Pogacar, il numero uno, semplicemente

di Pier Augusto Stagi

Non è un cannibale, ma è chiaramente famelico e go­loso. A differenza del cannibale non è onnivoro, non vuole fagocitare tutto e tut­ti, ma le prelibatezze non se le fa sfuggire. Dopo il Tour e la Lie­gi, ecco il Lombardia, il secondo Mo­numento di stagione per un tris d’autore degno di Eddy Merckx, che questo filotto riuscì a realizzarlo a 26 anni, non a 23 come questo prodigioso corridore sloveno.
Non è mai bello fare i paragoni, ma è altrettanto vero che è impossibile non farli, quando ci si trova davanti a un corridore di cotanto talento. «Sono felice, perché questa è una grandissima corsa, una delle più grandi in assoluto, la più dura assieme alla Liegi e io quest’anno le ho vinte entrambe. Fatica? Tantissima, ma che gioia vincere…», dice a caldo sul traguardo di Bergamo, con quel suo faccino da bimbo felice, come se avesse da poco mangiato di na­scosto la seconda coppa di gelato della giornata.
Sul traguardo di Bergamo, il campione sloveno ha preceduto nella volata a due uno splendido Fausto Masnada, che sulle strade di casa era riuscito a rientrare su Pogacar nella discesa di Sel­vi­no. Al terzo posto (a 51 secondi dal vincitore) il britannico Adam Yates, che ha regolato il gruppetto dei battuti: quarto Roglic, quinto Valverde, sesto Alaphilippe, compagno di squadra di Masnada. Vincenzo Nibali, che a 37 chilometri dalla conclusione ha acceso la corsa sul Passo di Ganda, poi si è dovuto accontentare della tredicesima piazza a 2’25” dal vincitore.
Pogacar come Merckx, al momento meglio del belga e avviato sulla carta a ripercorrere oltre che ad aggiornare la sua contabilità, chiude una stagione pazzesca da numero uno assoluto del ciclismo mondiale (Sonny Colbrelli è sesto nel ranking Uci, ndr). Secondo Tour consecutivo, con Tirreno, Uae Tour, Liegi e adesso anche il Lom­bar­dia. Una stagione piena, nella quale è sempre stato protagonista assoluto: per sé e per i compagni. «Questo è un ragazzo eccezionale, io ne ho visti tanti di corridori, ma Taddeo è proprio un fuoriclasse. Come Merckx? Eddy resta Eddy…», dice Ernesto Colnago, 89 anni portati con assoluta leggerezza sul traguardo di Bergamo, dove non ha mancato di abbracciare questo ragazzo immenso.
Non può che essere lui l’anello di congiunzione tra Eddy Merckx e Tadej Po­gacar. Non può che essere il Maestro di Cambiago, che sulle sue bici aveva visto pedalare il Cannibale, a raccontare quello che è successo qualche passo dopo il traguardo di Via Roma a Ber­gamo.
«Lo avevo chiamato alla vigilia - rivela Colnago, che dà le bici alla Uae-Emi­rates - gli ho detto che sarei venuto a trovarlo ma gli ho chiesto dove dovevo farmi trovare, se alla partenza o all’arrivo. “Vieni all’arrivo”, la sua risposta. È un ragazzo sincero, diretto, pulito, con la faccia da ragazzino, capace di fare in sella alla sua bicicletta cose davvero straordinarie. Sia ben chiaro, di Merckx ce n’è uno, ma Tadej è un gio­iello!».
Il capitolo numero 115 del Lombardia - partito da Como e tornato dopo cinque anni a concludersi a Bergamo - è di rara bellezza.
«È stata una stagione veramente pazza - ha detto il ragazzo sloveno -, dall’inizio alla fine, ed è pazzesco chiuderla così. Non potrei essere più felice, sono senza parole. Ma se mi chiedete il mio prossimo sogno, non vi parlerò di altre vittorie, ma “solo” di continuare a di­vertirmi il più possibile facendo il ciclista».
Se scomodiamo la storia, alla fine per questa ennesima impresa alla Merckx di Pogacar dobbiamo scomodare niente di meno che Fausto Coppi, che nel 1949 fece pur sempre un tris d’autore, vincendo nella stessa stagione un Grande Giro e due Monumento: Tour, Sanremo e Lombardia. Perché un vincitore più giovane del Lombardia mancava dal 1969, quando il belga Monseré fece saltare il banco poco dopo il ventunesimo compleanno. Perché a 23 an­ni e 18 giorni nessuno era stato capace di vincere più di un Monumento nello stesso anno. Ma forse è meglio fermarsi qui, come lo stesso corridore sloveno invita a fare, per non esagerare con i complimenti, i paragoni e i superlativi. C’è un fatto, però, che Taddeo corre, vince e si diverte: tutto l’anno.
Vincente a febbraio e marzo tra Uae Tour e Tirreno-Adriatico e presente sul podio olimpico della prova in linea (bronzo) ha ribadito di «non essere troppo interessato alla storia. Fare pa­ragoni non ha molto senso. Io amo sia i Grandi Giri sia le classiche, nel ciclismo moderno bisogna essere competitivi dappertutto, ma quel che più amo è andare in bicicletta».
«Sono io il migliore!» è sembrato dire con i gesti Taddeo sul traguardo, prima di esplodere nell’urlo delle grandi occasioni e ricevere il bacio della bionda fidanzata Urska Zigart, che sposerà presto. Ha vinto al debutto, proprio come Sonny Colbrelli a Roubaix. Ha dedicato il successo anche al direttore sportivo Allan Peiper, il tecnico australiano che sta lottando contro un tumore e ha lasciato l’incarico qualche giorno fa. E per il futuro, il “piano” è già fatto: «Più o meno lo stesso dei miei primi tre anni da professionista. Essere alle grandi corse, cercare di dare il me­glio ogni anno».
Il signore in giallo sogna l’iride, la ma­glia di campione del mondo, «la più bel­la di tutte», dice. Vorrebbe anche un gior­no correre il Giro, «anche perché ogni tanto sconfina nella mia Slo­ve­nia», ma sa bene che per il momento la priorità è costituita solo dal Tour de France.
«Il Giro è una corsa che mi piace tantissimo - aggiunge -. E adesso si vede anche in tv in Slovenia, non come quando ero bambino che si vedeva solo il Tour, la prima corsa a cui mi sono appassionato. Mi vedo alla partenza in futuro, anche perché anche la maglia rosa mi piace davvero tanto».
Pedala facile e parla come un ragazzino sognante. Ciclisticamente è un piccolo cannibale, ma lo fa con il sorriso sulle labbra. «Non so come faccio - dice -: so solo che sono fatto così, come i miei genitori mi hanno cresciuto. Sono felice dell’educazione che mi hanno dato, perché ha contribuito a rendermi quello che sono». Un numero uno.

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