Editoriale
E adesso sprechiamoci in complimenti. Dovremo assistere al proliferare di quelli che l’avevano detto e che nonostante tutto è meglio che sia andata così. Gli amici, gli estimatori di Giancarlo Ceruti, neo presidente federale sono destinati ad aumentare. Lentamente, come lentamente si è completato il rinnovamento iniziato con l’assemblea di Trieste di due anni fa.
Non ho nessun titolo per intervenire da esperto sulle cose politiche di una Federazione che ha deciso di cambiare rotta. Vorrei soltanto, da addetto ai lavori che segue con attenzione anche le vicende politiche di uno sport a me caro e da acerrimo sostenitore della priorità, regolarmente misconosciuta da tutti i direttivi federali, fare un paio di chiose terra terra che non entrano nel progetto. Riguardano solo la sua praticabilità.
Premessa. Conosco piuttosto bene Ceruti e ho di lui una grande considerazione: non solo per quello che ha fatto per il ciclismo, ma anche per il modo in cui lo fa: è uno dei dirigenti che lavorano di più e parlano di meno. Ora la stima mi si tinge di ammirazione per il coraggio che dimostra affrontando un simile impegno. Solo, mi permetto di rivorgergli una domanda alla quale probabilmente non risponderà: questo impegno, tale da far tremare le vene e i polsi di chiunque, con quali strumenti conta di realizzarlo?
Per strumenti intendo innanzi tutto il materiale umano. È logico che molto deve essere pensato e discusso in Consiglio, ambiente in cui deve tornare a regnare un’armonia che da troppo tempo non vi trova fissa dimora, ma è necessario che anche i funzionari, i collaboratori, gli uomini della Federazione trovino stimoli nuovi per mettere in pratica quello che viene predisposto sulla carta. Nessuno è più convinto di noi che per affrontare un simile impegno il coraggio non basta; ci vuole dell’eroismo. Ma è anche vero che sarebbe un grosso errore epurare, cacciare funzionari e dirigenti che sono «strumenti» necessari per il regolare funzionamento di una Federazione importante e complessa come quella ciclistica.
Giancarlo, e come direbbe De Zan, per Giancarlo intendo Ceruti, ha volontà di ferro e grande inziativa. È un uomo che troverà più difficoltà a stare a tavola che a lavorare. I suoi ritmi sono maniacali, la sua voglia di fare spesso è smodata. Ma lui è così: un dirigente vero, che ai bla bla ha sempre preferito i fatti. Ma adesso che è giunto alla guida di una delle federazioni più prestigiose di tutto lo sport italiano, deve imparare a rallentare il passo. A questo punto deve far correre il pensiero: da Furino si deve trasformare in Rivera.
Il ciclismo italiano deve andar fiero di questo ragazzo di quarantaquattro anni che predilige il dialogo periferico con le società ai giochetti di Palazzo.
Ho letto, prima delle elezioni di Saint Vincent, che c’era chi invocava l’unità. Ma cosa significa unità? Forse non mutare il mutabile? Non cambiare? Ceruti, perché ha vinto di cinque voti, non rappresenta forse l’Italia ciclistica intera? E se avesse vinto Carlesso sarebbe stato forse il trionfo del buon senso? Le società hanno scelto, forse non in modo unitario, ma certamente democratico.
Non sono però qui a dire cosa deve fare, anche perché Giancarlo Ceruti lo sa perfettamente. Ha lavorato sul riassestamento della Struttura Tecnica Federale, criticatissima ma vincente; ha rilanciato la pista, con il progetto ANVI, criticatissimo ma efficace; ha rivitalizzato l’attività meridionale restituendole dignità e credibilità, criticatissimo anche in questo caso, ma benemerito; ha appoggiato l’attività femminile, che oggi non è più parente povera del ciclismo italiano, e in questo caso, nonostante non fregasse a nessuno fuorché a lui, adesso se ne vantano tutti; nell’impiantistica si è gettato anima e corpo, ma i meriti sono di altri, non di questo ragazzo di 44 anni che io conobbi almeno quindici anni fa sul «bilico» di un camion trasformato a palco mentre faceva lo speaker del Gp Liberazione femminile a Crema, di cui era anche uno degli organizzatori. Ha fatto tante cose, con impegno e modestia. Forse sorride poco, è vero, e la sua timidezza lo rende ancor più «roccia» di quello che è, ma imparerà ad essere più diplomatico, più sorridente. Imparerà a mettersi la cravatta e a sopportare anche quelle cene di lavoro lunghe e noiose alle quali è poco incline. Di pazienza ne ha da vendere, visto che le sue lotte sindacali gli hanno insegnato ad aspettare il momento opportuno; la sua voglia di fare sarà il dono più prelibato per il ciclismo italiano. Il ciclismo italiano avrà anche un presidente che ha vinto ai punti, ma soprattutto non è finito KO.
Pier Augusto Stagi
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