Guardate quei quadricipiti. Mio padre, Gigi Mele, quando arrivava a parlare di Rik Van Looy, finiva quasi sempre lì. Non alle 37 vittorie di tappa nei grandi Giri. Non alle tre Parigi-Roubaix, ai due Mondiali, alle due Fiandre, alla Sanremo, al Lombardia, alle due Parigi-Tours. Non bastava nemmeno ricordare che quell’uomo, pur costruito apparentemente per dominare gli sprint, nel 1959 aveva chiuso il Giro d’Italia al quarto posto.
No. Gigi tornava a quelle gambe. A quei quadricipiti enormi che, nella sua memoria, erano diventati quasi il simbolo stesso della potenza. Perché lui Van Looy lo aveva visto da vicino. Non nelle fotografie dei giornali, non nei racconti degli altri. Sulla strada.
Dal 1961 al 1964 mio padre corse nello stesso gruppo dell’Imperatore di Herentals. Lo guardava con l’ammirazione che un ragazzo può avere per uno dei più grandi campioni del mondo e, nello stesso tempo, con quella sana incoscienza che appartiene a chi corre in bicicletta e sa che prima o poi bisogna provare a misurarsi con tutti.
Una volta, dopo una corsa, Gigi gli disse: «Che forza Rik, complimenti. Anche io ho le gambe grosse quasi quanto le tue. Non certo la tua di forza».
Van Looy gli strinse la mano. Poi arrivò la risposta, secca, spietata, perfettamente nello stile dell’Imperatore: «Le tue gambe sono piene di merda».
Gigi scoppiò a ridere. «Grazie Rik, hai una parola buona per tutti». E risero entrambi.
Ma quella frase, conoscendo mio padre, probabilmente rimase lì. Da qualche parte. Perché pochi mesi dopo, nella Sassari-Cagliari del 1963, Gigi avrebbe avuto la possibilità di rispondergli nel modo che un ciclista conosce meglio: con i pedali.
La Sassari-Cagliari era una delle grandi classiche italiane dell’epoca. Una corsa che Bartali amava raccontare e che aveva già visto vincere campioni immensi: Fiorenzo Magni, Hugo Koblet, Miguel Poblet. E il suo albo d’oro avrebbe accolto negli anni successivi proprio Rik Van Looy, Vittorio Adorni, Rudi Altig, Eddy Merckx, Patrick Sercu, Roger De Vlaeminck, Giuseppe Saronni e altri nomi destinati a entrare nella storia del ciclismo.
Quel 1963 la corsa era lunga 225 chilometri. La prima ora passò quasi senza storia: appena una trentina di chilometri. Poi Gigi partì. Con lui Jean-Claude Lebaube, francese della Saint-Raphaël e compagno di squadra di Jacques Anquetil. La fuga prese corpo. E per oltre cento chilometri quei sei uomini davanti andarono praticamente alla morte.
Dietro, Van Looy e gli altri campioni organizzarono l’inseguimento. La corsa si trasformò in una battaglia. La media finale sarebbe stata di quasi 43 chilometri orari.
Pensate a quei numeri e provate a immaginare quelle strade. Davanti si pedalava fortissimo. Dietro, il gruppo dei migliori andava a una velocità folle per ricucire il distacco. Alla fine riuscì quasi nell’impresa: a circa 35 secondi dai sei battistrada, Van Looy e gli altri arrivarono lanciati verso Cagliari. Ma Rik era furioso. Schiumava rabbia da tutti i pori.
Perché nella sua idea del ciclismo, una corsa come la Sassari-Cagliari, con un finale che poteva portare a una volata, non era una gara alla quale partecipare. Era una gara da vincere. E Van Looy era fatto così. Le classiche non andavano semplicemente corse. Andavano vinte.
Gigi pedalava davanti e, più pedalava, più probabilmente quella frase gli tornava in testa. Le tue gambe sono piene di merda. Quella battuta che avrebbe potuto ferirlo era diventata, invece, una motivazione formidabile. Una specie di sfida privata che Gigi si portava dentro senza bisogno di raccontarla a nessuno.
