| 14/01/2012 | 09:12 Nasceva ottanta anni fa, il 14 gennaio 1932, a Milano, Antonio Maspes. Un cognome tronco, secco come una fucilata da eroe di Fred Buscaglione, Maspes resta nella storia del ciclismo su pista come il velocista massimo, per antonomasia. Troppo remoti in verità per un paragone quanto meno plausibile, tanto il belga Jeff Scherens quanto l'olandese Arie Van Vliet, frenati ambedue dagli eventi bellici nel pieno del loro fulgore atletico, Antonio Maspes si staglia in carica perenne quale il Mito maiuscolo della pista. 7 volte iridato, nel '55 e nel '56, poi nel quadriennio '59-'62, ed infine nel '64, Maspes fu il giustiziere di Plattner e Rousseau, come dell'altero baronetto inglese Harris, come del connazionale emergente Gaiardoni, come infine, giusto nel '64, del pirata australiano Baensch. 7 titoli come Scherens, che mai incrociò per un rispetto all'arte altrui quasi voluta dall' anagrafe, Maspes, scomparso nel 2000 per problemi di cuore, fu splendore di potenza ed intelligenza allo stato puro. Il surplace per sfinire Derksen e Rousseau, al Mondiale di Amsterdam '59, ed il record dei 200 metri lanciati (10''8) al Velodromo Olimpico di Roma, nel '60, sono i cardini statistici della sua immensa qualità. Lui, maglia IGNIS come seconda pelle, che corresse la data di nascita per poter cominciare a gareggiare negli allievi già nel primo dopoguerra, e che ai Velodromi di giorno talora preferì una sontuosa vita di notte, salutò la grande platea nel '67, in quel Mondiale curioso, ancora nella fatale Amsterdam, dove tre italiani - Beghetto, secondo, Damiano, terzo, lui, Maspes, solo quarto - si piegarono al raffinato talento emergente di Patrick Sercu. Noi lo ricordiamo, in una immagine rapita, alle Riunioni del 1 maggio, a via Caracciolo, 1959-60, nella nostra città di mare. Napoli. Forse sapevamo già allora, con quel Maspes in maglia iridata appuntato nello sguardo, che della vita intera sarebbero restati giovani solo i ricordi.
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