo, come avevamo studiato a tavolino, impedendo a Lo­rena di mettersi dietro alla campionessa del mondo e magari le cose sa­rebbero andate diversamente. Ad ogni modo, come prima uscita in ammiraglia nel nuovo ruolo, l’argento di Elisa e il bronzo conquistato da Barbieri sono un ottimo bottino. Rachele la co­nosco da quando era junior, sapevo quanto è forte, e dopo due stagioni nelle quali ha praticamente corso so­lo in Italia, le è bastato un anno nel World Tour per ritornare ad alto livello. Per me non è una sorpresa, ma ai tratta solo di un gradito ritorno».
In famiglia cosa dicono del tuo lavoro?
«I miei figli mi seguono in tv e mi riconoscono per quello che sono anche a casa, se vuoi deciso, anche duro quando serve, ma giusto. Nerea ha 19 anni ed è una nuotatrice; Mikel ne ha 23, ha un trascorso nelle giovanili dell’Atalan­ta, si è laureato di recente in Scienze Motorie, magari seguirà le mie orme nel calcio, di sicuro non nel ciclismo (i figli di Paolo hanno nomi spagnoli, mamma Susanna, mancata sei anni fa dopo una lunga malattia a soli 46 anni, era basca, ndr)».
Abbiamo un gruppo fortissimo, fosse matematica dovrebbe essere “facile” vincere.
«Già, invece nello sport non basta fare i conti a tavolino. Da qui al 24 settembre mi aspetto di avere un avvicinamento liscio, che non ci siano più incidenti come quelli successi a Cavalli, Con­sonni e Pa­ternoster. Mi auguro che le ra­gazze abbiano la se­renità per prepararsi al meglio e presentarsi al grande giorno al top. Pun­te­remo sulle nostre due Elisa, Balsamo e Lon­go Borghini, e su Mar­ta Cavalli se tornerà in condizione ottimale come sono convinto. Le ho parlato e le ho ribadito che per me è convocata, quindi di riprendere senza forzare. Per il tipo di percorso che ci aspetta non potranno mancare Silvia Persico (il giro del percorso finale richiede uno sforzo massimo di 6-7 minuti, una ciclocrossista co­me lei sarà senz’altro protagonista) ed Elena Cecchini. Sul mio taccuino ci sono anche i nomi di Sofia Bertizzolo, Soraya Paladin e Marta Bastianelli. Voglio schierare anche almeno una Under 23 visto che in palio ci sarà, per la prima volta, il titolo per loro, quindi sarà una corsa nella corsa che potremmo giocarci con Silvia Zanardi o Vit­toria Guazzini, con quest’ultima che correrà di sicuro la cronometro».
Le giovani promettono bene.
«Abbiamo buone prospettive anche tra le junior con Eleonora Ciabocco, Fran­cesca Pellegrini, la scalatrice Gaia Se­gato e Federica Venturelli, promessa del primo anno che si divide tra ciclocross, pista e strada. Con tutti i tecnici siamo d’accordo di non forzare la mano, di farle fare esperienza, senza metterle pressione. Quando sei forte, i risultati arrivano da soli, basta saper aspettare».
Hai visionato il percorso di Wollon­gong con Bennati.
«Si parte da Helensburgh, poi dopo un trasferimento di 5-6 km in discesa, il via effettivo sarà dato sul ma­re. Si percorrono una trentina di chilometri lun­go la costa con tanti su e giù. Noi ab­biamo trovato moltissimo vento, ma mi hanno detto che a settembre ce ne sarà molto di meno, mentre le temperature saranno intorno ai 24-25°. Passati sotto l’arrivo, si fa un tratto del circuito finale e a un certo punto si gira a sinistra e si va a prendere il famoso Mount Kei­ra, una salita di poco meno di 7 km di cui i primi 2 più duri (con punte al 10-12% su una strada lar­ga e dritta) e gli altri più pe­dalabili. Tutta la salita è im­mersa nel bosco, la discesa è tecnica e veloce. Finito il tratto all’ingiù si entra nel circuito finale di 17 km che le don­ne élite percorreranno per sei volte. È veloce, con tante curve e rilanci, fino ad arrivare a una decina di chilometri dall’arrivo dove c’è un primo strappo di 500 metri - che farà parte anche del percorso delle crono - seguito da una discesa di 400 metri. Poi curva a de­stra, altra discesa di 400 metri, curva a sinistra a 90° e inizia lo strappo di un chilometro che subito va su al 19%, poi fa una specie di gradone e riprende con pendenze del 12-13%. Quando si scollina mancheranno 8 chilometri al traguardo. C’è una discesa di un chilometro e mezzo molto veloce: arrivi ai -3,5 dal traguardo che nemmeno te ne accorgi, l’ultima parte è pianeggiante a parte una “gobbetta” in cui la strada sale e poi ridiscende. Se si fa un’azione sull’ultimo strappo il tempo per chiudere ci sarebbe, ma chi è dietro rischia perché la discesa è veloce e basta guardarsi un attimo che la corsa è persa».
Con che spirito ti appresti al tuo primo mondiale da CT?
«Non c’è giorno che non riguardo i vi­deo che abbiamo registrato o penso a come affrontarlo con le nostre otto ra­gazze. Quando si entra nel circuito fi­nale sarà come una classica, un Fian­dre, una gara del Nord. Arriveranno a giocarsela cicliste di fondo ed esplosive: anche la distanza di 164 km è notevole. Non mi agito perchè non è nel mio carattere, ho le migliori atlete che potessi de­siderare e perché non lo sento come il mio primo mondiale. Come all’Euro­peo, farò una riunione sola e breve il giorno prima della gara. La chiarezza paga sempre, decisa una tattica va detta come va detta, senza in­dugi né ripensamenti. Non parto sconfitto, tutt’altro. Se qualche avversaria si dimostrerà più brava ci toglieremo il cappello, nutriamo rispetto massimo verso tutte ma non ne temiamo nessuna. Siamo l’Italia, sono le altre Nazio­nali a dover essere preoccupate di battersi con noi».

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