ADISPRO. Chiesa: Segafredo, buon segnale per tutti

PROFESSIONISTI | 15/02/2016 | 07:17
Anno nuovo e... vita vecchia. Il ciclismo sembra incapace di trovare la giusta via per uscire dal tunnel, attanagliato dalla crisi che coinvolge tutto e tutti. Ne parliamo con il direttore sportivo della IAM Cy­cling, il bresciano Ma­rio Chiesa, segretario della ADISPRO, che avrà un 2016 particolarmente intenso visto che seguirà la sua squadra al Giro d’Italia, Tour de France e Vuelta, ovvero tutte e tre le grandi corse a tappe.

«Più o meno le cose stanno co­sì come erano lo scorso an­no. Uno spiraglio in realtà c’è con l’entrata in scena di uno sponsor importante come Se­gafredo (nuovo partner della Trek, ndr); speriamo dia un in­put importante ad altre grandi aziende per entrare a far parte del mondo del ciclismo che io continuo a reputare lo sport migliore per quanto riguarda il ritorno pubblicitario che è in grado di offrire».

La crisi ha allontanato parecchi sponsor, su questo non ci piove. I problemi legati al do­ping han­no avuto sicuramente un gran peso nell’uscita di scena di importanti aziende. Però c’è an­che una corrente di pensiero che punta il dito sui team, o meglio su chi li di­rige. La critica è per i team manager - in realtà in maggioranza ex ciclisti prima e diesse dopo - che per cultura e pre­parazione non sempre si sono mostrati all’altezza della situazione.
«Oggi per tutti gli sport di­venta sempre più difficile an­dare a parlare con una multinazionale abituata ad operazioni di alta economia e quindi ci vogliono veramente dei manager preparati come quelli che ci sono nelle industrie - riflette Chiesa -. E al momento non ce ne sono molte nel mondo del ciclismo di queste figure, perché non ci sono le garanzie che esistono in altri sport come ad esempio il calcio, dove ci sono strutture ve­re e proprie e dove, alla fine, cambiano le aziende e gli spon­sor ma la società resta. Nel ciclismo, invece, se va via chi finanzia il team, spesso e volentieri questo muore. È proprio questa la gran­de differenza, ed è anche difficile reperire una sorta di “procacciatore di sponsor”, come esiste in altri ambiti, proprio perché non ci sono sicurezze per poter affrontare certi co­sti a cuor leggero».

Primi vagiti del 2016 e vecchie problematiche per il ci­clismo pedalato e... “pensato”. L’ulti­ma querelle è tra Uci (Federazione internazionale) e Aso (la società organizzatrice del Tour de Fran­ce e di tante altre corse di prestigio come Vuelta, Parigi-Rou­baix, Liegi-Bastogne-Liegi, Frec­cia Vallone, Parigi-Nizza ed al­tre) legata alla riforma del World Tour, ovvero sia della massima serie del ciclismo professionistico. In sintesi, la federazione internazionale ha intenzione, dal 2017, di apportare diverse modifiche con l’introduzione di una riforma con molte novità tra le quali l’ingresso di nuove corse nel calendario del World Tour e l’inserimento di nuove regole per i team, che inizialmente potranno avere licenze triennale. Proprio questa in­novazione non è piaciuta alla Aso e anche l’As­so­ciazione In­ternazionale degli organizzatori ha trovato mol­to da ridire a ri­guardo.
«La questione è importante e difficile da affrontare - riflette Chiesa -. Dal mio punto di vista, ognuno ha il suo interesse da difendere e cerca di tenerselo stretto il più possibile. La Aso si è creata un suo spazio importantissimo con le corse organizzate e non vuole dividerlo con nessuno. Ri­cordo che, quando è nata la ADISPRO, i team chiedevano già di poter dividere una fetta della torta dei diritti televisivi, visto che in pratica  ciclisti e team sono i veri protagonisti dello spettacolo; noi chiedevamo di fare come nel calcio, dove le società hanno un ritorno in questo senso ma non se n’è mai fatto nulla. Che dire? La questione non è semplice: personalmente pen­so che quando ci so­no di mez­zo i soldi diventa sempre molto difficile mettere tutti d’accordo. Non sarà una questione semplice da risolvere, questo è certo».

Valerio Zeccato, da tuttoBICI di febbraio

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