NON SOLO GIRO. Moscon, il talento predestinato

PROFESSIONISTI | 25/05/2016 | 07:39
Lo sapevamo già da po’ che Gian­ni Moscon aveva tutto, ma ora sappiamo che ha an­che qualcosa di più. Prede­sti­nato? Sì. Talento da preservare? Certo. Uomo sul quale il ciclismo italiano può davvero contare? Esattamente. È un ragazzo che in questi primi mesi di professionismo ha fatto intravvedere quello che di buono aveva fatto chiaramente intuire e indiscutibilmente vedere nelle categorie giovanili. In particolare da under 23, con la maglia della Euromobil Desirée Fior, alla faccia di chi pensa che questi team non abbiamo più ragione di essere. Quello che c’è ed evidente è che se uno ha talento, gambe e cervello può fare quello che vuole: e Gianni Moscon ha appunto testa. Tanta testa.

Ne ha avuta la fa­mi­glia Lucchet­ta con Gaspare in cima alla li­sta, che ci ha investito. Ne ha avu­ta Egidio Fior che ci ha puntato. Ci ha la­vorato bene Luciano Rui e tutto il suo staff tecnico che l’hanno cresciuto, ma ci ha visto lungo soprattutto Mau­ri­zio Fondriest che l’ha preso fin da su­bito sotto la sua ala protettiva e, conoscendo il ciclismo e la sua storia, l’ha portato dritto filato alla Euromobil, do­ve lui stesso è cresciuto e quindi sa co­me si lavora, come si cresce e ci si avvia alla professione.
Tornando a Moscon, questa primavera è stata proprio una bella primavera, che ci ha fatto conoscere un ragazzo che il buon Dave Brailsford non si è fatto sfuggire: bravo anche lui che se l’è portato in Inghilterra. Gambe forti ma che testa, Gianni. Un ragazzo quadrato, posato e misurato che dimostra ben più dei suoi 21 anni di età.

«Pedalare sul pavé è semplicemente esaltante - ha detto alla vigilia della sua campagna del Nord -. Più difficile è spiegare perché. Per me dipende dalla storia che c’è dietro. Che quelle pietre hanno. E allora capita che ti identifichi con chi hai visto attaccare, vincere, dare spettacolo. E magari coltivi la speranza di riuscire a farlo anche tu, un giorno...».

Ad aprile di un anno fa, Gianni Mo­scon sul pavé ci era andato per la prima vol­ta, ma come capita a tutti quelli che hanno talento, gli sembra di pedalare da sempre su quelle superfici. Corre il Fiandre Under 23 e arriva secondo, bat­tuto allo sprint in una volata a due dall’australiano Edmondson. Capisce lì, una volta di più, che è nato per stare in sella alla sua bicicletta: ci sta bene e quel che conta di più è che la fa anche andare parecchio veloce. La sua primavera ha confermato che ha stoffa, il ra­gazzo: 8° posto alla Nokere Koerse, 3° nella classifica finale della Settimana Coppi e Bartali e la convocazione per il Fiandre. «Sono felice di poterlo correre - dice qualche giorno prima del grande battesimo della strada -, perché finora l’ho visto soltanto in televisione. I successi di Cancellara, di Boonen, ma an­che quello di Ballan. Il suo attacco de­cisivo l’ho visto decine di volte. Sono cu­rioso».

È curioso Gianni, ma soprattutto scrupoloso, attento ed esigente come po­chi. Fa tutto quello che deve fare un ragazzo della sua età munito di talento ma che sa anche che solo con il lavoro si può ot­timizzare tutto. A marzo corre la Strade Bianche e - visto che è tipo che ragiona e riflette perché anche per i ciclisti vale il motto “oltre le gambe c’è di più” - si lascia andare ad una riflessione che ha anche del filosofico: «Spes­so mi chiedo se, quando ci si stacca, siano semplicemente le gambe che non riescono a spingere potenza sufficiente, o sia la testa che non riesce a sopportare ancora la sofferenza della fatica. Come si può essere sicuri di avere dato tutto? Spero anch’io, a un certo momento, di non avere più questa domanda in testa che mi ronza. A questo enigma solo chi vince non deve dare risposta. Nell’at­te­sa, mi alleno a soffrire come chi va più forte di me».

Ha testa il ragazzo e talento da vendere: tutto da vedere. È il trentino che fa so­gnare e ci riporta indietro negli anni, noi che abbiamo gioito e sussultato per un altro cacciatore di classiche come Francesco Moser, uno che in quanto a forza fisica e carattere non era proprio secondo a nessuno. «Ma lui è una leggenda, è tutta un’altra cosa», dice ta­gliando corto. «Da ragazzino sono cresciuto facendo il tifo per Gibo Simoni: ancora oggi mi guardo la sua vittoria sullo Zoncolan. Anche se come caratteristiche tecniche penso di essere una via di mezzo tra Moser e Fondriest, solo che ad oggi sono di molto depotenziato», dice.

