LE VERITA' DI HINAULT

INTERVISTA | 30/03/2016 | 08:24
Ha il carattere forgiato dal vento della Bretagna, l’orgoglio di appartenere ad un una terra speciale, ad una razza unica. Con quel carattere Ber­nard Hinault ha saputo vincere tutto fino a diventare «l’ultimo dei grandi» in sella alla bicicletta. Quel carattere oggi lo porta a guardare le cose del ciclismo con occhio critico e a esprimere i suoi giudizi con franca schiettezza. Le sue parole hanno la durezza e il fascino insieme delle onde che sbattono sulla roccia del Finistere: affascinano con il loro spumeggiare se le guardi da lontano, ma se ti avvicini un po’ scopri che ad ogni passaggio scavano la roccia. Inesorabili.

Lo incontriamo a Pinerolo in una serata speciale, quella che Elvio Chiatellino ha allestito per presentare la tappa del Giro d’Italia. Hinault è l’ospite d’onore tra mille campioni italiani. E non si sottrae alle domande. Anzi, ti pianta gli occhi negli occhi e parte dritto come un treno, quasi dovesse andare in fuga.

Cosa pensa del ciclismo di oggi?
«Che manca un po’ di vigore, di forza. Oggi la corsa si concentra soltanto nell’ultima ora, ma non è il ciclismo che piace a me, io non l’ho mai inteso così. Per me la corsa si fa dal mattino fino alla sera e se si ha l’occasione di vincere una corsa, bisogna coglierla, in qualsiasi momento. Ma questo purtroppo non avviene più».

E come valuta il ciclismo italiano?
«Avete la fortuna di avere Nibali, di avere Aru, di avere altri buoni corridori. Credo che il ciclismo italiano stia attraversando un buon momento».

E quello francese?
«I nostri corridori devono allenarsi di più, tutto qui. In realtà abbiamo un bel gruppo di giovani che però, quando arrivano al professionismo, non riescono ad occupare il posto che compete loro. Io sono convinto che non si allenino abbastanza o che non lo facciano nel modo giusto».

Quando vedremo un corridore francese di nuovo vincitore del Tour?
«Quel tempo è ancora lontano, soprattutto se i nostri corridori non cambieranno il modo di affrontare la competizione. Bisogna rischiare di perdere tutto se si vuol provare a vincere, ma nessuno sa più osare».

Quali sono secondo lei i favoriti per i tre grandi giri?
«Nibali per il Giro d’Italia, Quintana per il Tour mentre per la Vuelta è più difficile, di sicuro cercheranno riscatto tutti coloro che hanno fallito al Tour».

Nibali e Aru hanno fatto bene a dividersi gli obiettivi?
«Sì, è stata una scelta intelligente, che spazza via qualsiasi equivoco. Ma at­ten­zione, se Nibali farà il Tour, allora la corsa potrà essere sorprendente. Aru? Insieme a Quintana rappresenta il futuro per il ciclismo dei tre grandi giri. Per la Grande Boucle, lo ripeto, vedo ancora meglio Nairo che avrebbe già dovuto vincere l’ultimo Tour. Per vincere, però, non deve pensare ai suoi compagni. Il campione è quello che si esalta nel confronto testa a testa e credo che Quintana abbia tutto per essere un campione».

Un consiglio per Aru che esordirà al Tour?
«Sono sicuro che farà bene, ma dovrà prestare grande attenzione alle tappe di pianura, tenere gli occhi aperti ed esere bravo a sfruttare l’occasione, se dovesse presentarsi. Va bene in salita, tiene bene la distanza, ma in questo momento credo che Quintana sia superiore a lui, per cui Fabio dovrà fare ricorso alla fantasia».

Favoriti per il mondiale?
«Lì il discorso è diverso, tutti possono vincere una gara di un giorno, se riescono ad entrare nella fuga giusta. A meno che il percorso sia davvero duro, ma dov’è oggi il percorso duro in un mondiale? Quest’anno poi in Qatar sarà completamente piatto, quindi ci sarà spazio solo per i velocisti».

Chi vincerà Rio?
«Nibali può fare un bel numero, così come Quintana e anche Froome e Contador. Direi che ci sarà grande battaglia per conquistare il titolo olimpico: ci divertiremo».

Veniamo ad argomenti più politici: cosa ne pensa dell’annunciata Riforma del ciclismo?
«Che si sta facendo marcia indietro e soprattutto che non è in questo modo che il ciclismo diventerà più bello. Io posso dire che Aso ha scelto di uscire dal sistema, nel 2017 vogliamo scegliere noi le squadre che avremo al via delle nostre corse. Il quadro che si disegnato in questi ultimi anni non ci va più bene».

E della questione delle bici truccate, che ne pensa?
«Su questo argomento sono assolutamente drastico. l’UCI deve prendere una decisione molto importante, a mio modo di vedere. E cioè dire che quando verrà trovato il primo corridore con un motore elettrico nascosto nella bicicletta, si sospenderà tutta la squadra, ripeto, tutta la squadra a vita. Tutti i corridori, tutti i tecnici, tutti i massaggiatori, tutti i meccanici, tutti: squalificati a vita. Soli così saremo sicuri che nessuno ingannerà».

