LA RISPOSTA DI FRANCIA

TUTTOBICI | 27/04/2016 | 07:28
Ero in Francia nei giorni im­mediatamente seguenti agli attentati di Bruxelles e mi ha colpito una dichiarazione televisiva del primo ministro francese Valls, sollecitato a pronunciarsi sulla eventualità di far disputare, in estate, le partite del campionato europeo di calcio a porte chiuse, viste le attenzioni criminali dell’I­sis già palesate verso gli stadi: un sì fermo, reciso e preciso, incondizionato alla effettuazione diciamo regolare, normale, del programma calcistico e - aggiunta del premier transalpino - del Tour de France.

Non ho potuto esimermi dal pensare: con la stessa si­tua­zione in Italia, ci sarebbero state le stesse dichiarazioni del nostro premier, nel senso di coinvolgere anche il Giro d’Italia? Non ho neppure potuto esimermi dal darmi la risposta: no. E questo indipendentemente dal nome del premier e dalla sua connotazione politica. Molto probabilmente il premier (qualsiasi nostro premier) si sarebbe premurato di “salvare” nelle intenzioni e nelle decisioni il torneo calcistico continentale, e ba­sta. Il perché non appartiene tanto alla penuria attuale di attenzioni mediatiche al ciclismo in Ita­lia, quanto proprio alla differente cultura sportiva nostra e dei francesi (nessuna gerarchia, meglio questa o meglio quella, ma tanta diversità). E non si può neanche pensare che la Francia sia capace di valutare meglio dell’Italia la si­tuazione mondiale del ciclismo, straordinariamente rigoglioso di pra­ticanti e anche di gare in ormai in tutti i continenti e per ormai tutti i dodici mesi dell’anno, con enorme vis ecologica peraltro in co­stante crescita, con grande frequentazione femminile, con grande presenza dei suoi diritti in ogni serio piano urbano e stradale. No, questo lo sappiamo anche in Italia, tanto è vero che proponiamo la bicicletta utile, modesta e salutare per qualche premio Nobel e che addirittura, per il Nobel della letteratura, c’è chi propone Paolo Con­te, poeta della canzone e autore specialissimamente di una strepitosa ode cantata su Gino Bartali (si chiama Antonio D’Orrico chi ha avuto questa idea, messa per iscritto su Sette, settimanale del Corrierone, ed è un grande).

Lo spazio fra Tour de France e Giro d’Italia è immenso, se lo si calcola considerando la forza culturale e non solo delle due manifestazioni. I francesi da trent’anni ormai non vedono uno dei loro in maglia gialla a Pa­rigi eppure continuano ad affollare le strade offerte, vincolate alla cor­sa per ore e ore di blocco, di esclusiva anche in pieno tempo di esodi vacanzieri, a regalare la loro capitale per un giorno intero alla manifestazione nelle sue vie e piazze più celebri, a vedere nei loro giornali una competizione fra i giornalisti sportivi per “andare al Tour”, a registrare persino le richieste di giornalisti “altri” e di letterati che vogliono scrivere della grande boucle (il grande ricciolo, lo sapevate?, se vogliamo la grande boccola, pensando al disegno consueto del percorso).

Da noi il Giro schiva di nor­ma le grandi città (che lo schivano…), e il fatto che quest’anno si concluda a Torino, anziché a Milano che ultimamente lo ha quasi snobbato, è quasi sensazionale. Le tappe vanno da centro turistico a centro turistico, le strade sono chiuse per poco tempo e quasi mai rigorosamente, gli au­tomobilisti protestano sempre per i divieti e le attese, in città come in campagna come in montagna. E se almeno in certe tappe con certi ar­rivi nuovi o con sfide sulle montagne classiche c’è sempre molta gente, si tende a dire che si tratta di astanti, di passanti, di residenti, e che la corsa è venuta a far loro una sorta di visita per di più gratuita (quando si sa quanto costa in tempo, disagio anche fisico e denaro una giornata spesa su una salita per vedere un rapido passaggio di corridori).

Sul perché la Francia sì e l’Italia no potremmo scrivere volumi, ma in realtà non sappiamo scrivere poche righe esaurienti. Il sospetto che il tanto anzi troppo football, all’interno del comunque sempre poco sport,  sia conseguenza - diretta o indiretta non importa - di una nostra po­vertà culturale che porta a prediligere modelli facili di azione, di successo, di frequentazione, di ve­ne­razione, insomma di vita, di co­noscenza, di (ariecocci!) cultura è forte nonché fortemente tentatore, ma ci sembra davvero troppo co­modo da frequentare. Dire che c’è meno Giro che Tour perché qui si legge di meno, si gode di più, si televede di peggio è così facile che dirlo ci fa paura quasi co­me pensarlo. Ravvisare nella de­cadenza del ciclismo in una certa Italia sa, fra l’altro, di snobismo, di presunzione, di élite: oltre che, nel nostro caso personale almeno, di déjà-dit, anzi di déjà-écrit. Fra l’altro ci sono francesi innamoratissimi anche intellettualmente dell’I­ta­lia, e ci piace troppo ricordare che Jean Cocteau disse che in fon­do i suoi connazionali sono italiani di cattivo umore. E se il Tour de France sportivamente è più bello del Giro d’Italia (ma mica sempre: e si è talora troppo generosi o servizievoli nello scambiare uno sbuffo di azione pedalata al Tour per fase epica della corsa), l’Italia nonostante gli scempi di noi italiani continua ad essere più bella del­la Francia che pure bella è. E mica possiamo aspettare che cose orribili come quelle accadute a Parigi arrivino chez nous e stimolino un nostro premier a stupire e dunque smentire chi scrive queste righe, cioè nella fattispecie a mettere il ciclismo sul piano del calcio.

