Botta & Risposta con Manuel Bongiorno

TUTTOBICI | 06/08/2013 | 11:13
Com’è stato il salto tra i big?
«Impegnativo, ma grazie alla Bardiani CSF ho realizzato un grande traguardo. Il ciclismo professionistico richiede tanto spirito di sacrificio e dedizione quotidiana negli allenamenti, ma nonostante sia solo all’inizio credo di essere riuscito in questi primi mesi a ben figurare. Sia­mo un gruppo molto unito, ho legato molto con Pirazzi e con tutti i miei compagni».
Il professionismo è il sogno di ogni bambino che pedala.
«Era anche il mio. Ho iniziato a gareggiare a 11 anni e non so nemmeno io perché. Mamma Elena e papà Italo, rispettivamente insegnante ed ex poliziotto in pensione, non erano ap­pas­sionati di ciclismo. Da quando ero piccolo però ho sempre seguito in tv il Giro e il Tour così un giorno ho chiesto di es­sere iscritto all’Empolese, la squadra del paese. La mia bici era una Viner argento e blu, la prima corsa a Cintolese (PT) vi­cino a casa. Ricordo una fatica immane perché se oggi sono piccolo, all’epoca ero ancora più piccolo e meno sviluppato rispetto ai miei coetanei».
L’anno scorso il tricolore tra gli Under 23, quest’anno il tuo primo Giro d’Italia.
«La corsa rosa è stata il mio secondo sogno realizzato nel 2013 dopo il passaggio tra i professionisti. Devo ringraziare Roberto Reverberi per la fiducia che mi ha concesso al primo anno e per avermi fatto vivere una gara che non ha eguali. Le prime tre tappe sono trascorse senza che ca­pis­si niente, un po’ per l’emozione e un po’ per la fatica, poi pian piano ho preso le misure e nonostante il maltempo me la sono cavata ab­bastanza bene. In salita le urla del pubblico ti entrano in testa, è un’emozione grandissima e difficile da descrivere ma che custodirò per sempre».
Avete indossato una maglia speciale attraverso la quale avete promosso la Marina Ro­moli Onlus.
«Dici bene e per tutti noi è stato un onore. Conosco Marina dai tempi in cui correva, qualche volta ci siamo anche allenati in­sieme, è compito del nostro mon­do starle vicino e supportare la sua causa: aiutare ciclisti che subiscono gravi incidenti e trovare una cura per la lesione spinale. Mi ha fatto un enorme piacere rivederla al Giro, ha una gentilezza e una forza incredibili».
Come hai festeggiato l’arrivo a Brescia?
«Abbracciando papà e Jessica, la mia fidanzata. Se sono arrivato fin qui è grazie a lei e alla mia famiglia che c’è sempre stata, an­che nei momenti meno facili. Al via da Napoli mi ero posto l’obiettivo di aiutare la squadra e di concludere la corsa, è stato faticoso e stressante reggere tre settimane con il maltempo ma ne è valsa la pena. I tre giorni successivi però li ho passati dormendo».
Sei nato in Calabria ma sei to­scano d’adozione.
«Esatto, sono nato il 1° settembre del 1990 e dall’età di 6 anni vivo a Fucecchio (FI), il paese di Indro Montanelli, ma anche di Andrea Tafi e Luca Scinto. La mia famiglia si è trasferita per motivi di lavoro di papà, per i miei deve essere stata dura la­sciare i nostri cari, per me e Lu­ca, mio fratello minore, che eravamo piccoli è stato meno difficile ambientarci. Anzi, per il ci­clismo questo spostamento è stato una vera fortuna per me, se non fossi cresciuto in Toscana probabilmente non sarei qui».
Quando non pedali...?
«Ho l’hobby della pesca ma non ho tanto tempo per coltivarlo. Sto con la mia ra­gazza e gli ami­ci, in particolare con i due ragazzi che corrono tra i  dilettanti con la Ma­stro­mar­co, Simone An­to­ni­ni e Mirko Uli­vieri».
Il tuo pregio più grande?
«La determinazione (il giorno in cui l’abbiamo intervistato ave­va affrontato sei ore di allenamento da solo, con tanto di Stelvio; «non so come ho fatto a tornare a casa» ci ha confidato, ndr). I sacrifici non mi pesano».
Il difetto peggiore?
«A volte sono permaloso, ma sto cercando di smussare questa parte del mio carattere».
Bicicletta fa rima con...?
«Passione, la stessa che non mi fa pesare i sacrifici di cui parlavamo».
Il migliore amico che hai nel mondo del ciclismo?
«Ne ho tanti, oltre ai due già citati anche Mirko Puccioni e altri dilettanti con cui condivido allenamenti, emozioni e fatiche, esperienze belle e brutte che inevitabilmente uniscono».
Come ti chiamano in gruppo?
«Bongio».
Il campione a cui vorresti assomigliare?
«Il mio idolo è sempre stato Con­tador, ma somigliargli è difficile se non impossibile. Tifo per lui ancora oggi, anche se me lo ritrovo in una gara in cui ci sono anche io (sorride, ndr)».
Il desiderio che vorresti esaudito per la tua carriera?
«Per questo finale di stagione voglio farmi trovare pronto ed essere competitivo nelle classiche italiane, dal Giro dell’Ap­pen­nino, al Matteotti, al Giro dell’Emilia, al Trofeo Beghelli e tutte le altre corse che disputerò. Per il futuro vorrei diventare un ottimo corridore, non importa se sarò un campione o un gregario, l’importante è fare sempre proprio meglio e onorare la maglia».

di Giulia De Maio, da tuttoBICI di Luglio

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