ADRIANO BAFFI. «Ciclismo, scuola di vita»

| 26/04/2011 | 09:12
È tornato in prima fila dopo due anni di incarichi a livello federale ed è approdato subito in una delle squadre  più importanti del ciclismo mondiale. Adriano Baffi è infatti uno dei tecnici dell’ambiziosa Leopard Trek, la compagine lussemburghese in cui militano tra gli altri il campione svizzero Can­cellara e i fratelli Schleck. Il direttore sportivo nato a Vailate (provincia di Cremona) il 7 luglio 1962 indica gli obiettivi del neonato team ed esprime le sue sensazioni in vista della stagione appena cominciata. Adriano è diventato direttore sportivo al termine di una lunga carriera nel professionismo che lo ha consacrato co­me uno dei velocisti più forti degli anni ’80 e ’90. Ha vinto tappe al Giro e alla Vuelta e ha raccolto risultati rilevanti anche in pista mostrandosi degno erede di papà Pie­rino. In casa Baffi il ciclismo è infatti da sempre una questione di famiglia e la storia è destinata a proseguire ancora...  
Come si è inserito nella Leopard Trek?
«Sono arrivato a progetto già avviato, ma mi sono sentito coinvolto fin da su­bito e ho iniziato questa nuova avventura nel modo migliore. Ho trovato l’am­biente ideale per poter mettere a disposizione del team la mia esperienza. Mi sento importante e sono molto soddisfatto».
Qual è il suo ruolo?
«Sono una sorta di jolly e oltre ad occuparmi dell’aspetto tecnico cerco di essere un punto di riferimento per i ragazzi anche a livello umano».
Quali sono le priorità della Leopard Trek?
«Il progetto è ambizioso e vuole portare la squadra ai vertici del ciclismo mon­diale come risultati, immagine e organizzazione. È un programma a lun­go termine che ha alla base professionalità, passione e competenza. Far parte di questa struttura è uno stimolo enorme».
La squadra sembra già competitiva per puntare ai massimi traguardi...
«Questo è vero e non vogliamo affatto nasconderci. Abbiamo corridori forti che possono vincere sia i grandi giri che le corse di un giorno e faremo del no­stro meglio per conquistare qualcosa di importante con i fratelli Schleck, con Cancellara, Bennati e tutti gli altri».
Al Tour può essere l’anno buono per Andy Schleck?
«Andy è un fuoriclasse e mi ha impressionato non solo a livello tecnico. La Grande Boucle è il suo obiettivo ed è senza dubbio il sogno della squadra per questa stagione. Ci proverà, ma non dobbiamo dimenticare che Conta­dor resta un avversario formidabile. Il Tour non sarà comunque l’unico pensiero del team e per questo affronteremo con la stessa convinzione Giro d’Ita­lia, Vuelta e tutte le grandi classiche».
All’interno della squadra ci sono tre corridori italiani che possono far bene. Cosa può dirci di loro?
«Bennati ha le potenzialità per riscattare un paio di stagioni non troppo felici, Nizzolo ha doti rilevanti e ha la possibilità di migliorare ulteriormente, Viga­nò ha dimostrato di esser competitivo e non ha ancora espresso il meglio del suo repertorio. Auguro ai tre azzurri un 2011 ricco di soddisfazioni».
La prima vittoria della Leopard Trek è ar­rivata il 2 marzo. La aspettavate prima?
«In ogni gara partiamo con l’inten­zio­ne di vincere, ma prima serviva un pe­riodo di assestamento. Il successo di Klemme al Gp Samyn ci ha permesso di rompere il ghiaccio e ha portato maggiore fiducia all’interno del team. Ora iniziano gli ap­pun­tamenti più importanti e ci faremo trovare pronti».
Quali sono state le tappe del vostro lavoro?
«Sono arrivato quando la struttura era già stata avviata, ma ho partecipato alla fase inaugurale della stagione. Avere corridori forti non vuol dire vincere su­bito e serve comunque un lavoro specifico per creare le basi del gruppo. Ora questo periodo è alle spalle e possiamo pensare a raccogliere i frutti».
Come valuta il momento attuale del ciclismo?