Lui, però, in questa sua primavera che ha i colori e il chiarore di un’aurora ha abbreviato i tempi, si fa vedere al Fian­dre e si fa vedere anche alla Roubaix. «Cosa mi ha lasciato la “Regina delle classiche”? Qualche livido... A parte gli scherzi, se ci ripenso mi sorprendo an­cora di me stesso e di quello che sono riuscito a fare, anche se per il momento è proprio niente - dice con la consueta tranquillità -. Per lunghi tratti sono stato con Boonen: ed ero felice di essere lì».

Poi due cadute, che alla Roubaix sono la norma, e un trentottesimo posto a 7’26” da Hayman, uno dei sei italiani sui 13 al via (ma Coledan è arrivato fuori tempo massimo) che sono giunti al traguardo. Gianni si fa trovare al po­sto giusto nel momento giusto quando comincia la battaglia, con gli Etixx di Martin e Boonen impegnati a far fuori Cancellara e Sagan. Poi ecco la prima caduta in curva e la seconda alle spalle di Spartacus e Terpstra, che lo toglieranno di mezzo… Il suo tecnico, invece, non ha mezze misure. Servais Kna­ven sa cosa è la Roubaix e sa perfettamente come sarebbe potuta finire. «Sen­za quegli imprevisti, Gianni sarebbe arrivato nei primi dieci». E lo stesso dirà sodisfatto Dave Brailsford. «Mo­scon ha grande carattere e attitudine. Si vede che è stato cresciuto in una grande famiglia. Impara velocemente e ha la mente aperta. Guarda tutto e assorbe. Come aiutante ha già dimostrato un livello alto, ma quando ha avuto l’opportunità di essere capitano, alla Coppi e Bartali, ci ha impressionato e non per niente lo abbiamo scelto per Fiandre e Roubaix. Ha un gran futuro davanti. E noi siamo felici di averlo in squadra».

Se chiedete a lui cosa gli è piaciuto di queste prime esperienze fatte di muri, pavé e vento in faccia, risponde serafico: «Non sono mai stato passivo, e questa è una cosa molto importante. Così co­me quando guardavo la faccia di al­cuni miei avversari: facevo una fatica boia, ma mi sembrava che loro ne facessero anche di più».  
E tra Fiandre e Roubaix? «Dico Fian­dre. Forse per i Muri, l’atmosfera, an­che se quel giorno il mio compito era di­verso: dovevo lavorare fin da subito per i miei capitani. In ogni caso ho fatto un buon apprendistato, ma c’è ancora da lavorare sodo».

E tra una corsa in linea e una a tappe? «Ci stiamo lavorando, ci stiamo riflettendo, non so io e non sanno ancora i miei tecnici quale possa essere la mia strada, ma l’importante è esserci. Se de­vo rispondere adesso, ti dico che mi sento per il momento corridore per cor­se di un giorno».

È chiaro e preciso, Gianni Moscon, an­che quando lo si sollecita a parlare del Team Sky e del suo nuovo capitano Chris Froome. «Quello che io avevo percepito dal di fuori è che il Team Sky era una formazione forte, esigente e molto formale, dove i corridori sono tutti dei bei soldatini: non è assolutamente così - spiega Gianni, perito agrario, che quando gli impegni ciclistici glielo consentono aiuta l’azienda di fa­miglia nei campi e sul trattore -. Squa­dra tosta, squadra vera ma anche molto friendly. Froome, ad esempio, è proprio il simbolo di questo team. Grandissimo professionista ma non se la tira neanche un po’. Sia nel raduno di Londra che quello alle Baleari è stato il primo a fare tutto il possibile per agevolare il mio in­serimento nel gruppo: per un ragazzo come me, un po’ spaesato e ancora in­credulo e impacciato, trovarsi a bere una birra al pub con lui e i miei compagni di squadra è stata tanta roba. Io mi ero fatto un film che non esisteva: la realtà è spesso un’altra. Ad ogni modo ho ancora tanto da imparare e devo ap­plicarmi tanto. Io ho voglia di fare fatica e arrivare. Non ho mai avuto paura di mettermi in discussione: sono uno che si butta e cerca in ogni momento di imparare il più possibile». E il ragazzo è tipo che impara in fretta.

Pier Augusto Stagi, da tuttoBICI di maggio
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