STORIA | 07/07/2016 | 09:19 La sua prima città delle biciclette era la casa, e la casa era anche la bottega, e la bottega era una specie di paradiso: tre stanze, la prima era un ingresso con una grande mensola e tutti gli attrezzi, la seconda era un deposito e un’officina con le biciclette sane e quelle malate, e nella terza dormivano lui e il suo papà, Vitalio, e lì c’era tutto, anche la cucina (“ma con poco da mangiare, tanto che di notte, per la fame, mi venivano i crampi allo stomaco”).
La sua seconda città delle biciclette era Alessandria, la casa-bottega-paradiso di via Marengo 23, e poi le vie della città (“per una macchina c’erano cento biciclette”), e poi, giorno dopo giorno, il perimetro dei confini del mondo che a forza di pedali si allargava e si allungava, che si spingeva e si espandeva, fino a salire sulle colline e a raggiungere il mare.
La sua terza città delle biciclette erano i corridori: Costante Girardengo, che gli raccontava della sfida con Henri Pélissier al Vel d’Hiv di Parigi, e la polizia a cavallo che teneva la folla accorsa per assistere a quella sfida, di velocità, in tre prove; Biagio Cavanna, che volle testarlo nel giro della Castagnola, passando per Gavi e Isola del Cantone, e poi lo promosse nella sua squadra; e Fausto Coppi, arrivato lì con un ginocchio sbucciato per una caduta e portato da Vitalio all’ospedale per farsi medicare (“e un giorno mi offrì una gazzosa”).
La sua quarta città delle biciclette fu il Giro d’Italia, quello del 1950, quando correva per la Ganna, con Bini e Seghezzi, Croci Torti e Logli, settimo nella Livorno-Genova, quando da solo lasciò il gruppo di Bartali e Coppi per riportarsi, a Nervi, su quello di Koblet e Bevilacqua, e quando poi si aggiudicò un traguardo a premi proprio ad Alessandria, e quando poi il tendine di un ginocchio lo inchiodò fino a costringerlo ad abbandonare e a ritirarsi ("e per vent’anni, deluso, mi allontanai dal mondo delle corse”).
La sua quinta città delle biciclette è quella in cui poi ha sempre abitato: dalla casa-bottega-paradiso di via Marengo al negozio rilevato dalla Maino in piazza Garibaldi, dall’officina di via Caniggia alla quasi industria di via Casalbagliano, una storia cominciata con la sua 24 (“a ruote basse”), con i 10 tandem che si noleggiavano soprattutto la domenica (“e mi addormentavo al tavolino aspettando che tutti i clienti rientrassero”), con le nove bici requisite dai tedeschi (“durate la guerra”), con la bici di Girardengo (“del 1913”) e della sua maglia Opel (“con cui correva in Germania”), con tutte le biciclette firmate Meazzo (“anche quella con i tubi del telaio costruiti con i proiettili, residuati bellici”), comprese le sue biciclette prestate alla mostra “Alessandria città delle biciclette”, a Palazzo Monferrato, fino al 10 luglio.
Domani Giovanni Meazzo compirà 88 anni. E la sua città delle biciclette è, adesso, sempre, anche la nostra.
che non conoscono Giovanni. Se una persona ama il ciclismo e la bicicletta deve avere un moto di "venerazione" per Meazzo. Autentico patriarca del ciclismo alessandrino.... No, italiano.
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