Ma davanti c'era Cagliari. C'era l’Amsicora. C'era quella pista in terra battuta sulla quale avevano già vinto le leggende. E Gigi voleva esserci. Voleva vincere. Per un corridore come lui sarebbe stato un colpo enorme.
La fuga, però, aveva avuto un prezzo. Quando arrivò il momento di pagarlo, le gambe presentarono il conto. Gigi aveva speso tantissimo per tenere in piedi quella fuga e per alimentare ogni cambio. La sua generosità era stata la sua forza e, proprio alla fine, sarebbe diventata il suo limite.
Davanti rimasero Battista Babini e Antonio Suárez, vincitore della Vuelta del 1959. Babini vinse. Sarebbe stata la sua unica vittoria da professionista. Gigi arrivò terzo. E dietro, a 35 secondi, arrivò il gruppo dei migliori. Con Van Looy.
L’Imperatore aveva inseguito fino alla fine. Ma la volata che, nella sua testa, avrebbe dovuto essere quasi una formalità, non ci sarebbe stata. Gigi aveva perso la possibilità di vincere proprio negli ultimi chilometri, quando lo sforzo accumulato nella fuga gli aveva presentato il conto.
Eppure, mentre ancora cercava di recuperare fiato e quasi con la timidezza di chi sa di aver sfiorato qualcosa di grande, vide arrivare Van Looy. Il belga lo raggiunse ancora in bicicletta. Lo guardò. E gli disse: «Credevo oggi vincessi. Eri riuscito a farmela».
Una pacca sulla spalla. Il solito ghigno. E via, a raggiungere i suoi compagni.
Per Gigi quella frase valeva tantissimo. Non perché Van Looy avesse finalmente riconosciuto un avversario alla sua altezza. Non era quello. Era il riconoscimento, da parte di un campionissimo, di una corsa fatta con coraggio, di una fuga condotta fino in fondo, di un'occasione che il gruppo dei migliori aveva dovuto inseguire per oltre cento chilometri. E soprattutto perché arrivava da Rik Van Looy.
Quella sera mio padre capì anche un'altra cosa. Quella possibilità non sarebbe tornata. Quella fuga. Quella giornata. Quella corsa. Quel traguardo. Tutto era accaduto una volta sola.
E forse è proprio questo che rende certi ricordi così ostinati: non la vittoria che hai conquistato, ma quella che per un pomeriggio hai avuto davvero nelle gambe.
L'anno successivo sarebbe arrivata un'altra grande occasione, e con essa un'amarezza che Gigi avrebbe portato con sé fino alle ultime pedalate: quella di Milano, al Giro d'Italia del 1964. Ma questa è un'altra pagina.
La Sassari-Cagliari del 1963 rimane lì. Sulla terra dell’Amsicora. Nel terzo posto di Gigi. Nella vittoria irripetibile di Battista Babini. Nei sei uomini della fuga capaci di costringere il gruppo dei campioni a una folle rincorsa. E in quel Van Looy che, arrivato a 35 secondi, aveva ancora la rabbia di chi era convinto che quella corsa dovesse essere sua.
E poi quelle parole. «Credevo oggi vincessi. Eri riuscito a farmela».
Penso che Gigi, dopo averle ascoltate, avrebbe perfino voluto ringraziarlo. Perché magari, senza quella frase di mesi prima sulle sue gambe, non avrebbe pedalato con quella ferocia.
Van Looy gli aveva detto che nelle sue gambe c'era soltanto merda. Quel giorno Gigi gli dimostrò che, almeno per 225 chilometri, dentro quelle gambe c'era anche qualcosa di molto diverso: la voglia disperata di provarci.
E forse, in fondo, è proprio questo che un campione lascia a chi lo ha sfidato senza poterlo davvero battere: la voglia di provarci ancora.
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