B come buffet. Nel senso di spuntino per chi segue la corsa. Sontuoso quello dei ragazzi della scuola alberghiera di Praia a Mare, con piatti caldi e freddi: uno schiaffo al popolo di Masterchef. Inedito quello di Benevento, con qualche gelido pasticcino contingentato per i primi arrivati e il caldo invito a cercarsi un ristorante.
C come colore. Nel senso di rosa, la tinta della corsa. Dopo approfonditi studi di marketing, gli organizzatori hanno pensato bene di ridurne al minimo l’uso: in pratica, solo sulla maglia che contraddistingue il leader della gara, ma è già allo studio un progetto per modificare anche quella. Si ragiona anche su come cambiare lo slogan editoriale, «Tutto il rosa della vita»: a chi ha proposto «il bello del rosa» è stato spiegato che il problema non sono le parole ‘tutto’ e ‘vita’. I creativi adibiti a questa inversione di tendenza hanno individuato una linea minimal: meglio il nero, oltretutto snellisce. Tra il personale del Giro, di questo cambio di look ne hanno giovato in tanti: sembrano a dieta anche se non lo sono. Non a tutti è andata bene: un giornalista, amante dei vestiti scuri, dal primo giorno fatica a lavorare perché, conciato così, tutti lo scambiano per un addetto alla corsa. Per riequilibrare l’ambiente e non far concorrenza alle imprese di pompe funebri, si è studiato di lavorare anche sulla segnaletica stradale: via il rosa, facile da individuare anche per le talpe a un chilometro di distanza, scartate le tonalità fluo perché già utilizzate in altre corse, si è passati al più neutrale bianco, che nelle rotonde si sposa benissimo ai cartelloni pubblicitari o al bucato steso alle finestre. Di nero ci sono solo le scritte, sottilissime. Per venirne fuori, si è tornato a un antico rituale: si abbassa il finestrino e si chiede ai passanti.
U come urla. Nel senso di capacità di alzar la voce quando serve. Vedi alla voce Orlando Maini, tecnico della Lampre: mentre Ulissi correva verso il successo a Praia a Mare, lui dall’ammiraglia gli strillava nelle orecchie «non basta, non basta». È stato il modo per incoraggiarlo a non mollare: i compagni del toscano, collegati via auricolare, solo in albergo hanno capito che ce l’avesse fatta. Da una tappa così, Ulissi è uscito felicissimo e un po’ traumatizzato: a lungo ha sentito quell’urlo rimbombargli nella testa. «Non basta, non basta»: non c’è stato modo di convincerlo ad alzarsi dal lettino dei massaggi. «Non basta, non basta»: non c’è stato modo di convincerlo ad alzarsi da tavola. «Non basta, non basta»: non c’è stato modo di convincerlo ad alzarsi da letto. Vista la piega che la faccenda ha preso, da stamattina in Lampre hanno cambiato strategia: qualsiasi cosa faccia o dica Ulissi, tutti hanno una risposta sola. Può bastare.
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