PRUDHOMME, 20 ANNI ALLA GUIDA DEL TOUR E L'EMOZIONE CHE... NON CAMBIA MAI

TOUR DE FRANCE | 02/07/2026 | 08:10
di Francesca Monzone

Ci sono uomini che dirigono un evento. E poi ci sono uomini che finiscono per incarnarlo. Christian Prudhomme appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Da vent'anni è il volto del Tour de France, il direttore che ogni luglio apre la corsa con il tradizionale sventolio della bandiera, ma soprattutto l'uomo che continua a emozionarsi davanti alla magia della Grande Boucle come se fosse il primo giorno. Lui è l’uomo che, in modo perfetto, ha unito la tradizione alla modernità, senza che una prendesse il sopravvento sull’altra, continuando a far crescere questa corsa, tanto da renderla il terzo evento sportivo più seguito al mondo, posizionandosi dietro a Olimpiadi e Mondiali di calcio, a differenza dei quali però va in scena ogni anno e non ogni quattro.


A 65 anni, Prudhomme si appresta a vivere il suo ventesimo Tour de France da direttore generale, un traguardo che lo colloca nella storia della corsa accanto a due giganti come Henri Desgrange e Jacques Goddet, che guidarono il Tour rispettivamente per trentacinque e cinquanta anni.


Ex giornalista radiofonico e televisivo, Prudhomme non ha mai perso quella curiosità e quella sensibilità che lo hanno accompagnato nei suoi primi anni di carriera. Chi lo incontra al Tour sa di trovare una persona che stringe la mano a tutti, che non nega mai un sorriso e che riesce ancora a commuoversi parlando della corsa più importante del mondo.

Per lui il Tour non è soltanto una competizione sportiva. È un patrimonio nazionale, una tradizione che appartiene ai francesi e che attraversa generazioni. Ama ricordare che ogni francese, almeno una volta nella vita, ha visto passare il Tour davanti a casa, e considera un privilegio assoluto per città e territori poter ospitare una partenza o un arrivo di tappa.

Dietro ogni edizione c'è un lavoro immenso. Prudhomme è il regista della Grande Boucle: insieme ai tecnici studia i percorsi, valuta partenze e arrivi, ricerca il giusto equilibrio tra spettacolo, sicurezza e valorizzazione del territorio. Nulla viene lasciato al caso, perché ogni tappa deve raccontare una parte della Francia e, quando il Tour parte dall'estero, anche dell'Europa.

Venti anni di Tour sono tanti, ma ci sono ricordi che non lo ha mai lasciato. Tra i tanti momenti vissuti nel ciclismo, ce n'è uno che continua ad accompagnarlo dopo oltre trent'anni. Era il Tour del 1995 e Prudhomme seguiva la corsa come giornalista quando Fabio Casartelli perse la vita durante la discesa del Col de Portet d'Aspet.

«È stato il primo Tour che ho seguito come giornalista e quelle immagini mi resteranno impresse per sempre - ha raccontato - Il suo corpo, il sangue e lo sguardo del medico Gérard Porte, che aveva già capito che non c'era più nulla da fare. Mio padre era medico e vidi lo stesso sguardo nei suoi occhi quando intervenne in un incidente stradale durante la mia infanzia».

Sono ricordi che spiegano quanto il Tour, per Prudhomme, sia prima di tutto una vicenda umana. In vent'anni di direzione non sono mancati i momenti complessi. Ha affrontato gli anni più duri degli scandali legati al doping, ha guidato la corsa durante la pandemia di Covid, ha dovuto prendere decisioni delicate quando la sua vita privata veniva segnata dalla perdita della sorella, scomparsa a causa di un tumore.

Sono esperienze che hanno reso ancora più profondo il suo legame con il Tour e con le persone che ne fanno parte. Tra queste c'è anche Bernard Hinault, con il quale nel tempo ha costruito un rapporto speciale, fatto di rispetto reciproco e di amore per una corsa che continua a rappresentare l'identità sportiva della Francia.

Essere direttore del Tour significa vivere dodici mesi all'anno pensando alla corsa. Prudhomme ama raccontare anche gli aspetti più curiosi del suo lavoro, come la disciplina personale che si impone ogni inverno. «Dal 15 dicembre al 15 gennaio non bevo una goccia di alcol. Perché se bevessi a casa come bevo durante i ricevimenti di lavoro, diventerei un vecchio brontolone».

I suoi viaggi in tutto il mondo assomigliano spesso a quelli di un capo di Stato. Ovunque il Tour venga presentato, viene accolto da autorità locali, amministratori e rappresentanti istituzionali che vogliono vivere almeno per un giorno il fascino della corsa. Ricorda ancora con un sorriso una consigliera regionale che, seduta sull'auto della direzione di corsa, salutava con entusiasmo il pubblico lungo le strade. Poi, improvvisamente, smise di agitare la mano. «Le chiesi se avesse freddo - racconta Prudhomme - Mi rispose: "No... è che abbiamo ormai lasciato il mio collegio elettorale"».

Forse il segreto della longevità di Christian Prudhomme al comando  ella corsa gialla è proprio questo: non ha mai smesso di essere un appassionato. Ogni anno osserva lo stupore negli occhi degli spettatori assiepati lungo le strade e riconosce in quello sguardo la stessa emozione che prova lui ogni volta che il Tour prende il via.

«Non potrei mai criticare il Tour de France – confessa - Lo amo con tutto il cuore.» Una frase semplice che racchiude il senso di una vita dedicata alla corsa più famosa del mondo.

Per milioni di tifosi il Tour è fatto di campioni, montagne leggendarie e volate spettacolari. Per chi lavora dietro le quinte, invece, il volto della Grande Boucle ha quello sorridente di Christian Prudhomme: un uomo che, dopo vent'anni alla guida dell'evento sportivo più importante di Francia, continua a emozionarsi come il primo giorno, custodendo con passione una delle tradizioni più amate dello sport mondiale.


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