PASTO OLIMPICO. Come faccio festa...

STORIA | 16/08/2016 | 10:23
Il più veloce era Maximilian Sciandri. Ma era anche il più stanco. Fu lui il primo a scattare, cercando, forse, la sorpresa. Venne inseguito e subito raggiunto dagli altri due, Pascal Richard e Rolf Sorensen.
Più che un viale, sembrava un’autostrada, quella di Atlanta, Olimpiade 1996, la prima aperta – spudoratamente, ma anche meno ipocritamente – ai professionisti. Sorensen non resistette alla tentazione e fu lui il secondo a scattare. Sciandri si arrese, Richard no, agganciò la ruota di Sorensen e poi, gettandosi sulla sinistra, dall’altra parte della strada, lo precedette. Medaglia d’oro allo svizzero, d’argento al danese, di bronzo al toscano con passaporto britannico.

Il secondo è il primo degli sconfitti. E’ quello che soffre di più. Sorensen, varcando la linea del traguardo, batté un pugno sul manubrio per la rabbia e la frustrazione, poi si versò acqua sul viso, forse anche nel tentativo di sbollire l’ira, quindi davanti alle telecamere non poté nascondere la delusione. Ci riuscì qualche ora dopo, di notte, quando fu scovato mentre ballava sul tavolo di un nightclub, con la medaglia di argento al collo e poco altro.

C’è chi ha festeggiato un titolo olimpico con il karaoke (l’ostacolista cinese Liu Xiang ai Giochi di Atene nel 2004), chi portando la moglie a cena tutti gli anni quel giorno a quell’ora (il britannico Harald Abrahams e il neozelandese Arthur Porritt, rispettivamente oro e bronzo nei 100 metri, atletica, ai Giochi di Parigi del 1924), chi indossando i “lederhosen”, un paio di pantaloni caratteristici (la staffetta 4x100 stile libero uomini della Germania Ovest ai Giochi di Seul nel 1988).

I più spiritosi furono Arthur Wint, Leslie Laing, Herb McKenley e George Rhoden, gli staffettisti della 4x400, atletica, ai Giochi di Helsinki nel 1952: celebrarono la vittoria bevendo whisky con il Duca di Edimburgo con l’unico recipiente disponibile nella loro camera, il bicchiere degli spazzolini da denti. Il più sorpreso fu lo scozzese Dick McTaggart, che ai Giochi di Melbourne nel 1956 conquistò l’oro nei pesi leggeri: al ritorno a casa, nella stazione ferroviaria di Dundee fu accolto dai compagni del suo boxing club, che lo sollevarono sulle spalle, lo trasportarono sulle scale e poi lo fecero sbattere, testa compresa, contro il soffitto. Il più monastico fu il pugile tailandese Manus Boonjumnong, oro ai Giochi di Atene nel 2004: dilapidata la fortuna ricevuta per la vittoria, spedito ad allenarsi a Cuba senza soldi, Manus (quale nome più adatto per un boxeur?) conquistò l’oro ai Giochi Asiatici e, come ringraziamento, si rasò a zero e trascorse due settimane di silenzio e meditazione in un monastero buddista.
 
Marco Pastonesi
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