Ma non bastano gli scanner?
«Cosa volete, faranno i controlli per una decina di corse o poco più, poi i gli scanner saranno pian piano lasciati da parte. Il solo modo per risolvere radicalmente è quello di squalificare a vita tutta la squadra. Perché se un corridore bara con il motorino nascosto nella bici, è chiaro che la squadra lo sa e tutti devono essere puniti».

Se fossi presidente dell’UCI, quale sarebbe la prima riforma che farebbe?
«Non ho alcun dubbio: identificare con chiarezza tre divisioni per le squadre, con un sistema chiaro di promozione e retrocessione. È quello che ha chiesto ASO a gran voce ed è il motivo per cui la nostra società ha deciso di fare un passo indietro e di non iscrivere le sue corse al WorldTour per il 2017. Abbia­mo bisogno di promuovere un sistema che non sia più legato soltanto ad un fattore economico, come invece avviene oggi. Noi ci troviamo di fronte a squadre che hanno un buon potenziale atletico e una buona organizzazione societaria, ma che non possono affrontare corse di un certo livello perché non hanno la forza economica per costruire un grande team. È sbagliato, chi merita una certa ribalta è giusto che possa ambire a raggiungerla, almeno dobbiamo metterlo nelle condizioni di farlo. L’Uci invece nella Riforma ci propone un sistema bloccato per tre anni e poi una serie di sbarramenti che vanificano serie possibilità di passaggio da una divisione all’altra. Non ci piace ed è proprio questo che bisogna cambiare. Lo ripeto, stiamo facendo marcia indietro e non  è questo il solo caso...».

Dica.

«Vi faccio un altro esempio: dopo anin in cui ne è stato vietato l’uso, sono state riammesse in corsa le radioline, ma il risultato è ancora peggiore del precedente. Per la legge francese, per esempio, non si possono utilizzare questi strmenti in corsa. Quindi se arrivano i gendarmi al via di una prova e ci dicono di non utilizzarle, dobbiamo rispettarli perché stanno semplicemente applicando la legge. Quando correvo io, per esempio, il casco non era obbligatorio se non in Belgio e in Olanda: era la legge e non si poteva correre senza il caso. In Francia accade lo stesso con le radioline oggi. E l’UCI cosa dice? Nulla».

Facciamo un piccolo salto nel suo passato: un corridore come lei che ha vinto tutto, ha qualche rimpianto?
«Beh, qualcuno ce l’ho, non posso negarlo. Per esempio ho provato a vincere la Sanremo con la maglia iridata sulle spalle, ma a causa di una caduta in gruppo non ci sono riuscito».

Che ricordi ha dell’Italia?
«Belli quelli che riguardano i successi che ho ottenuto nel vostro Paese. Ma ricordo anche che tutti i ciclisti italiani correvano contro di me, sarà perché ero il più forte».

Pinerolo l’ha accolta alla grande.
««Pinerolo è nella storia del ciclismo, con una tappa che è diventata leggenda al pari di Italia-Germania 4-3, partita del secolo. Coppi ha segnato questa lo­calità, ma anch’io nel mio piccolo ho lasciato un segno del mio passaggio. Nell’82, quando vinsi per la seconda volta la corsa rosa, la penultima tappa era la Cuneo-Pinerolo, vittoria di Beppe Sa­ronni allo sprint davanti al sottoscritto. Il giorno seguente, tappa finale con la Pinerolo-Torino. Vittoria mia su Moser e Freuler. Insomma, ho bei ricordi da queste parti. E spero vivamente che il Tour de France torni qui, ma sapete che non dipende da me...».

Paolo Broggi, da tuttoBICI di marzo
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COMMENTI
Uno che parla chiaro
30 marzo 2016 09:51 kas
Complimenti a Hinault anche nelle interviste dimostra di essere un grande, non come altri che aprono la bocca solo x far prendere aria ai denti.
Persone cosi dovrebbero stare ai vertici del ciclismo , e il CICLISMO sarebbe un altra cosa.

Hinault alla U.C.I.
30 marzo 2016 11:08 vandeboer
In questa intervista ha espresso chiaramente come dovrebbe essere riorganizzato il ciclismo. Tre categoria con promozione in base al merito,
non alla "forza" economica. Un vero peccato che voglia ritirarsi.
KAS sono d'accordo con il tuo pensiero: "Hinault alla U.C.I."

manca un piccolo dettaglio
30 marzo 2016 14:46 frect
Tutto giusto quello che ha detto, però manca la verità, aso esce dal worldtour perché non vuole spartire i diritti televisivi....il resto sono solo storie.

piccolo dettaglio
31 marzo 2016 22:17 kas
Non passerai davvero che se ASO rinunciasse ai diritti televisivi i corridori e le squadre vedrebbero qualche euro o franco svizzero????????

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