L'indiscreto

| 20/05/2009 | 15:58
Una vita in movimento. In bicicletta o in sella alla propria motocicletta. Fughe a notte fonda, per tornare a casa e fare un saluto alla famiglia. Poi, alle prime luci dell’alba via presto, per essere al via, in gruppo, come mille altre volte aveva fatto, in 32 Giri d’Italia e undici Tour de France.
Fabio Saccani faceva parte di quel gruppo di «suiveurs», che seguono da dentro la corsa. Uno dei più conosciuti e accreditati. Animato da passione vera, perché lui nella vita faceva ben altro, visto che era titolare di un’azienda, in terra reggiana. Ma la passione per la bicicletta, coltivata da ragazzino come corridore e poi come motociclista di fiducia di Roberto Bettini, uno dei fotografi storici di questo sport, prevaleva sempre.
Il trentatreesimo Giro d’Italia stroncato sul nascere, poco prima delle nove, a pochi chilometri da Cuneo, dove la tappa sarebbe partita. Stava arrivando felice come un bambino, nonostante i suoi 69 anni portati con leggerezza. Era la tappa della memoria, ora per sempre sarà la tappa del ricordo.
Amava come pochi il ciclismo, sport di strada, fatto di vie e di tornanti, di salite e discese, di torrenti e precipizi. Fatto di gioie e di dolori e anche di drammi. Come quello di ieri.
Ciclismo sport senza rete, dove ognuno di noi nel suo piccolo corre e rischia. Loro, lui ancora di più: con un panino in mano, con la sveglia puntata, con il timore di non arrivare in tempo.
Aveva battuto il cancro e la sua vittoria l’aveva condivisa con Lance Armstrong, con il quale era diventato intimo amico. Era felice come un bimbo. Era felice di esserci, inebriato ed estasiato dal rombo della sua moto e dal fruscio delle ruote del gruppo. Poi la notizia tragica, che ci lascia senza fiato. In un mattino di maggio.

da Il Giornale
a Pier Augusto Stagi
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