«Mio figlio Piero corre tra gli Under 23 e io sono felice perché credo fermamente in questo sport. Il ciclismo ha diversi problemi, ma trasmette valori im­portanti ed è una scuola di vita per tutti i giovani che lo praticano. Per questo dico che il nostro sport sa­prà mostrarsi più forte di ogni difficoltà».
Cosa pensa del sistema che regola grandi corse e ranking mondiale?
«La mentalità è cambiata rispetto ai miei tempi e questo fa parte della logica delle cose. È normale che si sia voluto creare un ciclismo d’élite anche se forse si devono rivedere i criteri di invito alle corse e i calendari di gara. Bisogna trovare il giusto equilibrio per permettere alle realtà minori di convivere con quelle più grandi. In riferimento ai calendari servirebbe ridare prestigio a quegli eventi che purtroppo hanno perso risalto».
A che punto siamo con la lotta al doping?
«Mi sembra che si stia facendo il massimo per risolvere il problema. I controlli ci sono e funzionano anche se poi i furbetti esisteranno sempre. Secondo me bisognerebbe colpire nel portafoglio chi viene trovato positivo. Stabi­lendo sanzioni pecuniarie esemplari, la tentazione diminuirebbe».
Sarebbe un deterrente migliore rispetto alla radiazione?
«Penso di sì perché molti capiscono solo il linguaggio dei soldi».
Il passaporto biologico può essere uno strumento di controllo efficace?
«Sono un po’ scettico perché i valori pos­sono essere soggetti a sbalzi che con il doping non c’entrano nulla».
Come valuta lo stato di salute del ciclismo italiano?
«Molto buono. Abbiamo professionisti che primeggiano sia nelle classiche che nelle corse a tappe e mi sento di smentire chi dice che i giovani italiani non so­no all’altezza dei colleghi stranieri. Ne­gli ultimi due anni ho lavorato in Fe­de­razione occupandomi di giovani e posso affermare che ci sono davvero tanti ta­lenti».
Che dire sulla questione radioline?
«L’abolizione non ha alcun senso. Quan­do correvo io gli auricolari non servivano, ma oggi le condizioni sono cambiate e le radioline sono diventate fondamentali sia per la sicurezza che per la comunicazione in corsa. È una decisione assurda».
Cosa rappresenta il ciclismo per Adriano Baffi?
«È una passione di famiglia, è un sistema di vita, è un valore in cui credo fermamente, è una storia che sono felice di vedere proseguire con l’attività di mio figlio. Il ciclismo insegna tante cose che restano dentro e che servono a tutti i livelli. A questo sport ho dato tutto ed in cambio ho ricevuto ancora di più».
Quando la bici è entrata a far parte della sua vita?
«C’è stata fin dall’inizio e ci sarà sempre. Papà Pierino è stato un grande professionista e mi ha trasmesso la passione per questo sport. In famiglia si respirava ciclismo e all’età di dieci anni ho cominciato con le prime corse. Mio pa­dre cercava di frenarmi perché non voleva che restassi deluso e mi ha fatto capire che per esser un corridore importante è necessario dare il massimo rispettando regole e persone».
Ha subito capito che questo sport sarebbe di­ventato la sua professione?
«All’inizio era puro divertimento, poi tutto è cambiato. Da giovane vincevo tanto perché ero veloce e molte gare fi­nivano allo sprint, poi sono maturato e nel 1985 ho fatto il grande salto con l’Ariostea».
Ha corso tra i professionisti fino al 2002. Come valuta la sua carriera?
«Piena di soddisfazioni e praticamente priva di rimpianti. Ho conquistato una sessantina di vittorie e credo di aver reso secondo le doti che madre natura mi aveva donato. Non ero un campione, ma in tutte le squadre ho fatto buo­ne cose e ho raccolto il massimo».
Ha conquistato tante affermazioni prestigiose. Quale la più bella in assoluto?
