In vista della «Giornata mondiale in ricordo delle vittime della strada» del prossimo 15 novembre, Marco Cavorso desidera sottoporre all’attenzione generale, una lettera aperta con cui chiede di modificarne la denominazione in Giornata mondiale in memoria delle vittime della violenza stradale.
Ecco il testo integrale della lettera aperta scritta in vista di un appuntamento che non deve solo essere di facciata, ma trasformarsi in qualcosa di concreto e di veramente utile per tutti coloro che pedalano.
Sono il padre di Tommaso, ucciso a soli tredici anni mentre si allenava in bicicletta. Da anni, in occasione di questa ricorrenza, ricevo inviti a partecipare a commemorazioni e cerimonie istituzionali. Anche quest'anno la mia sedia resterà vuota. Da anni ho deciso di non prendervi più parte. Non perché non voglia ricordare. Non perché non rispetti il dolore delle altre famiglie. Ma perché non mi riconosco in una denominazione che considero profondamente sbagliata.
La strada non uccide nessuno. È proprio quel «della» che contesto. Vittime della strada. Come se fosse la strada a uccidere. Come se l'asfalto potesse distrarsi, accelerare, guidare in stato di ebbrezza, ignorare un segnale o decidere che la propria fretta vale più della vita di un altro essere umano. So bene che quell'espressione viene utilizzata per indicare il luogo in cui avvengono queste tragedie e non necessariamente per attribuire una responsabilità alla strada stessa. Ma ritengo che una denominazione istituzionale debba fare qualcosa di più che indicare un luogo: debba contribuire a riconoscere le cause di queste morti e a promuovere una cultura capace di prevenirle.
A uccidere sono troppo spesso comportamenti irresponsabili, violazioni delle regole, indifferenza verso gli altri. Talvolta concorrono infrastrutture inadeguate, omissioni e responsabilità di chi dovrebbe garantire la sicurezza. Eppure, continuiamo a parlare genericamente di «vittime della strada» e di «incidenti», espressioni che possono far apparire eventi prevedibili ed evitabili come tragiche fatalità quasi fossero calamità naturali.
Le parole non sono innocenti. Condizionano il nostro modo di interpretare la realtà e, di conseguenza, il nostro modo di affrontarla. Per questo chiedo che venga cambiata la denominazione ufficiale della giornata. Non più «Giornata mondiale in ricordo delle vittime della strada», ma «Giornata mondiale in memoria delle vittime della violenza stradale». Non è una semplice sostituzione di parole. È un cambiamento di prospettiva. Significa riconoscere che dietro molte di queste tragedie non c'è un destino ineluttabile, ma una responsabilità umana e collettiva. Significa dare un nome alla violenza che nasce non soltanto dall'aggressività intenzionale, ma anche dall'incoscienza, dalla prepotenza, dalla sistematica violazione delle regole e dal disprezzo per la sicurezza altrui. È una violenza che affonda le proprie radici in una diffusa inciviltà stradale.
Ma l'inciviltà stradale non si combatte soltanto con le sanzioni, i controlli e le norme. Si combatte anche, e soprattutto, con l'educazione, formando cittadini consapevoli fin dall'infanzia. Il rispetto delle regole, la percezione del rischio, la consapevolezza delle conseguenze dei propri comportamenti e, prima ancora, il rispetto della vita altrui devono diventare parte integrante dell'educazione dei bambini e dei ragazzi. Non si tratta soltanto di insegnare a riconoscere un segnale stradale o ad attraversare correttamente una strada. Si tratta di educare alla convivenza, alla responsabilità e al rispetto reciproco. La sicurezza stradale non comincia quando si consegue la patente. Comincia molto prima, in famiglia, a scuola e nell'esempio quotidiano degli adulti. È da qui che deve partire il cambiamento culturale capace di avvicinare finalmente la strada alla civiltà. Non contesto il valore della memoria, né il bisogno delle famiglie di ricordare i propri cari. Rispetto chi partecipa a queste commemorazioni e chi si impegna sinceramente per la sicurezza stradale. Contesto, invece, una cultura che troppo spesso si limita a commemorare le conseguenze senza affrontarne con sufficiente determinazione le cause. Alle istituzioni, alla politica, alle associazioni e agli organismi internazionali che promuovono questa ricorrenza chiedo di aprire una riflessione pubblica sulla sua denominazione e di avviare il percorso necessario per modificarla. Perché anche il linguaggio istituzionale ha una responsabilità educativa. Non basta ricordare chi è morto. Bisogna avere il coraggio di riconoscere perché è morto. Fino a quando continueremo ad attribuire alla strada ciò che troppo spesso è conseguenza dell'inciviltà di chi la percorre, io continuerò a non riconoscermi in questa commemorazione.
La mia sedia resterà vuota. Non per dimenticare Tommaso, ma per rispettarne la memoria e quella di tutte le persone alle quali è stata sottratta la vita.
Non chiedo di smettere di ricordare le vittime. Chiedo di smettere di attribuirle alla strada.
Marco Cavorso