Gian Paolo Ormezzano, da tuttoBICI di aprile
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COMMENTI
Ok Ormezzano
27 aprile 2016 09:06 emmemme53
Mi ricordo il Presidente Sarkozy, durante una tappa che egli seguì (chissà mai quando in Italia avverrà) ebbe adire: "non c'è Luglio senza Tour, o è Giugno o è Agosto". Cioè: il mese di Luglio, come nome, non esiste perché esiste il mese del Tour.

Troppe differenze
27 aprile 2016 10:49 maurop
Apprezzo le considerazioni di Ormezzano che ha l\'esperienza e l\'autorevolezza giuste per esprimersi in questi termini, ma le differenze storiche tra Giro e Tour sono tali che un confronto che anche soltanto ipotizzi un diverso rapporto di forza ( e di grandezza) tra le due corse suona astratto e poco realistico. Intanto il Tour è nato prima del Giro, che quindi inevitabilmente è stato costretto da subito a un ruolo secondario rispetto alla corsa francese. Inoltre il Tour è stato per decenni una corsa per squadre nazionali, quindi l\'equivalente di un campionato del mondo delle corse a tappe, e questo ha consolidato moltissimo la sua fama nell\'epoca classica del ciclismo.Poi il Tour si corre di luglio e non di maggio, e questo lo favorisce ulteriormente per ragioni evidenti. Infine la Francia è stata ciclisticamente avvantaggiata dalla prossimità geografica e culturale con il Belgio soprattutto, ma anche l\'Olanda e la Spagna quando da queste nazioni proveniva gran parte del meglio del ciclismo mondiale. Non trascurerei il fatto che culturalmente al mito del Tour de France hanno contribuito sì giornalisti e scrittori come Albert Londres e Antoine Blondin e Roland Barthes ma anche di altri paesi compresa l\'Italia, a partire da Vittorio Varale e Gianni Brera eccetera, a dimostrazione che la capacità di diffusione e di egemonia della cultura francese ( non solo nel ciclismo: si pensi al vino, alla cucina, alla moda) è stata ed forse è ancora reale, senza che sia colpa di nessuno in particolare.
Quanto alla monocultura calcistica in Italia questo è certo un dato di arretratezza culturale, cui peraltro stampa e televisioni hanno contribuito in larga misura. Forse il dato indiscutibile del primato del calcio sul ciclismo e sugli altri sport in Italia, dopo qualche decennio iniziale nel quale le due ruote hanno avuto più seguito del pallone, è anche dovuto al fatto che l\'Italia è il paese delle cento città e dei cento campanili, per le quali la squadra di calcio cittadina rappresenta la bandiera sportiva cui si può rimanere fedeli per una vita; e comunque anche quando si sia toscani e si tifi Inter lo si può fare sempre, mentre il tifo ciclistico è molto condizionato dalla presenza di campioni capaci di trascinare le folle. E nel ciclismo, dopo l\'epoca classica di Coppi, Bartali e Magni in Italia è stato di fatto impossibile non pensare a quello che è venuto dopo come a un lento declino, rispetto a quella età dell\'oro, declino che non poteva non coinvolgere anche il Giro, che rispetto al Tour oggi ha perso ulteriormente, e irreversibilmente, di prestigio.
L\'unica possibilità di parziale riscatto mi sembra quella di tracciare con intelligenza il percorso del Giro, fare belle riprese televisive, trovare spazi e persone competenti che siano in grado di raccontarlo al meglio, coinvolgere anche in questo persone di talento come è successo l\'anno scorso con il bravo Edoardo Camurri che ha fatto una deliziosa trasmissione di contorno sul Giro, magari liberandosi dalll\'ossessione di voler rifare a tutti i costi il Processo alla Tappa, esponendosi a confronti storici improponibili e con risultati spesso modesti.

caro maurop
27 aprile 2016 19:18 gianni
Caro Maurop, considerazioni molto valide le tue - oltrettutto di gradevole lettura -, ma almeno si faccia una cosa in Italia: si parli del Giro ai Tg. Non c'è quasi nulla e il quasi è spesso riempito da fatti negativi. Almeno questo questo dovrebbero fare, non fosse altro per dovere giornalistico.
saluti
gianni cometti

x gianni
28 aprile 2016 15:25 maurop
Concordo naturalmente, basterebbe un minuto per trasmettere l'arrivo di tappa e la premiazione di vincitore del giorno e maglia rosa. Peraltro non si può dire che la Rai faccia poco per il ciclismo, manca forse un po' di immaginazione e di apertura nel racconto della corsa, invece tendono un po' a fare tutto in casa Rai e non sempre le cose fatte in casa riescono le migliori.
Saluti ricambiati e viva il ciclismo
Mauro Parrini

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