MARTINELLI. «Nibali, Aru e i nostri sogni»

PROFESSIONISTI | 12/08/2014 | 09:31
L'orgoglio e la soddisfazione per il trionfo di Vincenzo Nibali al Tour de France traspaiono con grande evidenza dal tono di voce del suo diesse, l'ormai storico “Martino” Giuseppe Martinelli, 59enne ex-ciclista bresciano di Lodetto/Rovato. Il palmarès di Martinelli tra i professionisti, dal 1977 al 1985 e dopo un'ottima carriera dilettantistica culminata con la medaglia d'argento nella prova su strada alle Olimpiadi di Montreal, annovera 11 vittorie in totale tra cui 3 tappe al Giro e 1 alla Vuelta. Due curiosità sono però significative: da corridore Martinelli non ha mai partecipato al Tour de France ma la sua prima vittoria tra i professionisti la colse proprio in Sicilia, nella terza tappa del Giro di Sicilia 1977 da Agrigento a Palermo ed era il 14 luglio, giorno della festa nazionale francese: dunque Sicilia chiama Francia, c'è da credere al destino? Molto più importante è invece  il suo curriculum da tecnico, con le 5 vittorie ottenute al Giro (Pantani, Garzelli, Simoni, Cunego e Nibali) che sarebbero state sei senza la squalifica di Contador  e le 2 al Tour con Pantani e Nibali. Questa è l'intervista che ci ha rilasciato.

Nibali è sembrato correre sul velluto al Tour, è un'impressione o la realtà?
«Dall'esterno sembra tutto facile, comunque Vincenzo ha attraversato un momento di forma eccezionale. Qualcosa è scattato nella sua testa dopo la conquista della maglia tricolore e gli effetti si sono visti al Tour. Chi continua ad affermare che ha avuto la strada spianata dagli infortuni di Froome e Contador capisce poco di ciclismo anche perché, purtroppo, le cadute fanno parte di questo sport e bisogna accettare gli imprevisti come l'incidente di Vincenzo al mondiale di Firenze senza il quale poteva conquistare la maglia iridata.  Rispetto quei due fortissimi avversari ma al via del Tour ero sicuro che il podio fosse alla portata di Vincenzo, ormai definibile come un campione completo, dotato di un motore fenomenale e anche molto intelligente».

E quei secondi persi sul muro di Gérardmer da Contador?
«Non hanno significato niente. Vincenzo aveva messo un rapporto troppo lungo e si è piantato nei metri finali, tutto qua».

C'è stato durante quelle tre settimane un momento difficile?
«Confesso che prima della partenza della tappa del pavé, quella di Arenberg, ho avuto paura. Sul pavé si poteva vincere o perdere un bel pezzo di Tour. In primavera avevamo provato il percorso insieme ad uno specialista come Peter Van Petegem, ma quel giorno c'era il sole e il pavé era asciutto. Quel meteo tremendo mi ha messo di cattivo umore, anche Vincenzo era teso, ma poi tutto è filato liscio e così ho vissuto una delle giornate più belle della mia vita sportiva».

Qual è stata la giornata da incorniciare?
«La vittoria di Hautacam. La sera prima ho detto a Vincenzo che se avesse vinto su di una salita così prestigiosa sarebbe entrato di diritto nella storia del ciclismo. Lui ha metabolizzato il mio appello, ha capito e ha vinto grazie a quel grande motore che possiede».

Alla fine sono state tutte risolte le tensioni primaverili?
«Di quella e-mail che ci ha inviato Vinokourov a a fine aprile si è parlato troppo e a sproposito, certi media hanno amplificato esageratamente i contenuti del messaggio. In realtà si è trattato di una tempesta in un bicchiere d'acqua. Vino intendeva solamente sollecitarci, in definitiva possiamo paragonarci ad una importante società d'affari che deve raggiungere determinati obiettivi e in primavera eravamo in evidente ritardo. Vincenzo era caduto in Argentina e si sospettava la frattura di una costola, poi ha avuto qualche preoccupazione relativa al parto di sua moglie Rachele. Insomma, eravamo reduci da un periodo negativo e bene ha fatto Vino a stimolare una nostra reazione che poi c'è stata, puntuale, con Aru al Giro e soprattutto con Nibali al Tour».

Quindi non esistono dei dissapori con lo staff dirigenziale dell'Astana?
«Assolutamente no, Chi ha detto che me ne andrò perché mi ha visto seduto dietro nell'ammiraglia guidata da Vino è completamente fuori strada. Ho ancora un anno di contratto con la Astana, mi trovo bene e voglio togliermi altre soddisfazioni con Vincenzo, che rimarrà ancora due anni e con Aru. Sono due veri gioielli e qualsiasi tecnico vorrebbe gestirli».

E dopo?
«Il mio sogno sarebbe quello di trovare un grande sponsor italiano che sia disposto a investire su due atleti così forti, magari nel 2017. L'effetto-Tour 2014 può rilanciare il nostro ciclismo, ma ci sono tuttora situazioni critiche a livello strutturale e regolamentare. L'Italia con un solo team World Tour è una bestemmia. Poi, ad esempio, bisognerebbe modificare quei team Continental che, come sono strutturati adesso, costituiscono la tomba del nostro sport».

Dunque non intende seguire suo figlio Davide al Team Sky?
«No, è giusto che lui percorra la sua strada, è un giovane atleta forte, motivato e farà un'ottima esperienza in una delle formazioni più forti a livello internazionale. Del resto c'è tempo perché le nostre due strade si incrocino, in futuro».

Nibali sarà al mondiale e Aru alla Vuelta, con quali ambizioni?
«Se Vincenzo ha detto sì a Cassani per Ponferrada, aspettatevi una grande prestazione: lui non ha bisogno di correre molto per trovare la condizione atletica migliore. Aru è il futuro che sta arrivando, una ventata di aria fresca portata da un ragazzo che possiede delle doti eccezionali e sono convinto che ci sorprenderà in Spagna».

Cosa pensa di un possibile divorzio Nibali-Aru?
«Ancora una volta i mass media hanno peccato di sensazionalismo, pubblicando notizie con scarso fondamento. Per Aru è una fortuna correre nell'Astana e poter maturare all'ombra di Nibali. Dirò di più, mi piacerebbe guidarli insieme in un grande Giro a tappe, dove possono sicuramente coesistere senza danneggiarsi. Sono due atleti intelligenti e molto ragionevoli».

A questo punto non ci resta che parlare del 2015 e della ventilata accoppiata Giro-Tour...
«E' un'accoppiata assai difficile che riesce solo a pochi campioni, ma Vincenzo potrebbe farcela, dipenderà dai percorsi e dalla sua motivazione. Certo è che se si focalizzerà su questo obiettivo come sa fare lui l'impresa potrebbe diventare possibile. Aru farà invece bene a concentrarsi sul Giro, per il Tour è ancora troppo presto, è giovane e ne riparleremo fra un paio d'anni».

Qual è la sua opinione sulla riapertura del caso-Pantani?
«Voglio ricordare Marco mentre vinceva, non immaginarlo morente in un albergo che nemmeno esiste più. In questi anni si è parlato troppo e spesso a sproposito, con scarso rispetto per la sua memoria, ma se esistono dei fatti nuovi e soprattutto concreti sono curioso di vedere verso quale soluzione ci porteranno».

Stefano Fiori

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