«Le vittorie sono tutte belle, ma la pri­ma al Giro d’Italia resterà sempre nel mio cuore. Avevo già conquistato di­ver­si successi, ma un sigillo alla corsa rosa mi mancava tantissimo. Arrivò nel 1990 sul traguardo di Lodi e fu ancora più emozionante di quanto immaginavo. Mi imposi allo sprint e coronai un sogno. Al Giro ho colto cinque affermazioni e nel 1993 ho conquistato la maglia ciclamino dimostrandomi il ve­lo­cista più regolare. Quella maglia è stata un po’ il simbolo della mia continuità di rendimento».
Le è mancata più una grande classica o una tappa al Tour de France?
«Sono salito sul podio alla Milano-San­remo e alla Gand-Wevelgem, ma in cor­se così prestigiose era difficile fare di più. Un successo al Tour era invece alla mia portata, ma avendo partecipato ad una sola edizione della Grande Boucle ho avuto poche occasioni per la­sciare il segno».
Le dispiace non aver mai vestito la casacca azzurra?
«Un po’ sì, ma andavo più forte in primavera che nel periodo del Mondiale e me ne sono fatto una ragione».
Quali corridori l’hanno impressionata di più in quel periodo?
«Tra i velocisti Bontempi e Cipollini. Guido aveva una potenza incredibile ed era quasi imbattibile, Mario ha cambiato la storia degli sprint e spesso era addirittura inavvicinabile. Tra gli altri dico Bugno per la classe e Indurain per l’eleganza».
Ha conquistato risultati importanti anche su pista. Ci racconti.
«Ho vinto una medaglia d’argento nel­la corsa a punti ai Mondiali del 1988 e diversi titoli italiani. La pista mi ha in­segnato tanto anche in riferimento al ciclismo su strada e mi ha regalato grandi soddisfazioni».
In Italia il settore pare sempre più in cri­si. Come mai?
«Perché al momento offre molto poco. Bisogna dare più risalto alla pista e trovare qualcosa che possa attirare i giovani e non soltanto come preparazione al ciclismo su strada. Servono investimenti, programmi, strutture e tempo da dedicare al settore. La pista è fondamentale e spero che torni presto ai fasti del passato».
Quando ha capito di voler intraprendere la carriera di direttore sportivo?
«Ho smesso di correre a più di quaranta anni ed in quel momento pensavo solo a stare più tempo in famiglia. Non avevo in mente di salire in ammiraglia, ma volevo restare in questo mondo e ho accettato la proposta di entrare in Federazione. Ci sono rimasto un anno, poi Ernesto Colnago ha risvegliato la mia voglia di tornare a pieno regime. Mi ha chiamato alla Landbouwkrediet poi sono stato a Phonak e Astana. Do­po altri due anni in Federazione e ora di nuovo in sella con la Leopard Trek».
Come interpreta il suo ruolo?
«Mi piace parlare con i miei corridori e trasmettere loro i valori in cui credo. Il dialogo è fondamentale e lo è anche in­staurare un rapporto di fiducia. Cerco di fare capire ad ognuno di loro che servono sacrifici, voglia di non mollare mai, rispetto e spirito di squadra. Questo secondo me conta molto, conta più di tutto il resto».
Quali sono state le persone più importanti per la sua crescita?
«In primis mio padre Pierino e poi tutti i tecnici con cui ho avuto la fortuna di lavorare. Dovendo fare solo un nome dico Giancarlo Ferretti. Era un diesse abbastanza duro, ma metteva il ciclista al centro di tutto e sapeva trasmettere alla squadra la sua impostazione. Come ca­rattere sono diverso, ma spero di diventare più incisivo e forse più severo. Ho imparato molto anche dal modo di fare ciclismo della Mapei, una vera scuola di vita: alla famiglia Squinzi io sarò perennemente grato».
Suo figlio Piero corre tra gli under 23. Co­me lo consiglia?
«Cerco di trasmettergli quanto mi ha in­segnato mio padre e quello che ho imparato nei tanti anni di ciclismo. Spero che possa passare prof e riesca ricevere da questo sport quello che ho ricevuto io. Se non dovesse accadere, pazienza. Per la famiglia Baffi il ci­clismo non sarà mai un’ossessione, per­ché è e resterà sempre una grande passione».

da tuttoBICI di Aprile a firma di Daniele Gigli
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