L'INTERVISTA. Gimondi: «In questo ciclismo manca un Merckx»

| 17/09/2012 | 18:16
Una leggenda del ciclismo, non solo italiano, fra poco meno di due settimane compirà 70 anni. Felice Gimondi è uno dei cinque corridori nella storia del ciclismo ad aver conquistato la triplice corona - cioè i tre grandi giri a tappe: d’Italia, di Francia e di Spagna - e l’unico insieme con Eddy Merckx ad aver aggiunto nel proprio palmares il Mondiale, la Parigi-Roubaix, la Milano-Sanremo e il Giro di Lombardia. Un grandissimo.

Gimondi, il momento più bello della sua vita così intensa?
«Come uomo il giorno del mio matrimonio e quando sono nate le mie due figlie. Come corridore, quando vinsi il Tour ad appena 22 anni e quando conquistai il mio terzo Giro d’Italia».

Fra i due successi passarono 12 anni.
«Furono il primo e l’ultimo exploit di due Gimondi diversi. Il primo giovane, esuberante, che sapeva improvvisare con coraggio e sfrontatezza. L’altro invece calcolatore, saggio, strategico e tutto teso a risparmiare le energie».

Quanto è cambiato il ciclismo da allora? Meglio ai suoi tempi o oggi?
«Allora contava l’istinto, non c’erano le radioline a dettare le tattiche, le corse erano imprevedibili, le fughe spesso riuscivano ed era un ciclismo più vero. Oggi i corridori sono più preparati e sbagliano molto meno».

Sono cambiate anche le bici e ci sono materiali rivoluzionari.
«Io in un grande Giro avevo solo due bici, una per le tappe in linea e un’altra per le cronometro con gomme più sottili, tipo pista, ruote a 24 raggi anziché 32-36 e pedivelle più lunghe. Oggi tutti i big hanno almeno 6-8 tipi di ruote diverse, per non parlare di telai, freni, cambi elettronici, caschi, corone...».

Ma un 22enne dei giorni nostri potrebbe vincere il Tour alla sua prima esperienza, come seppe fare lei?
«Non credo. I giovani adesso maturano in fretta, ma il top lo raggiungono a 27-28 anni, come fece Armstrong».

Anche il modo di correre è cambiato?
«Tantissimo. Allora le strade si infiammavano per i duelli e spesso era decisivo il coraggio. Oggi il Tour lo vincono i calcolatori alla Wiggins, bravo per carità ma incapace di entusiasmare le folle. Ai miei tempi i big correvano almeno due grandi giri e tutte le classiche, oggi si programmano per pochissimi obiettivi e basta».

Ma perché i campioni come lei riuscivano a correre e fare risultato dalla Sanremo di marzo al Lombardia di fine settembre, mentre oggi sono pochissimi a reggere tutta la stagione?
«Le corse erano più lunghe, anche il Giro di Romagna o il Giro dell’Appennino superavano i 260-270 km, quindi reggevano ai vertici solo i più forti. Oggi su distanze più brevi la concorrenza aumenta e così molti corridori preferiscono selezionare le gare e fare solo quelle».

Del resto il calendario si è gonfiato, con appuntamenti in tutto il mondo spesso sovrapposti ai grandi giri o alle classiche che hanno fatto la storia.
«La globalizzazione è inarrestabile, americani, australiani o russi hanno allargato i confini, ma così si è persa la tradizione del nostro sport e si diluisce il gusto delle grandi sfide. Capita allora che il Lombardia, vedi l’anno scorso, lo vinca un comprimario come Zaugg».

Il problema è che il ciclismo romantico d’antan ha ceduto spazio al business.
«È vero, oggi contano solo i soldi. E io fui un “ciula”, perché rimasi fedele a Salvarani e poi Bianchi, mentre avrei guadagnato di più in altri team, come farà nel 2013 Nibali. I tempi sono cambiati, le bandiere nello sport non ci sono più. Basta vedere quante squadra ha cambiato Ibrahimovic».

E Del Piero va a giocare a Sydney.
«Lui ha fatto bene. Chi ha sbagliato è stata la Juve, che doveva dargli un’altra chance e magari un futuro in società».

Qual è il ciclista di oggi con le caratteristiche tecniche di Felice Gimondi?
«Fino a poco tempo fa dicevano Ivan Basso, soprattutto quando andava forte anche a cronometro. Ma forse come mio erede è più giusto indicare Nibali».

Nota dolente: il doping, che è ancora una piaga. Era già così ai suoi tempi?
«Anche allora faceva parte del gioco, ma era un fenomeno occasionale, qualche corsa qua e là, un aiutino estemporaneo fatto in casa, con cardiotonici e stimolanti. Emoglobina o ematocrito non sapevamo neanche cosa fossero».

Anche Merckx risultò positivo, nella tappa del Giro d’Italia 1969 a Savona. Lei non fu mai fermato?
«Sì, una volta al Tour de France ’75, nella tappa che finiva a Pra Loup. Ma allora ti beccavi una penalità di 15’ e potevi continuare a correre. Così finii ancora quinto in classifica, a 13’ da Thévenet che conquistò quel Tour. Chissà, forse se non mi avessero squalificato...».

E quella volta al Giro del 1968?
«Risultai positivo alle anfetamine, ma io sapevo che avevo preso solo sostanze che non erano vietate. Così i periti dei miei avvocati mi portarono a Roma, mi fecero simulare una corsa e poi assumere di nuovo quegli stessi farmaci. Infine fui sottoposto ad altri prelievi antidoping, che risultarono di nuovo falsamente positivi alle anfetamine. Fui scagionato e assolto».

Una storia non tanto diversa da quelle di Contador o Armstrong. Che ne pensa di loro?
«Incolpare un corridore per fatti avvenuti 10 anni prima è assurdo. Se Armstrong non è mai risultato positivo in carriera, deve poter mantenere tutte le sue vittorie. È come se oggi la Polstrada mi desse una multa perché superai i 130 km orari tanti anni fa, quando non c’era ancora quel limite di velocità».

La pensa così anche per Contador?
«Certo, come per Valverde, Rebellin, Pellizotti o Pozzato. Punire a posteriori non ha senso, le sentenze devono arrivare entro 10 giorni. E nei casi dubbi vale la presunzione di innocenza».

Questa è la settimana dei Mondiali su strada: un corridore che le piace?
«Moreno Moser, che ha classe, scatto, va bene a crono ed è ancora giovane».

Gimondi, per finire: ci sono tre cose del “suo” ciclismo che le farebbe piacere vedere anche in quello di oggi?
«Certo. L’inventiva e il coraggio dei corridori di un tempo, poi il rispetto della tradizione e non solo dei soldi, ma soprattutto lui: Merckx, un fenomeno e un grande professionista. Senza Eddy avrei vinto molto di più, ma mi manca. Vi immaginate che cosa sarebbe oggi il ciclismo se ci fosse uno come lui?».

da «La Stampa» del 17 settembre 2012 a firma Giorgio Viberti


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COMMENTI
18 settembre 2012 09:11 foxmulder
"Senza Eddy avrei vinto molto di più, ma mi manca"

Vi rendete conto di che forza ha questa frase? Un bravo e un augurio per il suo vicino compleanno al Signor Gimondi. Con la S maiuscola che si meritano veramente in pochi.

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