G come glamour. Nel senso di fascino che conquista. Nessun dubbio che il Giro d’Olanda si sia diviso fra due sovrani incontrastati, il velocista Kittel e la prima maglia rosa Dumoulin: c’è chi li ha visti fortissimi, c’è chi li ha visti bellissimi e c’è chi non li ha visti e basta. Entrambi sono degni eredi di quel Cipollini che vent’anni fa non stupiva solo con le vittorie, ma anche con gli effetti speciali: dai body coloratissimi alle maglie di Ronaldo esibite alle premiazioni, Re Leone era all’avanguardia nel rubare l’attenzione anche di spose e suffragette. Anche a Kittel e Dumoulin, dopo aver fatto bene il loro mestiere, si fanno notare sfilando sul palco: lì gli oooh di meraviglia zampillano da soli come ai concerti degli One Direction. E’ il ciclismo di oggi, nel quale anche l’immagine ha il suo peso: non a caso, al seguito del Giro non ci sono solo massaggiatori e meccanici come una volta, ma pure pettinatrici, estetiste, manicure e, in qualche caso, stilisti personali. In gara si va con caschi personalizzati e scarpe fashion, con tatuaggi che spuntano dalla maglietta e occhialoni modello Valeria Marini. E quando è annunciato vento, c’è chi si preoccupa: non per i ventagli, ma perché si rovina la messa in piega. Poi c’è anche chi non ci bada affatto, come il simpaticissimo colombiano Rigoberto Uran, uno che fa paura in salita e non solo: quando ha provato ad informarsi su tutta questa attenzione al look, si è sentito rispondere: «Non ti preoccupare, il ciclismo è come una medaglia: tu sei l’altra faccia».
O come Olanda. Nel senso di primi tre giorni al Giro. Semplicemente strepitosa l’accoglienza del popolo olandese: alla corsa è stato riservato un abbraccio che nemmeno gli italiani. Un gigantesco spot in rosa, un aerosol di gioia per il ciclismo. Che già si pensa di riproporre in futuro, allungandosi a una settimana intera. Verranno confermate le due tappe in linea: da Arnhem a Nijmegen di 190 chilometri, da Nijmegen ad Arnhem di 190 chilometri. Poi si pensa di correre anche un circuito ad Arnhem (si ipotizza di 190 chilometri) e uno della stessa lunghezza a Nijmegen, più un’impegnativa crono di 190 chilometri da Nijmegen ad Arnhem prima del gran finale da Arnhem a Nijmegen, su una distanza che stanno ancora calcolando.
R come rinuncia. Nel senso di non voler fare una cosa. Emanuele Dotto, voce di Radiorai, raccontando in diretta lo sprint con un’enfasi degna di una marcia funebre, dice che negli ultimi metri «gli uomini di classifica hanno deliberatamente smesso di gareggiare». L’organizzazione del Giro è preoccupata. Per il radiocronista.
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