Illustrissimo direttore Stagi,
pubblicizzare il mio sport non spetta a me, mi richiedono semplicemente di commentarlo. Il criterio con cui sono stato scelto per svolgere tale mansione è da ricondurre all’esperienza accumulata in 18 stagioni di professionismo e, ad oggi, 25 anni di commento tecnico televisivo e radiofonico. Contrattualmente esprimo opinioni in qualità di esperto, non mi viene richiesto di farlo in un italiano corretto tuttavia mi applico seguendo le basilari regole grammaticali della nostra lingua. Quando ritengo utile non rinuncio all’opportunità di farlo con ironia, può aiutare il telespettatore a seguire con maggiore leggerezza una disciplina che non offre sempre momenti di cronaca da volume alto. Nel suo caso probabile serva un commento in premessa o un semplice sottotitolo con cui avverto che sarò ironico, chiederò agli ottimi tecnici che ci supportano di verificare la fattibilità. Sono consapevole la mia persona ed il mio metodo non possano piacere a tutti, e sono altresì consapevole che le mie opinioni possano non essere condivise ma, purtroppo per lei, hanno chiamato me a svolgere questa mansione e le assicuro che lo ritengo un privilegio non scontato, a cui mi approccio in ogni occasione con grande attenzione, preparazione e rispetto.
Detto ciò, tra tutti gli interessantissimi concetti che si è concesso per commentare il mio “antico” punto di vista, io preferisco non entrare nel merito del suo sulla strategia UAE (rimanendo tuttavia curioso di conoscere quanti anni ha avuto modo di trascorrere nel gruppo dei professionisti che le consentano di farlo con cotanta tronfia autorevolezza), ma sulla frase “quando correvano i nostri valorosi opinionisti, le corse erano un accordo continuo: insomma, una vera figata”.
Questo inaccettabile commento certifica la sua scarsissima cultura ciclistica, che scredita, disonora ed offende non solo il sottoscritto, ma generazioni di corridori che nel tempo hanno contribuito a fare grande questo sport appassionando milioni di persone.
P.S. minuzia a cui tengo molto, la prossima volta mi citi, le concedo l’autorizzazione.
Silvio Martinello
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Caro Silvio,
e mi scuso se non La chiamo Eccellenza, ma ci siamo sempre dati del tu, e nonostante io abbia corso con poco profitto in bicicletta (ero piuttosto scarso) e tu sia assurto alle cronache per chiari e risaputi onori sportivi, da qualche anno, potrei dire una vita mi occupo di ciclismo e di biciclette: una vera passione. Ed è di questo che ti vorrei parlare, della passione. Del valore del ciclismo, che non è dato dai “codici non scritti”, che conosco perfettamente e che se non sono scritti, non andrebbero nemmeno continuamente evocati come la panacea di tutti i mali, come rimedio ad un ciclismo che non ho mai amato profondamente. Lo trovo diseducativo: ti piace o ti sembro troppo prevosto? Io apprezzo di più chi pedala alla morte a chi lascia andare fughe e corridori per mille e più ragioni. Preferisco un Tour di battaglia che una corsa esasperatamente gestita con il bilancino per far contenti tutti. Preferisco una Uae che tira per fare il proprio lavoro e godo come un bambino nel vedere che un fuoriclasse del calibro di Van der Poel, in ogni caso, va a vincere.
Mi piace sottolineare un errore tattico come quello commesso dalla Lid-Trek che ieri avrebbe potuto fermare prima i suoi due uomini in fuga per provare a vincere con Mads Pedersen (cosa per altro detta in diretta su Eurosport da Moreno Moser: seguo entrambe le dirette, come vedi sono chiaramente malato) e che a te neanche è venuta in mente. Se è per questo, nella tappa del Tourmalet hai dichiarato con convinzione (e fai benissimo, ognuno ha le proprie) che Taddeo era partito troppo presto. Ma dove va? Così esagera. Come se fosse la prima volta, come se tu non fossi abituato a vederlo all’opera. Scoppierà? Forse, chissà. Sappi solo che i folli possono scrivere la storia dello sport e Taddeo la sta riscrivendo. Con questa visione Coppi non sarebbe mai dovuto scattare di prima mattina nella Cuneo-Pinerolo. Fece un’impresa che andò contro ogni logica e ogni manuale del buon ciclista, ma le imprese sono queste: come è sottile il limite tra essere miti o bischeri.
Infine, due precisazioni. Non ho fatto minimamente cenno al tuo italiano, che è ottimo, ci mancherebbe. Ma quel che più mi preme dirti è che non ti ho citato semplicemente perché il mio pensiero era rivolto un po’ a tutti i commentatori tivù, chi più e chi meno, a reti unificate: dalla Rai a Eurosport. Questo concetto di una Uae disumana e ingorda, che non lascia andare via le fughe non l’hai espresso solo tu e quindi, non ho fatto riferimenti precisi, ma un discorso più in generale. Ho detto semplicemente la mia, che probabilmente è una sciocchezza sesquipedale, ma è pur sempre quello che penso. Lo ripeto, non ci trovo nulla di solleticante nel “codice non scritto”. In quel ciclismo di accordi sotto banco che esistono da sempre, ma che a mio parere dovrebbero rimanere sottotraccia. Tu dici che io ho offeso una generazione di corridori? Io dico che voi continuando a parlare in questo modo offendete il ciclismo e i tanti appassionati che vi seguono. Avete una responsabilità. E non di poco conto.
Pier